Quadri e disegni di Jacopo Fo in vendita Quadri, tele e bozzetti di Dario Fo in vendita
A+ A A-

I libri consigliati da Cacaonline

Cari amici,
in questo numero di Cacao apriamo ufficialmente le celebrazioni e i festeggiamenti per i compleanni di Dario e Jacopo Fo. Per tutto il mese di marzo Commercioetico.it propone offerte, sconti e promozioni sui loro libri e sui dvd. 10% di sconto sui libri di Dario, un dvd in regalo per ogni dvd ordinato e i libri di Jacopo autografati con dedica animillesca. In più ci sono le confezioni di dvd scontate ancora più scontate!
Oggi parliamo del libro+dvd “Dio è nero”, di cui pubblichiamo un breve estratto. Buona lettura e buon compleanno Fo!

Dialogo fra due esseri umani
In proscenio esce Dario che si rivolge direttamente al pubblico.

Prima di iniziare voglio mostravi proiettate sullo schermo le immagini di quello che forse si può chiamare il primo dipinto realizzato da un uomo. Si tratta della sequenza di animali ritrovati nella famosa grotta di Trois-Frères, nel sud-ovest della Francia, eseguita su pareti rupestri. La pittura risale a circa tredicimila anni avanti Cristo, un'epoca di quasi cento secoli prima che avesse inizio l'età del bronzo. Su questi dipinti sono rappresentati vari tipi di caprini e bisonti e in mezzo appare anche qualche cacciatore, ma la cosa curiosa è che alcuni di loro sono travestiti da capre e calzano in volto maschere da quadrupedi e hanno il coperto da una pelliccia caprina. Quindi in una sola immagine noi abbiamo la descrizione di come, fra i metodi della caccia, gli uomini avessero inserito anche quelli del camuffamento, il tutto per riuscire ad entrare con l'inganno nel branco degli animali e catturarli. E ancora la pittura ci narra l'esistenza di elementi che fanno parte del rito e dello spettacolo teatrale.
A questo punto entriamo nella lezione vera e propria che ha un titolo, eccovelo (indicando la proiezione): Dio è nero.
A recitare il dialogo sono due esseri comuni.
“Eh...! Ma che faccia d'angosciato che ti ritrovi... che è successo?”
“Una disgrazia, e terribile anche. Ho fatto una scoperta che mi ha letteralmente sconvolto!”  
“Accidenti... che scoperta?”
“Dio è nero!”
“Cosa?!”
“Dio è nero!”
“Ma di che dio stai parlando?”
“Del nostro! Il Dio Santo che nei cieli... ed è nero!”
“Stai scherzando!”
“Nient'affatto! Ho scoperto che il primo uomo è venuto al mondo in Etiopia, come dire in Abissinia, quasi un milione di anni fa ed era, come tutti i suoi abitanti di oggi, di colore scuro, sul marrone.”
“Beh certo, se è nato in piena Africa...”
“Ma non è finita qui: analizzando i frammenti delle sue ossa si è dedotto che era alto poco più di un metro.”
“Noo... impossibile! Un metro? Un nano!”
“Sì, ma non buttiamola subito in politica! Dicevo questo nan... cioè voglio dire questo primo uomo corto, teneva peli dappertutto, viveva sugli alberi e si cibava di bacche, radici e insetti, compresi i bacherozzi crudi.”
“Ma tu guarda!”
“E' documentato! Ma aspetta, sta attento: dal momento che Dio ci ha creati a sua perfetta immagine e somiglianza, questo significa che anche lui, il creatore, a sua volta doveva essere nero, alto un metro e simile a una scimmia.”
“Un dio scimmia?”
“Eh sì, tanto che di certo saltava di albero in albero del Paradiso...”
“Ma è una bestemmia! Andiamo, Dio trasformato in Tarzan!”
“Vabbè, questa di Dio che zompa qua e là l'ho aggiunta io, dimentica, ma tutto il resto compreso il Padreterno nero e piccoletto è una sacrosanta verità scientifica!”
“Per favore, è assurdo! E poi la Bibbia non parla della statura di Dio. Poteva essere nero, ma alto anche un metro e mezzo... forse due.”
“Va bene. Iddio sarà stato un gigante, ma come immagine sempre scimmia doveva essere.”
“Beh come si è evoluto poi l'uomo si sarà evoluto anche Dio, tanto di aspetto che di colore, e oggi Dio di certo è bianco come noi e forse biondo.”
“Può darsi, insomma... si sarà sbianchito come Michael Jackson, ma sempre un nero rimane! E con questo la razza eletta va a farsi fottere. Di colpo noi bianchi evoluti siamo diventati razza minore e i neri la maggiore... anche se continuiamo a derubarla e a farle violenza... pensa un po', 'sti africani, che risate si fanno! Specialmente adesso che in America anche il Presidente degli Stati Uniti è di pelle scura. E il rettore massimo dell'Università di Boston, che insegna antropologia, è nero. Per non parlare della nazionale di basket e di football americano al completo... quelli sono quasi tutti neri!”
“E con questo?”
“Ma capisci che i teologi ci hanno presi in giro e sfottuti fin dall'inizio dei tempi? Ci avevano raccontato che la Bibbia è un libro sacro, dettato addirittura dal Padreterno in persona, e adesso si va a scoprire che tutto quello che c'è scritto nell'Antico Testamento è una balla!”

Per acquistare Dio è nero clicca qui

Published in LIBRI
Written by
Read more...

Carissimi,
questa settimana vi propongo un meraviglioso monologo di Franca Rame, poco conosciuto ma bellissimo, rappresentato per la prima volta in una grande piazza di Pavia il 25 aprile del 1971.
Il racconto è stato ricavato da una registrazione su nastro, eseguita dalla protagonista della storia, e la protagonista è una donna, Mamma Togni.
Oggi chissà che polemiche scatenerebbe Mamma Togni, tutti parlerebbero di scorrettezza, di mancanza di dialogo, di democrazia… ma leggete il brano e ditemi, in tutta sincerità, se questo racconto non vi suscita commozione e una voglia di uscire urlando: non siamo tutti morti!!!

Mamma Togni
“Mamma Togni…. Mamma Togni, i fascisti sono in piazza su a Monte Beccarla, vogliono parlare in piazza!” Due ragazzi da in fondo alle scale i sont vegnüd  a ciamàmm…”
“Chi l’è che parla? Chi è sto fascista?”
“Servello”.
“’Sto bastardo! Andùma… andiamo! ‘Spetta che prendo il bastone… che ci ho la caviglia gonfia e mi devo appoggiare”.
Adesso ho capito perché i sont vegnüd quei due compagni del partito, volevano essere sicuri che nessuno era venuto ad avvisarmi… Dicono: “Sei vecchia, non metterti in mezzo… ti può far male… e poi soprattutto, non farti strumentalizzare. Stai a casa… non ti mettere in mezzo!. Andùma, andùma, per i fascisti non sono mai vecchia! E cos’è che mi vengono a dire che mi faccio strumentalizzare? Contro i fascisti? ‘Sti neri bastardi che hanno il coraggio di venire a sputare discorsi di merda in una piazza dove hanno ammazzato quattordici ragazzi davanti alle loro madri, Andùma, Andùma!!
Quando sono arrivata su alla piazza, intorno al palco c’erano quattro gatti e tutt’intorno i baschi neri, carabinieri. Io ho detto ai ragazzi che mi accompagnavano: “Voi fermi qui, guai chi si muove”.
“Ma no, manma Togni, veniamo con te”.
“No, zitti, e fermi lì, sennò torno indietro. Vado da sola che a me non mi toccano”.
Vado zupìn zupètta col mio bastone… arrivo sotto il palco… “Permesso, permesso…” Sopra, ‘taccato al microfono che pareva che se lo mangiava, c’era il Servello-bastardo che vociava e sbracciava come un vigile all’incrocio nell’ora di traffico.
Io col bastone gli do un colpo sulla canna del microfono che la testa del microfono gli sbarlòcca in bocca da fargli crodare tutti i denti, e poi mi metto a cantare:

Fascisti bastardi e neri
ci avete scannati ieri
di nuovo siete qua!

Quello si ferma di sbragare al microfono, el me guarda e un po’ riattacca. Io canto ancora, lui si impappina. Dal fondo della piazza sotto i portici cantano anche i ragazzi! Poi col bastone gli mollo una stangata proprio sul ginocchio che lui, il Servello, s’è messo a sbragare come un gatto quando lo castrano!
Il capitano dei carabinieri mi viene vicino, mi prende per il braccio e mi dice: “Ma signora, è impazzita? Che fa, ma non lo sa che è proibito cantare? Disturba il comizio!”
“No, caro il mio tenente, - l’ho degradato subito, - è il comizio che disturba me, perché questi qua sono gli assassini di appena l’altroieri, quelli che qui in questa piazza hanno accoppato come cani dei ragazzi che non gli avevano fatto niente… per rappresaglia”.
“Va bene, va bene, ma adesso… questi hanno l’autorizzazione…”
“L’autorizzazione da chi, dalle mamme dei fucilati? Ehi, gente, mamme di Monte Beccarla, vi hanno chiesto l’autorizzazione per venire qui a fare ‘sta porcata? Dico a voi! Venite fuori da sotto il portico… su.. stremì, fœra! Parlì!”
“La prego signora, la smetta altrimenti sarò costretto a portarla via di peso”.
“Ah, sì? Provi a mettermi una mano addosso e io casco giù per terra… faccio la svenuta e lüe l deve far venir qui a sollevarmi almeno dieci uomini che io sono novanta chili… all’ombra! L’avverto”
“Se è per quello, posso disporre, - mi fa il capitano, - posso disporre anche di settanta uomini”.
“Settanta uomini? Bravo, e lei per far parlare ‘sto bastardo schifoso assassino viene qui con la difesa di settanta uomini! Ma guardi che qui le persone oneste mica hanno bisogno di esser protette se i voeren parlà… Noi comunisti qui parliamo a tutte le ore e senza gendarmi! Il fatto è che voi ce lo imponete con la forza ‘sta faccia di merda del Servello”.
“Non dica così, è un senatore”.
“Senatore? Senatore della Repubblica nata dalla Resistenza? Donne, ehi gente, avete sentito a che cosa son serviti i nostri figli, i nostri uomini accoppati morti ammazzati per la liberazione? A fare una Repubblica con il Senato dove ci vadano a sbragarsi ancora ‘sti figli di puttana…”
“Adesso basta signora, sono costretto ad allontanarla”.
“No, se lei è un uomo onesto, lei allontana quel bastardo, sennò lo allontano io a bastonate. Perché se voi avete il fegato e il cuore di semolino bollito… parlo a voi donne e uomini di Monte Beccarla, io vi dico che non ci sto a farmi insultare e a fa insultà el me fiò che l’hanno ammazzato proprio come se fosse l’altroieri e mio marito che nel ’23 a bastonate gli stessi fascisti gli hanno fatto vomitare i polmoni!” E gridavo, e non so più che cosa ho detto. Fatto sta che dal fondo sono venuti avanti due o tre uomini e poi qualche donna… e i ragazzi… che io gli avevo detto di non muoversi…. E allora ‘sti baschi neri non gli è sembrato vero… Sono partiti a fare la carica contro i ragazzi e giù a pestare con una rabbia, senza che ci fosse ragione. E il capitano e due guardie che mi spingevano via a spintoni che ormai nella confusione nessuno ci faceva più caso, e mi  hanno fatto dei lividi alle spalle e alla schiena che ce li ho ancora adesso… ma in quel momento manco li sentivo… Ero preoccupata per quei ragazzi… Gridavo: “basta!! Carogne!! Maledetti!!! Cosa c’entrano loro, cosa vi hanno fatto? Perché ve la prendete con loro? Nazisti! Pi esse esse, pi esse esse!”
Ce n’erano tre o quattro che erano finiti per terra, di ragazzi, con la testa che sanguinava e li prendevano lo stesso a calci. Poi, come sacchi li hanno sbattuti dentro una camionetta, tutti e undici.
“Dove li portano? Cari i miei fieu… Giù alla caserma… Andùma… Una macchina… portém giò in caserma… presto… E viàlter andate a chiamare qualche avvocato dei nostri…”
Arrivo giù, davanti alla caserma, e lì, con uno del partito, un assessore, cerchiamo di convincere il maresciallo a lasciarci parlare con il questore, con qualcuno, per dirgli come erano andate le cose. Di botto il maresciallo fa finta come se qualcuno gli ha dato un pugno e cade per terra facendo lo svenuto! Io ero lì a un metro, nessuno lo aveva toccato. Ma come una valanga arrivano una cinquantina di baschi neri e giù botte da orbi sulla testa dell’assessore che crodava sangue dappertutto… Io mi metto a gridare: “Porci, l’avete combinata, e tu figlio di una cagna d’un maresciallo, che hai fatto la commedia…. Assassini… fascisti!” Mi prendono di peso, m’impacchettano e mi portano dentro.
Processo per direttissima.
Intanto che mi facevano le generalità sento la gente giù in piazza, i compagni che gridavano: “Fuori! Fuori mamma Togni… fuori mamma Togni! E io a sentire come mi volevano bene… ero così contenta… che ci avrei fatto la firma a farmi arrestare tutti i giorni! E il commissario che era appena entrato, che non s’era accorto che io ero lì coperta dalla porta, ha detto: “Chi è quello stronzo che sbattuto dentro la Togni? Ma cosa gli è venuto in mente? Ci combinava meno casino se arrestava il presidente della Repubblica in persona!!” E io come se niente fosse ho cominciato a cantare come fra me medesima:

Bastardi fascisti neri
Ci avete scannati ieri
Di nuovo siete qua!

Tutti zitti sono usciti quasi in punta di piedi, che non ce la facevano a stare lì. L’unico che è rimasto era un maresciallo piuttosto giovane che mi guardava con un mezzo sorriso come intimorito.
“Io, - mi fa, - a lei la conosco signora, perché il mio papà era comandante partigiano sulle montagne della Liguria”.
“Era nella terza formazione garibaldina ligure?”
“Sì”
“Ah, quella dove c’era il Lazagna? E come si chiamava tuo padre?”
“Mirko… Mirko era il suo nome di battaglia”.
“Ma è morto il Mirko, lo hanno fucilato!...”
“Sì, è così… io avevo solo tre anni quando l’hanno ammazzato”.
“Era bravo tuo padre, bravo partigiano il Mirko… E tu sei entrato nei carabinieri? Bravo! Ti sei messo il vestito della festa per i padroni!”
Ha abbassato gli occhi, è diventato bianco… o forse m’è sembrato… che in quel mestiere lì ci vien la pelle col color fisso. Be’, poi il processo è stato tutto da ridere. Il giudice era preoccupato di sbolognarmi via, di tirare dentro i ragazzi, di incastrarli da soli, soltanto loro, faceva fin pena.
“Lei signora, si è certamente trovata lì nella piazza per caso…. Vero? Passava… ad ogni modo, - cercava d’aiutarmi, mi dava l’imbeccata, - quel colpo di bastone sul microfono e sul ginocchio del senatore del Msi è stato del tutto fortuito….”
“No, no, che fortuito! Glielo ho dato proprio giusto, di volontà, che ce l’avrei dato volentieri anche in testa, che la prossima volta gliela spacco la testa, se viene ancora, ‘sto maiale d’un fascista”.
“Ma la prego non si esprima così… Capisco che lei è sconvolta….”
“No, no, io sono calma!”
“No, lei è sconvolta, come era certamente sconvolta quando ha gridato porci e fascisti ai poliziotti e ha così eccitato quegli scalmanati di ragazzi!”
“No, prima di tutto scalmanati erano i poliziotti e non i ragazzi, e poi ci hanno una strana maniera di fermare la gente quei poliziotti lì… a calci e a botte in testa, come se giocassero alla lippa!”
“Va bene, d’accordo, ma il fatto di gridare fascisti porci lo sa che è reato?”
“Certo che lo so… Al tempo che eravamo in montagna, quelli che li sbattevano contro il muro, crepavano convinti che dopo la liberazione, quelli che li stavano ammazzando non ci sarebbero stati più… e invece sono lì tutti a comandare i corpi speciali della polizia. Io li chiamavo porci fascisti allora e adesso li chiamo ancora porci e fascisti!”
El giudice sbianchiva... S’impappinava, ma io avevo capito che l’unico mezzo per tirar fuori gli undici ragazzi era quello di pestare forte io. A me non ce la facevano a condannarmi, si sputtanavano troppo. E così hanno dovuto sbattere all’aria il processo e lasciarli liberi tutti… almeno per adesso.
Che festa quando siamo venuti fuori, tutta la gente, i compagni che ci baciavano... e canzoni. Mamma Togni di qua, Mamma Togni di là… e chi mi tirava per la manica e chi mi salutava col pugno chiuso. Che bello, pareva come la liberazione… una festa! Peccato che non ci sia qui il mio ragazzo, mio figlio a vedere ‘sta festa.
“Mamma, mamma, se io non torno, tu resti coi compagni finché finisce, tu resti con loro”
“Sì, caro, io resto”
E come facevo a lasciarli! Io facevo l’infermiera, ero diplomata… senza vantarmi ero brava. Avevo da curare fino a cinquanta feriti nella mia infermeria. Mi ricordo quando c’è stato il rastrellamento dei mongoli… volevano che io me la squagliavo in ospedale… che m’avevano trovato un posto, ma io, piuttosto crepare… mi son presa i miei trentadue ragazzi feriti e pasin pasin… Quello zoppo s’aiutava con quello con l’occhio tappato, quello con la ferita nella pancia lo portavano in barella due che erano feriti di striscio alla testa…. Sembravamo la carovana dei disperati, ma andavamo avanti e con me si sono salvati, li ho salvati tutti. Il guaio era trovare da mangiare, mangiare per trentadue e ogni giorno… Io li sistemavo in una cascina o sotto un ponte e poi andavo alla cerca. Casa per casa. E dappertutto, ‘sti contadini, ‘sti montanari, con tutto che non avevano quasi più niente, si tiravano via la roba dalla bocca per aiutarci… stracciavano le lenzuola per darmi delle bende per i feriti… lenzuola belle, di corredo. Invece capitava che magari andavo a chiedere in qualche famiglia di sfollati, gente benestante, dentro le villette, e quelli dicevano: “No, non possiamo dare niente”. E allora io tiravo fuori di botto la mia P38 quindici colpi e gliela picchiavo sotto il naso e gridavo: “Visto che sei così taccagno, allora sputa fuori tutto quello che ti chiedo, sennò ti ammazzo, pidocchio! E vergognati, che ‘sti ragazzi muoiono anche per te!”
Sì, ho fatto anche delle rapine per salvare quei ragazzi… i miei ragazzi. C’è qualcosa da dire? E lo farei ancora oggi. I miei ragazzi… ero la loro mamma… mamma Togni, guai a chi toccava mamma Togni. L’Americano, il comandante diceva: “A mamma Togni non si dice mai di no!”
E tutti mi ubbidivano!
Quando quel giorno di primavera del ’44 mio figlio era andato giù che dovevamo prendere la caserma dei briganti neri, dopo un’ora vedo tornare il Ciro, bianco, che mi dice:
“L’hanno ferito, tuo figlio è ferito…”
“Fermo lì, guardami Ciro, io non piango, non grido, guardami in faccia, io non piango… E’ morto vero? Lo so che è morto”.
“Sì”.
Me l’hanno portato su in braccio, in due.
Mi sono messa seduta e me l’hanno messo sulle ginocchia, aveva un buco piccolo qui, sul collo. Poi i compagni me l’hanno portato via… l’hanno portato sotto il portico.
Io sono andata dentro nello stanzone dove c’erano tutti i miei ragazzi feriti e gli ho detto: “Fieui, ragazzi, mio figlio è morto, adesso non ho più nessuno che mi chiama mamma.. e io.. ho bisogno…”
Gh’è sta un gran silenzio e po’: “Mamma, mamma, - si son messi a gridare tutti, - mamma” e urlavano con le lacrime :
“Mamma, mamma!”
E per tutti son rimasta la Mamma Togni.
E non mi fanno su di me: “Sei vecchia, non metterti in mezzo, il tuo dovere l’hai già fatto”.
No, finché gh’è ‘sti assassini d’intorno, ‘sti fascisti, bisogna andare in piazza, insegàgh a ‘sti giovani, ‘sti fieu, Star con loro, dirgli cosa è successo allora sulle montagne perché così imparano. No, non mi vengano a dire sta’ a casa che sei vecchia.
E’ vecchio solo chi se ne sta a casa coi piedi al caldo e magari con la berretta in testa, una berretta che gli ha imprestato la Dc di Fanfani e Andreotti.
Quelli sì son vecchi, anzi son già morti!!!

Questo pezzo è contenuto nel volumone di Dario Fo Teatro

Published in LIBRI
Written by
Read more...

Carissimi,
questa settimana vi presentiamo un libro molto piacevole, anche graficamente. Si tratta di Non siamo Formiche edito da Nuovi Mondi. E’ la traduzione italiana di un libro che ha spopolato in Spagna, gli autori Fernando Casado, Javier Creus, Pablo Juncadella e Doris Obermair hanno creato un libro per immagini che rappresenta l’incontro perfetto, ideale, tra informazione e grafica. Come dice un articolo di Michele Primi su Rolling Stone: “L’iconografia cattura, grazie all’uso innovativo dell’infografica, mentre i contenuti sorprendono, tanto sono semplici e inediti allo stesso tempo”.
Non un libro frivolo di auto-aiuto ma un saggio approfondito scritto da giovani intellettuali, una guida per gli ottimisti informati, una risposta alla negatività, al pessimismo e alla sensazione di impotenza verso lo stato delle cose del mondo. Insomma, niente di più attuale!

Se fossimo formiche, afferma il libro, saremmo una specie estremamente felice: abbiamo colonizzato tutto il pianeta, più il tempo passa più viviamo a lungo e i nostri progressi tecnici sono impressionanti.
Tuttavia, ci rendiamo conto della grandezza delle sfide che ci rimangono da compiere e delle ingiustizie che ci accecano. Perché siamo una comunità e quello che facciamo lo facciamo insieme: condividiamo un’origine comune e, insieme al pianeta Terra, condividiamo anche un futuro comune.
Un futuro che dipende da noi.
Per molti di noi siamo già condannati, siamo un progetto fallito. Questo libro non la vede così. Ci presenta tutti i passi avanti compiuti nei campi più differenti, dall’aspettativa di vita alla libertà di espressione. E’ la parte del cittadino OTTIMISTA. Poi vengono presi in considerazione le sfide e i problemi che dobbiamo affrontare, dal surriscaldamento globale fino alle disuguaglianze sociali; ecco la parte del cittadino INFORMATO .
Infine, sostiene che la nostra capacità innovatrice, creativa e solidale sta risolvendo e superando molte di queste sfide e che possiamo raggiungere una vita sostenibile ed equa partendo da nuovi modelli che generano maggiori opportunità per tutti. Perché, fortunatamente, non siamo formiche.
Il primo capitolo si intitola: “Il mondo va bene” ed elenca tutti i motivi per cui possiamo essere ottimisti: viviamo a lungo, abbiamo eliminato molte malattie mortali e fatto enormi progressi tecnologici.
Il secondo è invece dedicato a quello che non va, e cioè la distribuzione ingiusta della ricchezza, l’esclusività delle organizzazioni internazionali e i problemi sociali. E il terzo presenta le soluzioni: basta lamentarsi, il mondo è pieno di persone che concepiscono idee e strumenti per farci vivere meglio.

Per acquistare il libro online clicca qui

Published in LIBRI
Written by
Read more...

Carissimi, questa settimana vi presentiamo la nuova edizione di un libro che potremmo definire storico: “68, c’era una volta la rivoluzione” di Jacopo Fo e Sergio Parini.
Il racconto segue la vita degli autori e la storia di quegli anni con gli occhi di chi li ha vissuti.
Non si tratta della solita ristampa ma di una vera riedizione con un paio di appendici che riportano quel tempo a questo, dove si parla, ad esempio, di Black Bloc.
Come fu il ’68? E chi lo sa, insieme a ideali, voglia di cambiare ci fu anche molta stupidità, e Sergio e Jacopo raccontano anche quella, in modo molto divertente. Ma permetteteci anche un po’ di orgoglio perché:

“Se avete i capelli lunghi, andate a lavorare in jeans o senza cravatta, se portate la minigonna o i pantaloni al posto della gonna, se non usate il reggiseno, se d’estate prendete il sole nudi, se ballate il rock & roll, vi fate le canne o avete un lavoro creativo, se siete vegetariani, fate yoga o comicoterapia, se ci sono in giro più barbe, orecchini, magliette con scritte e disegni, ponci, strani berretti, abiti bucati e colorati, zaini e scarpe a punta larga dovete ringraziare il ’68!”

Nel libro troverete decine di racconti a volte esilaranti, a volte commoventi, incredibili, finalmente un po’ di verità, senza pellicce sulla lingua.
Vi proponiamo qui sotto un brano del libro che ne racconta al meglio lo spirito. E se lo acquistate prima di Natale vi mandiamo una copia autografata da Jacopo con disegnato anche un animillo portafortuna!

LA STORIA UFFICIALE

La Storia Ufficiale mi irrita in modo smodato. Nel bene e nel male i fatti storici si svolgono in una confusione bestiale, in mezzo a errori, malintesi, fobie e paranoie di ogni genere.
Tutto è a misura di uomo e di donna, della nostra infinita stupidità. Siamo esseri umani, soffriamo di manie, tic, qui pro quo e di quella goffaggine esilarante, di quella comica idiozia che non ci abbandona mai: né nell’esecuzione di efferati delitti né nell’esperienza di strazianti martirii.
Nei verbali dei giudici e dei pentiti, nelle dichiarazioni dei grandi interpreti (da Scalzone, a Negri e Capanna), nei libri dei giornalisti e dei romanzieri si perde un elemento fondamentale per capire quei fatti in particolare e la storia umana nel suo complesso. Si perde il ridicolo che gli attori di questi eventi disseminavano in ogni loro azione.
Sono passati decenni e ancora tutti si sforzano di descrivere gli avvenimenti catastrofici di quegli anni come fatti seri, compiuti sotto la spinta razionale della bontà o della malvagità.
Nessuno racconta la tracotante idiozia, l’obsoleta imbecillità. I protagonisti sembrano usciti dai film di John Wayne... Spartacus contro Ercole... Invece la realtà vide all’opera tanti Stanlio e Olio, Buster Keaton, Ridolini e Charlot. John Wayne non esiste nella storia vera dell’umanità, è un personaggio letterario, inventato... inventato come il Toni Negri dipinto da Enzo Biagi, da Fioroni1 e da Toni Negri stesso.
Il risultato è che si finisce per annebbiare la capacità di giudicare e capire e ci si mette nella condizione di rifare sempre gli stessi errori.
Gli storici sperano di passare anch’essi alla storia e desiderano, nel loro piccolo, essere grandi. Tacciono la verità, riscrivono tutto, cancellano le meschinità, perché non c’è onore, non c’è gloria a raccontare l’insensato agire di tanti Stanlio e Olio. Così stanno facendo per i gloriosi anni ’70.
E tutti i protagonisti danno loro ragione
Perché tutti, alla fine, adorano l’idea di non aver recitato in una comica alla Woody Allen, ma di aver interpretato un colossal come Giù la testa o La battaglia di Fort Alamo. E lo Stato è perfettamento d’accordo. La sua tesi fondamentale è che ci doveva essere un vasto piano e una efficientissima organizzazione sovversiva dietro le efferate imprese dei gruppi armati, e tutte le inchieste sono state improntate sulla ricostruzione di questa organizzazione tentacolare, l’individuazione dei capi e di tutti i centri di potere. La loro idea portante è che lo Stato (oggi e sempre) è forte, grande e luminoso e che soltanto qualcuno molto forte, organizzato e cattivo può metterlo in difficoltà. Se avessero detto che i brigatisti erano stupidi si sarebbe capito subito che lo Stato era formato da una congrega di rincoglioniti.
Così i giornali per primi iniziarono a chiedersi: “Ma da dove vengono questi geni? Chi li ha addestrati? Chi ha insegnato loro tutte queste tecniche fantastiche? Come hanno fatto a trovare le armi, i soldi, le informazioni ecc. ecc.?
Si faceva finta di non vedere che le istituzioni italiane erano dilaniate dalle risse tra bande rivali di politicanti, piduisti, intrallazzatori, mercanti d’armi e droga; che la polizia era semianalfabeta, brutale e miope, incapace di condurre un’indagine con metodi più moderni di quelli borbonici. Le armi a Roma, Milano e Napoli si compravano nei bar, lo Stato non aveva la stima di nessuno, e le condizioni tecniche dell’azione terroristica erano ben più facili in una metropoli moderna che, ad esempio, sotto l’occupazione nazista.
Vi ricordate il mito dei postini delle Br?
Certo che la loro puntualità era incredibile in un paese dove una lettera espresso da Roma a Milano ci impiegava 15 giorni e una volta su dieci non arrivava... e sì che per mettere una lettera in un bidone della spazzatura e fare una telefonata da una cabina telefonica non ci vuole mica la laurea da 007... ma ai media sembrava impossibile.
“Dove avranno imparato?” si chiedevano i geni dei giornali.
Pazzesco.
Chiunque in vita sua abbia presenziato anche soltanto a una riunione di un comitato di quartiere, può benissimo immaginarsi il casino che regnava in un nucleo comunista combattente.
La teoria della lotta armata (teoricamente, appunto) era una cosa chiarissima e durissima. Ogni militante doveva conoscere solo i nomi di battaglia dei soli membri del suo gruppo. Un solo membro del gruppo (generalmente formato da cinque o sette persone) aveva rapporto con ognuna delle altre strutture collegate; a volte si trattava di un nucleo piccolo, con solo tre squadre: operativo (azioni), informativo (si occupava di raccogliere le informazioni necessarie per progettare le azioni militari) e logistico (depositi di armi, mezzi, case, contatti con medici, avvocati ecc.), a volte il nucleo aderiva (in modo più o meno stabile) a un’organizzazione più grossa (come i Nap o le Br) ma la legge della compartimentazione non cambiava.
Questa della segretezza e della compartimentazione era una fissa, nessuno doveva conoscere nessuno all’infuori delle esigenze operative. Per questo ognuno aveva un nome di battaglia. Il primo ordine che si riceveva candidandosi a entrare in un’organizzazione militare era di rendersi invisibile, aderire esteriormente alla massa anonima, non alzare mai la voce, dire a tutti che si mollava la politica ecc. Ed è chiaro che qualunque gruppo armato che volesse sopravvivere più di dieci minuti avrebbe dovuto fare così.
Quello che succedeva in realtà era che tutti sapevano vita, morte e miracoli del loro gruppo, di tutti gli altri gruppi italiani e anche di qualche formazione straniera. Il delirio totale.
Quando qualche terrorista faceva una cazzata mostruosa tutta la stampa cercava motivi misteriosi o macchinazioni fantapolitiche per spiegare i fatti, non riuscendo minimamente a pensare che un brigatista potesse essere stupido come un panda.
Non so quanti terroristi furono arrestati perché avevano perso la carta d’identità o i piani di un’evasione, quanti covi furono trovati perché si persero le chiavi con la targhettina di plastichetta con su il loro indirizzo e quanti finirono dentro perché avevano in tasca cinque carte d’identità false tutte con la propria fotografia.
Nessuno arrivava mai in orario, c’era quello che voleva portarsi la fidanzata in un’azione di fuoco, quell’altro che perdeva la pistola, inciampava con le bombe incendiarie, bruciava l’auto sbagliata, sparava all’uomo sbagliato. Inneschi rotti, timer in ritardo, cacciaviti sdentati, bulloni stretti male, incidenti d’auto. Gente che prendeva un autobus che andava da un’altra parte, che scappava con i soldi, che voleva far fuori l’amante di sua moglie, andare a letto con quella del logistico, rubare a casa di un avvocato.
Per non parlare di quanti non furono presi solo perché la polizia era ancora più distratta di loro, come Marco Barbone che perse una borsa piena di bottiglie molotov con su scritto nome, cognome, classe e scuola... lo presero solo cinque anni dopo, ma evidentemente di cazzate ne deve aver fatte un vagone.
Mi ricordo quando per otto riunioni di seguito chiesi a Toni Negri: “Noi siamo, metti, anche 7000, loro sono almeno 2 milioni e hanno l’aviazione, se qui si inizia a sparare come facciamo a vincere?”. Lui si incazzava come una biscia e cominciava a dire cose che c’entravano come cavoli a merenda. Da qui iniziava il caos perché tutti cominciavano a litigare su tutto. Dopo tre ore la riunione finiva senza che peraltro Negri avesse risposto al mio semplice quesito numerico-militare-strategico.
E non erano le riunioni del circolo del tennis ma quelle della mitica “segreteria cittadina clandestina” di Rosso, che secondo Fioroni dirigeva il nostro esercito. In un anno si riuscirono a fare non più di dieci riunioni perché, siccome eravamo fanatici delle segretezza, nessuno ci diceva mai dove si dovessero tenere. Ci venivano dati appuntamenti clandestini, dove ci trovavamo in due o tre e poi da lì si confluiva all’appuntamento centrale. La metà delle volte la riunione saltava perché tutti si perdevano e nessuno riusciva ad arrivare. Altro che barzellette sui carabinieri! In un anno non si riuscì neanche a decidere quali puntine da disegno usare.
Certo che poi le BR facevano scalpore perché avevano la macchina da scrivere con le testine rotanti! Praticamente i giornalisti hanno scritto chilometri quadrati di articoli su queste cavolo di macchine da scrivere delle Br, neanche avessero avuto le astronavi coi motori a fotoni. Questo fatto che avevano le testine intercambiabili li faceva impazzire.
Non riuscivano a capacitarsi di come le Br facessero ad avere una cosa che si vendeva ovunque e costava pure quattro soldi... è chiaro che in una situazione simile anche venti coglioni che si perdono a Milano possono convincersi di essere la segreteria clandestina dell’Armata Rossa.
Poi c’erano le fidanzate dei capi che erano le amanti di altri capi e che ogni tanto si facevano qualche gregario. Non potevi starnutire a Bari che loro a Torino lo sapevano ancora prima che tu ti fossi pulito il naso; e questo nonostante non facessero neanche parte di nessun gruppo militare. Si fossero pentite loro, altro che 200 per volta, ne finivano in galera. Ma si sa, le amanti dei capi sono sempre meglio dei loro uomini.
E meno male che i terroristi erano così fessi e lo Stato così demenziale.
Un terrorismo di “qualità” migliore avrebbe provocato disastri ancora più grandi. Saremmo ancora qui con la lotta armata e i morti per le strade.
Certo, la classe operaia avrebbe potuto fermare questa ondata guerrigliera. Disgraziatamente nella tradizione comunista italiana mancava totalmente una sana ideologia pacifista.
La storia comunista è costellata di picconi e calci nei coglioni, miti partigiani, miti di guerriglia. Non una parola sull’orrore della morte, di chiunque sia, sui crimini perpetrati sotto le bandiere partigiane o nella guerra di Spagna.
Un comunista con un fucile era un santo, un asceta, si tacevano gli eccessi, gli isterismi, la drammaticità disumanizzante della guerra e la facilità con la quale un pazzo possa sembrare sano di mente se ha una pistola in mano.
Così ci trovammo a combattere una guerra invincibile, armati soprattutto dalla nostra idiozia. Fu così che dimostrammo al mondo che un’idiota a vent’anni è una potenza ormonale esplosiva.

Per acquistare il libro online clicca qui

Published in LIBRI
Written by
Read more...

Carissimi,
riproponiamo questa settimana il libro “L'erba del diavolo”, scritto da Jacopo Fo e Nina Karen, e pubblicato da Flaccovio Editore.
Il testo parla della canapa, appunto definita da qualcuno “l'erba del diavolo” ma non è sempre stato così. Fino a pochi decenni fa con la canapa si costruiva di tutto, dai vestiti alle carrozzerie delle auto... poi cos'è successo?
Poi è arrivato il petrolio e un'abilissima campagna stampa ha fatto credere a tutti che bastasse fumarsi uno spinello per sterminare la famiglia.
Oggi timidamente la canapa sta tornando sul mercato, CommercioEtico per esempio (un esempio a caso) ha nel suo catalogo splendide borse e cosmetici fatti con questo straordinario vegetale.
Ecco come è nata la demonizzazione della canapa.
Buona lettura.

Capitolo VIII
Una pianta che fa concorrenza al petrolio
Piccola storia del proibizionismo


Fino agli anni Trenta del 1900 la cannabis era tollerata e ampiamente utilizzata per gli scopi più vari, l’80 per cento dei prodotti tessili e delle stoffe per vestiti prodotti nel mondo traeva origine da centinaia di migliaia di ettari coltivati a canapa, così come il 90 per cento dei cordami nautici e il 75 per cento della carta. Ma a un certo punto la canapa fu messa in un angolo, vennero dimenticate tutte le sue particolarità e fu etichettata come droga, la più micidiale di tutte…
Come mai? A chi giovava questa politica proibizionistica?
Tutto ebbe inizio nel 1917 quando la compagnia DuPont, dell’omonima famiglia, grazie ai finanziamenti della Mellon Bank entrò a far parte delle primissime industrie petrolchimiche d’America. I soldi forniti dalla banca permisero alla DuPont di entrare in possesso della General Motors, una delle più grandi case automobilistiche di allora e delle principali tecnologie per la fabbricazione della carta dalla cellulosa del legno. Alcuni anni dopo, nel 1937, l’industriale Lammont DuPont brevettò procedimenti per ottenere plastica dal petrolio, e il primo materiale brevettato fu il nylon. Con il passare degli anni ottenne i brevetti di tutte le materie plastiche ottenibili dal petrolio (teflon 1938, vespel, neoprene, corian, mylar, kevlar, M5 fiber, nomex, tyvec, lycra hytrel, crastin).
Contemporaneamente Henry Ford, con la sua compagnia, dopo dodici anni di ricerche produsse la Ford Model T, un’auto completamente costruita con la canapa e alimentata con etanolo di canapa. La macchina, “cresciuta dalla terra”, era formata da robusti pannelli di plastica ecologica ricavati da una mistura di fibre di cellulosa della canapa al 70 per cento con l’aggiunta di un 30 per cento di legante alla resina applicando una pressione di 1500 libbre per pollice quadrato.
La plastica si dimostrò di essere dieci volte più resistente all’impatto dell’acciaio, senza ammaccature. In questa macchina, tutto, dalla carrozzeria ai sedili, dal volante ai pneumatici, era prodotto da una pianta. Il veicolo pesava quanto due terzi di un’auto normale, il che si traduceva in molti chilometri percorsi in più, a parità di carburante. La canapa stava diventando una pericolosa concorrente dell’industria chimica del petrolio e di quella della carta.
Insomma, dalla canapa si produce tutto o quasi tutto quello che si può ottenere dal petrolio e dai suoi derivati, con la piccola differenza che questi ultimi hanno un costo e un impatto ambientale incalcolabili, mentre la canapa è naturale e i prodotti di scarto si integrano meglio nell’ambiente.
A quel punto, l’economia “pulita” della canapa diventò incompatibile con gli interessi del colosso chimico. Andava quindi stroncata a tutti i costi, scrive Jack Herer – leader del più importante gruppo antiproibizionista americano, l’Hemp – nel suo libro Canapa. Nel 1935 il magnate della stampa William Randolph Hearst, insieme a John Davison Rockefeller (fondatore della Standard Oil, una delle più grandi compagnie finanziarie, e riformatore dell’industria petrolifera mondiale), dichiara espressamente: “Perché violentare la natura tagliando la canapa? C’è il petrolio!”.
I traenti profitto dall’eventuale crollo della canapa come sostanza utilizzata nell’industria (e quindi anche in qualsiasi altro ambito) stavano aumentando. Con lo stesso intento delle industrie petrolchimiche, appoggiate dalla stampa, si presentò al popolo americano il funzionario statunitense Harry Jacob Anslinger (sposato con la nipote di Andrew W. Mellon, il famoso banchiere diventato ministro del Tesoro degli Usa). Dopo il fallimento dei suoi sforzi a favore del proibizionismo degli alcolici, Anslinger decise che era l’ora di vietare l’uso della cannabis.
Nel 1937, durante l’audizione al Congresso degli Stati Uniti, Anslinger dichiarò che “ci sono 100.000 fumatori di marijuana negli Stati Uniti, e la maggior parte neri, ispanici, filippini e intrattenitori; la loro musica satanica, jazz e swing, è il risultato dell’uso di marijuana. Il suo uso causa nelle donne bianche un desiderio di ricerca di relazioni sessuali con essi”. La canapa viene descritta come “the killer drug”, la droga che dà il piacere di uccidere senza motivo.
La campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica sul “pericolo marijuana” avviene attraverso un lavoro intenso e capillare dei mass media. Ad esempio, in un articolo pubblicato sull’American Magazine (luglio 1937), Ansliger descrive il caso di un giovane, normalmente tranquillo, che dopo aver fumato marijuana ammazza a colpi di scure padre, madre, due fratelli e una sorella. I giornali titolano: “Il mostro davanti al quale Frankenstein cadrebbe stecchito dalla paura”. Menzogne che rasentavano il razzismo, diffamando intere popolazioni. Frequenti furono gli attacchi che Hernst avanzò nei confronti dei messicani, i quali vennero accusati di essere pigri fumatori d’erba e violentatori di donne bianche.
Anslinger ebbe l’ultima parola, e nel 1937 usò gli articoli diffamanti di Hernst davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America. Era a capo del Federal Bureau of Narcotics and Dangerous, l’Ufficio Federale Narcotici, quindi possedeva un alto grado di persuasione sull’argomento. Il risultato fu l’emanazione della Marijuana Tax Act, la prima legge che, dopo oltre diecimila anni, proibì l’uso e la coltivazione della canapa. Per la DuPont, Rockefeller e tutti gli investitori dell’epoca che puntavano esclusivamente sul petrolio, la Marijuana Act Tax fu una vera e propria manna dal cielo: tolse dai piedi una scomoda pianta dai mille usi e lasciò all’oro nero la strada sgombra. Ma soprattutto chi ne beneficiò di più fu la Mellon Bank. Tuttora la Mellon Financial Corporation ha capitali in centinaia di aziende e multinazionali legate al petrolio e all’energia.
Per finire (si fa per dire), Anslinger al Congresso del 1948 (dieci anni dopo) concluse: “Grazie al clima proibizionista che si venne a creare, e alle istanze razziste e politiche che si mescolarono, spesso in contraddizione tra loro, nel giro di pochi anni lo spinello passò disinvoltamente da ‘generatore di morte’ nelle mani di ‘neri dalle labbra turgide’ a una sorta di tranquillante, che ‘i comunisti potrebbero somministrare ai soldati americani per fiaccarne la combattività’”.
Il proibizionismo per ora ha vinto, questa risorsa è stata messa al bando in gran parte del mondo occidentale e le sue enormi potenzialità dimenticate.

Lo sapevi che…?
…Ogni 3,6 secondi una persona nel mondo muore di fame.
I semi di canapa sono i più nutrienti e potrebbero essere la soluzione economica per la fame nel mondo. Sono una fonte di proteine e di acidi grassi essenziali altamente nutrienti.
Nell’antichità intere popolazioni si cibavano dell’olio ricavato dalla spremitura dei semi e dei semi stessi. I semi di questa pianta sono gli unici con queste proprietà e con la prevalenza all’80 per cento di grassi buoni.
…I primi dipinti di Rembrandt (1606-1669), Vincent Van Gogh (1853-1890) e Thomas Gainsborough (1727-1788) sono stati dipinti su tela di canapa e spesso con l’olio di canapa come base per la vernice.
…Oltre il 50 per cento di tutti gli antiparassitari che vengono spruzzati nelle coltivazioni di cotone sono chimici. Il cotone si potrebbe sostituire con la canapa, che può crescere vigorosamente in cento giorni senza l’uso di pesticidi nocivi ed erbicidi. La coltivazione e l’uso di questa pianta sarebbe più sano per la nostra pelle e sopratutto per l’ambiente.
…Un acro di canapa può produrre tanta fibra grezza quanto 4,1 ettari di alberi. Macerando la canapa si produce carta resistente e durevole negli anni, che non ingiallisce. Utilizzando la canapa come risorsa primaria per la produzione di carta si eliminerebbe la continua strage di foreste secolari che invece contribuiscono al controllo del clima e al rinnovo dell’aria che respiriamo.

Per acquistare il libro online clicca qui

Published in LIBRI
Written by
Read more...

Carissimi, che bello, un nuovo dvd del nostro Nobel preferito Dario Fo, dove si dichiara che Dio è nero, fantastico!
Ma vogliamo lasciarvi la sorpresa del video e in questo Cacao vi proponiamo un brano dell'articolo di Telmo Pievani contenuto nel libretto allegato al dvd (libretto... son poi 44 disegni del Maestro, un'introduzione di Felice Cappa, il testo del Dvd, mica ciufoli...).
Pievani è un famoso filosofo ed epistemologo, fa parte del comitato editoriale di riviste scientifiche internazionali come Evolutionary Biology e Evolution: Education and Outreach. Insieme a Niles Eldredge, è direttore scientifico del progetto enciclopedico “Il futuro del pianeta” di UTET Grandi Opere. Inoltre, insieme ancora a Niles Eldredge ed a Ian Tattersall, è il curatore scientifico dell’edizione italiana della mostra internazionale Darwin 1809-2009.
Telmo Pievani è direttore di Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, e coordinatore scientifico del Darwin Day di Milano. E' membro del comitato di programma delle conferenze mondiali di Venezia, The Future of Science. Infine è anche membro della Società italiana di biologia evoluzionistica. Nel 2007 è stato nominato socio corrispondente non residente della classe di scienze fisiche, matematiche e naturali dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. E' membro del comitato editoriale de L’Indice dei libri. Collabora regolarmente a riviste e giornali, fra i quali principalmente La Stampa, Il Corriere della Sera, Le Scienze e Micromega.
Buona lettura!

Dio è nero (e ha un discreto senso dell'umorismo)
L'esordio della creazione non sembrava poi tanto promettente. Il giorno esatto non se lo ricorda più nessuno, ma tutto cominciò in Africa (come sempre) intorno a 200mila anni fa. Se vi sembrano tanti, sono ottomila generazioni: prendete un vostro nonno, e poi andate indietro al nonno di vostro nonno, e poi ancora al nonno del nonno di vostro nonno, per quattromila volte, e arrivate al vostro anziano supernonno che faceva parte del gruppo di pionieri. E qui c'è la prima sorpresa, perché la genetica ci dice oggi sia l'epoca dell'evento sia il numero dei primi fondatori della nostra specie. Abitavano nell'Africa subsahariana - o nel Corno d'Africa o in qualche vallata più a sud, vicino alla costa - e non erano più di 20-25mila individui. Pochissimi! Nessuna marcia trionfale: in pratica, l'intera popolazione umana, nessuno escluso, è nata in sordina da un minuscolo drappello iniziale, che conteneva gli antenati di ognuno di noi, E' come se tutta l'umanità attuale, da New York a Tokyo, derivasse da un piccolo quartiere di Milano.
Quanto a immagine e somiglianza, erano neri e non ci piove. E pensare che Adamo ed Eva esistono davvero nella scienza, ma sono un po' diversi da quelli biblici. Nel 1987 si scoprì che tutti gli esseri umani sulla Terra condividevamo una matrice originaria di DNA mitocondriale, cioè del materiale generico residuale contenuto nei mitocondri, le piccole “batterie” delle nostre cellule. Il DNA di questo organelli si trasmetto solo per via femminile: i figli lo ereditano sempre dalla mamma e in un unico tipo. Dunque, andando indietro nel tempo fino agli inizi della nostra specie, si è capito che quella matrice comune, poi modificatasi di popolazione in popolazione, doveva essere appartenuta a una sconosciuta supernonna del gruppo fondatore africano di tutti i sapiens. Per strappare un titolo sul giornale, come potevamo chiamarla se non Eva?
Dati più recenti ottenuti con lo stesso metodo, ma applicato alle variazioni comparate sul cromosoma Y (a trasmissione maschile), hanno permesso di identificare dove viveva lo sconosciuto supernonno del gruppo fondatore africano che ha dato a tutta l'umanità attuale la matrice iniziale del cromosoma Y. La linea femminile e la linea maschile convergono nel loro esordio in una zona dell'Africa centrorientale, ma i tempi della loro esistenza sono sfasati di alcune migliaia di anni. Adamo ed Eva purtroppo non si sono “conosciuti”...
Se siamo partiti così in pochi, vuol dire che ogni essere umano è cugino stretto di qualsiasi altro, In certe culture ci si saluta con “ehi, fratello!”, ma “ehi, cugino!” sarebbe perfetto. I sette miliardi di esseri umani che abitano oggi il pianeta presentano una variazione genetica bassissima e proporzionalmente più flebile mano a mano che ci si allontana geograficamente dal continente africano. La popolazione pioniera originaria dell'Africa è infatti cresciuta e si è diffusa, irradiando di volta in volta nuovi gruppi fondatori, di piccole dimensioni. Così a partire da 60-50mila anni fa abbiamo obbedito alla tonante ingiunzione: siamo andati e ci siamo moltiplicati, colonizzando rapidamente prima il Vecchio Mondo e poi anche l'Australia e le Americhe.
Ancora oggi la maggiore ricchezza genetica è racchiusa in Africa – con il picco massimo nei cacciatori raccoglitori boscimani del sud-ovest (quelli che stiamo pensando bene di estinguere). E più ci si allontana da loro più diminuisce. Sul piano genetico due boscimani dello stesso villaggio sono in media più ricchi di diversità l'uno rispetto all'altro di quanto non lo siano, per esempio, un inglese e un coreano! Tutte queste scoperte ci dicono che siamo una specie geneticamente molto giovane, mobile, e soprattutto promiscua. Non c'è stato né il tempo né il modo per separare biologicamente in modo netto i gruppi umani: le cosiddette “razze umane”, sulle quali si sono versati ettolitri di inchiostro, semplicemente non esistono in natura, se ne stanno però ben radicate nelle nostre teste e nei nostri pregiudizi.
Ma è solo l'inizio delle sorprese...
(continua)

Per acquistare il Libro+DVD Dio è nero clicca qui

 

Sullo stesso argomento ti consigliamo:

Eva era africana Rita Levi Montalcini

 

EVA ERA AFRICANA

Un libro di Rita Levi Montalcini

 

 

 

 

La vera storia del mondo in DVD

 

LA VERA STORIA DEL MONDO

Due dvd di Jacopo Fo

Published in LIBRI
Written by
Read more...

"Quando compri, voti. I consumatori esprimono un voto per ogni prodotto che scelgono e segnalano alle imprese i comportamenti che approvano e quelli che condannano. L'acquisto può trasformarsi in un sostegno alle forme produttive corrette o in un ostacolo alle altre".
(Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano)

Dopo il successo delle scorse cinque edizioni, con più di 150.000 copie vendute, esce la nuova Guida al Consumo critico 2012 a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo coordinato da Francesco Gesualdi.
Il sistema si sforza di convincerci che il consumo è un fatto privato che riguarda solo noi, le nostre voglie, il nostro portafogli. Ma non è così: riguarda l'intera umanità, perché ha conseguenze sulle risorse, sull'energia, sui rifiuti, sulle condizioni di lavoro. E se compriamo alla cieca rischiamo di renderci complici dei peggiori misfatti.
Ecco l'importanza del consumo critico, che consiste nella scelta dei prodotti non solo in base al prezzo e alla qualità, ma anche alla loro storia e al comportamento delle imprese.
Scegliere in maniera critica che cosa consumare significa votare ogni volta che facciamo la spesa.
Ma per scegliere bisogna informarsi. Perciò questa "Guida" è la compagna inseparabile del consumatore critico, lo strumento che porta sempre con sé per sapere come si comportano Nestlé, Coca-Cola, Del Monte, Barilla e tante imprese che incontriamo al supermercato.
Consumatore informato, consumatore sovrano.
Dal 1985 il Centro Nuovo Modello di Sviluppo lavora per mostrare che in realtà vendere e comprare non sono atti banali e innocui ma hanno un fortissimo impatto, e non solo economico.
La Guida al Consumo Critico, cataloga e incrocia le informazioni raccolte dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo sul comportamento delle imprese fornendoci dati, mediante tabelle riepilogative e una simbologia rinnovata, per una rapida consultazione.
Oltre 2000 prodotti esaminati e censiti in base alle variabili: trasparenza dell'impresa, abuso di potere, responsabilità verso il Sud del mondo, sicurezza e diritti dei lavoratori, rispetto per l'ambiente, connessioni tra azienda e industria bellica, sostegno a regimi dittatoriali nei paesi oppressi, ricorso a paradisi fiscali, rispetto della normativa per la tutela del consumatore, rispetto per gli animali, eventuali campagne di boicottaggio o di pressione già attivate verso l'impresa.
Lo scopo non è la mera denuncia ma l'offerta di un alternativa: uno strumento di acquisto consapevole e responsabile per incidere da protagonista sulle dinamiche economiche globali.
La prima Guida al consumo critico uscì a metà degli anni Novanta, l'attenzione di allora era concentrata solo sulle imprese: l'intento del Cnms era quello di sensibilizzare i consumatori per indurre le aziende a modificare i comportamenti sui temi che all'epoca erano ritenuti più urgenti: squilibri Nord-Sud, diritti dei lavoratori, corsa agli armamenti. Oggi il ventaglio delle emergenze si è allargato ad altri temi e comprende la crisi delle risorse, l'eccesso dei rifiuti, l'esproprio dei beni comuni. Per questo l'atteggiamento critico deve essere esteso fino a mettere in discussione l'intero stile di vita, passando da un consumo critico ad un consumo responsabile. E per venire incontro a questa urgenza la sesta edizione si apre con una nuova parte che dà consigli a tutto tondo su ciò che bisogna fare per consumare in maniera responsabile.

Su CommercioEtico.it la nuova Guida al Consumo Critico ha il 10% di sconto (fino al 20/10/2011)

Published in LIBRI
Written by
Read more...

Ieri vi abbiamo presentato l'ultimo romanzo di Jacopo: Distruggete la Masanto! Oggi parliamo invece di un grande classico, sempre di Jacopo: Guarire Ridendo. Un libro, questo, uscito nella sua prima edizione con Mondadori (prima che diventasse proprietà del nostro amato Presidente del Consiglio) e che nelle successive edizioni è stato pubblicato dalla Nuovi Mondi, la nostra casa editrice. Un gran libro, che racconta in modo divertente alcuni meccanismi del nostro corpo e della nostra mente. Assolutamente da non perdere... e poi vi farà fare un figurone anche solo se lo tenete chiuso sotto l'ombrellone.

A proposito di alcune convinzioni errate che ci impediscono di ridere e di star bene
Ti propongo alcuni piccoli esperimenti... Ti basteranno alcuni minuti. Non pretendo che tu creda a quello che dico. Ma se farai questi esperimenti, potrai provare direttamente alcune reazioni fisiologiche del corpo e della mente.
Questa è la grande novità di questo libro.
E' possibile cambiare ridendo? (piccola digressione sul metodo e sulla disciplina)
E' pieno il mondo di gente che ti offre un futuro migliore... in cambio però ti chiedono di aderire a qualche fede o ideologia, di credere in loro, di fare sacrifici, essere disciplinati e soffrire.
La filosofia del ridere nega tutto questo. Non è possibile migliorare la tua vita facendo qualche cosa che non ami fare.
Dicendo questo non voglio negare che nella vita ci sia sempre un certo grado di difficoltà.
Ma un conto è spalare la merda del tuo cavallo perché lo ami e vuoi che la sua stalla sia pulita. Un conto è spalare merda perché ti pagano e tu lavori per comprarti una pistola per ammazzare tutti i cavalli.
Non ho niente contro la disciplina. Io adoro la disciplina a patto che sia gradevole e gioiosa. Passo tutti i giorni almeno quattro ore a scrivere o disegnare, è un esempio di disciplina.
Ma è una disciplina alla quale non posso rinunciare.
Mi piace troppo.
Sì. Si può fare!
La nostra sofferenza non dipende infatti da qualche vizio lubrico che dobbiamo estirpare a martellate. No.
L’umanità soffre a causa di ignoranza, malintesi e pregiudizi.
Ci hanno dato informazioni sbagliate. Se questi dati errati vengono scoperti e corretti, tutto il nostro comportamento cambia automaticamente. Non è necessaria nessuna disciplina sgradevole.
Si tratta di infilare idee nuove nel cervello. E' un’attività appassionante. Scopri il gusto di allargare
le conoscenze. è un mutamento immediato, semplice. Perché le idee semplici sono facili da capire e, appena le capisci, tutta la situazione ti appare immediatamente, radicalmente diversa.
Ti sarà già capitato un fenomeno del genere.
Quando risolvi un indovinello, quando trovi una soluzione fantasiosa per uscire da una difficoltà... é come aggiungere sale alle verdure. Tutti i sapori restano uguali ma ognuno è più nitido.
Si tratta di posizionare meglio, sentire meglio i singoli elementi che compongono la scena. Non
c’è niente di veramente nuovo ma tutto è improvvisamente diverso. E' cambiato il punto di vista. Un elemento che prima non prendevi in considerazione ora ha assunto la sua reale importanza, e l’insieme acquista un senso differente. Qualcuno dubiterà che mutare profondamente sia così facile. Eppure è veramente semplice. La vita ci porta a cambiare di continuo. Non cambiare è davvero impossibile. Tutto cambia. Tutti cambiano.
La difficoltà sta nel far seguire al cambiamento nuovi moduli, nuovi frattali che ci facciano uscire dai binari dei nostri errori abituali. E' la politica dei piccoli passi. Mirare subito a cambiamenti lievi che però portino ad avviare un processo di modificazione. Come moduli, frattali, che via via si espandono dando vita a nuove forme.
Ecco, gli esperimenti che ti propongo nelle prossime pagine sono così. Piccole modificazioni di sette punti di vista su sette questioni centrali nel nostro sistema di giudizio. Se farai tue queste esperienze, avrai attivato un processo che naturalmente, senza sforzo e dandoti spesso occasioni di ridere e divertirti, ti porterà a rivoluzionare pigramente la tua vita.
Incredibile?
Giudicherai tu stesso. In realtà questo libro non farà niente di veramente speciale. Se lo stai leggendo, se ne capisci il linguaggio e il ritmo, è perché tutte queste idee sono già maturate dentro di te. In fondo non è mai possibile comunicare qualche cosa di veramente nuovo... Questo libro è solo uno strumento col quale, se vuoi, puoi riordinare in modo più efficiente concetti e esperienze che hai già acquisito.
Per concludere, vorrei chiarire che, in realtà, quest’idea del cambiamento profondo e rapido non è mia. A partire dagli anni ’70, diversi gruppi di brillanti psicologi iniziarono a mettere in dubbio l’efficacia delle psicoterapie che durano anni.
Watzlawick raccolse le sue idee rivoluzionarie nei libri Istruzioni per rendersi infelici, divertentissimo, e Change3 (scritto con Weakland e Fisch).
Richard Bandler ha scritto Usare il cervello per cambiare. Per spiegare meglio questo approccio, ecco come Bandler affrontò la situazione di un bimbo gravemente traumatizzato perché, mentre stava giocando in un covone di fieno, ne aveva presa una manciata dove c’era dentro un serpente. Lo spavento era stato tale che il bambino non era più riuscito a dormire e aveva difficoltà a mangiare.
Bandler si era fatto raccontare il fatto dal bambino e subito aveva esclamato: “Ecco chi era quel
bambino! Ma lo sai che è appena andato via un serpentello che era terrorizzato perché mentre stava giocando in un covone di fieno un mostro enorme lo aveva afferrato, gli aveva urlato in faccia
e lo aveva lanciato lontanissimo?”.
Il bambino sbarrò gli occhi e poi scoppiò a ridere. Guarito. Sempre Bandler, nel suo libro Usare il cervello per cambiare, racconta di come “disattivò” un padre autoritario che aveva trascinato nel suo studio la figlia adolescente e ribelle “per farla curare”. Mentre era lui che aveva bisogno di cure.
Bandler lo vede entrare come una furia nel suo studio, mentre tira per il braccio la ragazzina ed esclama: “C’è qualcosa che non va?”. Il padre risponde: “Questa ragazza è una puttanella”.
“Non mi serve una puttana; perché me l’ha portata?”
Ecco un'interruzione degna di questo nome.
Questo genere di battuta iniziale è la mia preferita; con una battuta del genere, si può veramente mandare uno in corto circuito. Se subito dopo gli si rivolge una qualsiasi domanda, non riuscirà mai più a tornare là da dove era partito.
“No, no! Non è questo che volevo dire...”
“Chi è questa ragazza?”
“Mia figlia”.
“Lei ha costretto sua figlia a prostituirsi!!!”
“No, no! Lei non capisce...”
“E l'ha portata qui, da me! Che schifo!”
“No, no, no! Ha capito male”.
Quest'uomo, che era entrato urlando e ringhiando, adesso mi sta supplicando di capirlo.
Ha completamente cambiato prospettiva: ora non aggredisce più sua figlia, ma si sta difendendo.
Nel frattempo, sua figlia, in cuor suo, si sta facendo matte risate. La scena la diverte moltissimo.
“Beh, cosa vuole che io faccia, allora? Cos'è che vuole?”
Lui allora comincia a spiegarmi cosa voleva.
Quando ha finito, dico: “Lei l'ha portata qui tenendole un braccio piegato dietro la schiena, e l'ha sballottata qua e là. Questo è esattamente il modo in cui vengono trattate le prostitute; ecco cosa le sta insegnando a fare”.
“Beh, io voglio costringerla a...”.
“Oh, 'costringerla'... insegnarle che gli uomini controllano le donne sbatacchiandole qua e là, comandandole a bacchetta, storcendo loro un braccio dietro la schiena e costringendole a fare cose che non vogliono fare. E' così che fanno i protettori. Le resta soltanto da chiederle dei soldi in cambio”.
“No, io non sto facendo questo. E' lei che va a letto col suo ragazzo”.
“Si è fatta pagare?”
“No”.
“Lo ama?”
“E' troppo giovane per poter amare”.
“Forse che non amava lei, suo padre, già da piccolissima?” Ecco che prende forma l'immagine
di lei piccolissima, seduta sulle ginocchia del babbo. Con un'immagine del genere si può mettere nel sacco qualsiasi padre autoritario.
“Mi permetta di farle una domanda. Guardi sua figlia... Non vuole che riesca a provare il sentimento dell'amore, e che viva il comportamento sessuale come una cosa piacevole? La morale di oggi non è più quella di una volta, e lei può benissimo non condividerla. Ma le piacerebbe forse che l'unico modo in cui sua figlia imparasse ad avere rapporti con gli uomini fosse lo stesso che ha avuto con lei, quando l'ha fatta entrare in questa stanza qualche minuto fa? E che aspettasse i venticinque anni per sposare qualcuno che la picchiasse, la sbatacchiasse, la maltrattasse e la costringesse a fare cose che non vuole fare?”
A questo punto il padre non sa più cosa pensare, e allora è il momento di colpire duro. Lo guardi diritto negli occhi, e gli dici: “Non è forse meglio che sua figlia impari ad avere dei rapporti d'amore... anziché imparare a far propria la moralità del primo uomo capace di costringerla a fare ciò che lui vuole? I protettori fanno proprio questo".
Provate a trovare una via d'uscita. Non ce ne sono. Il suo cervello non aveva più modo di tornare indietro al punto di prima. E lui non poteva più comportarsi come un protettore. Non importa se si costringe qualcuno a fare o a non fare qualcosa di “buono” o di “cattivo” che sia. E' il fatto stesso di costringerlo che gli inculca l’abitudine a farsi controllare in qualche modo.
Ma a questo punto il padre autoritario non sa più cosa fare. Ha smesso di fare quel che faceva prima, ma non ha niente da sostituirvi. Devo suggerirgli qualcosa da fare; potrebbe per esempio insegnare a sua figlia qual è il modo in cui un uomo deve comportarsi nei confronti di una donna. Perché allora, se l'esperienza che sua figlia vive con il suo ragazzo è insoddisfacente, lei la interromperà. L'ho messo nel sacco. Sapete cosa significa? Adesso lui deve costruire una solida relazione positiva con sua moglie, ed essere gentile con gli altri membri della famiglia, e fare in modo che sua figlia stia meglio con loro che con quel tizio che le ronza intorno. Che ve ne sembra, come coazione?"
A me sembra un ottimo procedimento.

Per acquistare il libro Guarire Ridendo online clicca qui

Altre informazioni su www.clinicaverde.it

Published in LIBRI
Written by
Read more...

Si sa che in estate, durante le agognate ferie, si ritrova il tempo per dedicarsi un po' di più alla lettura e che, soprattutto, l'oggetto dei nostri interessi "libreschi" può essere il più vario: chi si porta in spiaggia (o in montagna, o dove poserete i vostri santi sederini questa estate) libri importanti, tomi voluminosissimi, i grandi classici, pensando: ho più tempo e quindi stavolta mi sfango tutta Guerra e Pace, Moby Dick o il Don Chisciotte. Eroi dei nostri giorni. Oppure chi si dedica allo studio, quindi via con saggi di geopolitica, ecologia, economia, per cercare di capire un po' meglio quello che accade nel mondo... sempre per lo stesso motivo: durante l'anno c'è poco tempo. Questa scelta ha la controindicazione che a leggere certe cose uno può rovinarsi la giornata, andateci cauti... in fondo siete sempre in vacanza!
Altri decidono di portare con sé libri leggeri, qualche giallo, magari un legal thriller, oppure uno di quei libri di finta saggistica tipo: Come uccidere la suocera e vivere felici...
Questa ultima settimana di Cacao la redazione ha deciso quindi di riproporre alcuni libri presenti nel nostro catalogo, che spaziano negli ambiti più diversi: decidete voi a cosa dedicarvi in vacanza, e se in vacanza non ci andate... cosa leggere davanti al ventilatore.
Cominciamo con un romanzo di Jacopo Fo.

Distruggete la Masanto!
Hanno fatto un errore. Hanno rapito i ragazzi. Che la Grande Madre abbia pietà di loro.

Questo libro è dedicato a Emily Craddock, operatrice radio volontaria sulla barca Atlantic Sunrise di Greenpeace, in missione in Brasile, lungo un fiume dell’Amazzonia.
Difendeva la foresta dal taglio illegale.
La uccidono nel dicembre 2003 alcuni killer ingaggiati dai proprietari di segherie clandestine.
Era nata il 19 gennaio del 1976.
Le donne stanno salvando il mondo.

L'antefatto.
Un gruppo di ragazzi sono in Amazzonia per una spedizione archeologica alla ricerca di un antico tempio della Grande Madre quando vengono rapiti da alcuni banditi. Si capisce subito che il vero scopo del rapimento non è la richiesta del riscatto, i ragazzi stavano per scoprire qualcosa che non doveva essere scoperto...
E in tutto questo cosa c'entra una delle più grandi multinazionali del mondo?
E chi ne è a capo?

Capitolo 13
Cacciatori di anime

Quando Hubert Heidelberg era entrato in quella stanza come amministratore delegato della Masanto International Corporation di Londra, Bob Latius, suo ex compagno di scuola, gli aveva ricordato che i vetri erano infrangibili solo dall'esterno... Era una battuta riferita all'esperienza di un manager che davanti a un gruppo di studenti in visita all'azienda, non aveva trovato niente di meglio da fare che magnificare la qualità dei vetri del suo ufficio.
E, per dimostrare quanto fossero solidi, si era scagliato con una potente spallata contro il vetro blindato, che in effetti non si era rotto. Però tutto l'infisso si era staccato dalla parete e il focoso manager si era trovato a volare giù dal cinquantesimo piano insieme a sei metri quadrati di vetrata.
Forse era una storia inventata ma Heidelberg avrebbe voluto vedere la faccia di uno che sta per morire in un modo così idiota.
Hubert Heidelberg, aveva quarantacinque anni e, dopo venti passati a fare il manager nelle multinazionali, era convinto che il mondo fosse un luogo crudele dove tutti sono pronti a tagliarti una mano e sono disposti a usare una bomba atomica per farlo.
Gli eventi della vita lo avevano convinto che esistono i perdenti e i vincenti. Aveva rinunciato a capire perché lui fosse un vincente.
In fondo i perché non gli interessavano. Era attratto dai come.
Stava seduto al bordo della sua scrivania spaziale in cristallo e legni pregiati, in mezzo a un ufficio grande come tre aule scolastiche, lastricato di tappeti persiani.
Intorno a lui, due segretarie e quattro manager si affannavano per dimostrargli la loro efficienza. Lui ascoltava attentamente e si godeva quella posizione di capo assoluto di un'azienda che valeva più di duecento portaerei e rendeva quanto un bordello con diecimila puttane.
Era arrivato nell'Alta Società.
Non ne esisteva una più alta.
In quel momento, una ragazza mora stava passandogli una pila di fogli da firmare. Siglava ordini di pagamento per milioni di dollari con una stilografica che costava quanto un motoscafo di medie dimensioni. La ragazza era una delle sue segretarie personali. Era una nuova impiegata, si chiamava Adele, era un po' sciocchina ma indossava solo vestitini scollati e quel che si vedeva era abbondante e sodo in maniera imbarazzante.
Aveva licenziato quindicimila dipendenti della Masanto.
Aveva licenziato chiunque non sorridesse quando lo incontrava e chiunque non mostrasse un interesse feroce per il lavoro. Durante i suoi briefing i manager si scannavano per fare bella figura.
E ne valeva la pena. Solo negli ultimi tre mesi aveva distribuito premi per venti milioni di dollari.
Usava gli incentivi come un’arma da guerra. La gente era disposta a tutto per entrare nella lista dei primi della classe.
In sei anni aveva raddoppiato il valore azionario dell'azienda. Lui seguiva la legge dell’Universo: lupo mangia agnello.
Era molto più ben accetto a Dio lui dei buoni supponenti, impagliati e noiosi. Dio odia i buoni che stanno fermi. E li punisce.
La prima regola dell’Universo è: muoviti!
La seconda è: comportati rettamente (dicono).
Ma se sei ligio alla prima legge, sulla seconda Dio chiude un occhio.
E lui non stava mai fermo.

Per acquistare il libro online clicca qui

Published in LIBRI
Written by
Read more...

Dai biscotti alla moda, le storie straordinarie dei prodotti "Made in carcere". Guida a 100 progetti di lavoro "dentro"

Il lavoro è lo strumento più efficace di reinserimento nella società per i detenuti: lo dicono i numeri, lo dice l’esperienza. Già nella Costituzione si riconosce che dalla dignità di un impiego passa la riconquista della libertà, e con essa la probabilità di non delinquere più. Per questo motivo è stato scritto questo libro: per raccontare e sostenere le molte iniziative di lavoro nei penitenziari italiani, siano esse affidate a cooperative o imprese private e pubbliche. Perché far lavorare i detenuti conviene: a loro stessi, alle loro famiglie, alle aziende, a tutti noi.
Ed è incredibile, andate a farvi un giro su tutti i siti citati dalla guida, scoprirete, come è successo a noi, un mondo fantastico.
La Casa Circondariale di Busto Arsizio a Varese, per esempio, produce cioccolato e pasticceria. Il sito è www.dolciliberta.com. Trovate i loro prodotti in 6 punti vendita a Milano e dintorni.
In un capannone-laboratorio di 800 metri quadrati dedicato alla produzione di cioccolato e pasticceria (la Fabbrica di cioccolato di Willy Wonka), trovano impiego 40 detenuti e 6 addetti esterni, con 100 metri quadrati solo per la formazione. Nel laboratorio si producono 700 chili di cioccolato al giorno e 300 chili di pasticceria.
Certo che... mangiare il cioccolato così... da solo... meglio col pane. Il pane lo fa la cooperativa sociale Il Convoglio della Casa Circondariale di Pavia. Dal 1990 la cooperativa produce il pane per tutto il carcere (circa 450 detenuti), col tempo si è sviluppata e ora ha addirittura un negozio dove si trova di tutto e che fornisce anche asili, mense, trattorie. Dal 2007 inoltre la cooperativa gestisce anche un deposito di bici, per smaltire le dolcezze del forno.
E che dire della Fattoria “Al cappone” cha Opera (Milano) e che fa allevamento di quaglie da uova? 800 animali che producono ognuna un uovo al giorno. Sono quaglie giapponesi, quando fanno l'uovo urlano “Banzai!!!”. Trovate ricette e informazioni al sito www.alcappone.it
In quanto a fantasia per i nomi i detenuti si sprecano: che ne dite di Associazione "A Mani Libere" che ha a sua volta creato una cooperativa sociale chiamata "Filare Dritto"? Ovviamente la cooperativa si occupa di lavori con la lana, borse, cappelli, accessori, tappeti e complementi d'arredo e la trovate al sito www.amanilibere.it. Impiega i detenuti e le detenute della casa circondariale di Enna.
E su borse e altri accessori lavora anche Officina Creativa, cooperativa sociale del carcere di Lecce e Trani. Officina Creativa si occupa soprattutto di riciclo, o meglio, come dicono loro di "offrire una possibilità di rinascita non solo ai tessuti e ai materiali che vengono impiegati per realizzare borse e altri accessori, ma anche alle detenute che li confezionano". Il progetto si chiama Made in carcere www.madeincarcere.it
Infine, dal carcere di Verbania e Saluzzo, la cooperativa sociale Divieto di Sosta – Banda Biscotti che produce, appunto, biscotti che trovate in vendita nelle botteghe di Altromercato della zona e che potete vedere qui: ww.bandabiscotti.it
Ma c'è veramente di tutto, un mondo di iniziative: si va dalla coltivazione di fragole in serra, all'ideazione di articoli di design, riparazione hardware, maglioni, case editrici, laboratori teatrali.
Un libro che è anche una guida di viaggio, alla scoperta del lavoro “dentro”.  Perché anche questo è commercio alternativo.
Buona lettura!

Per acquistare online il libro clicca qui

Published in LIBRI
Written by
Read more...

 Ads

Iscriviti alle newsletter di CACAO

E' gratis! Inserisci il tuo indirizzo e-mail nei box qui sotto
 
Iscriviti a Cacao Il Quotidiano delle buone notizie comiche

Iscriviti - cancella



Iscriviti a Cacao della domenica


Iscriviti - cancella

 

 

Leggi la Privacy

Vacanze benessere!

I Video di Alcatraz Channel

Tutti i video della Libera Università di Alcatraz

Comitato Nobel per i disabili Onlus

Nuovo Comitato Il Nobel per i Disabili Onlus
FAI UNA DONAZIONE AL COMITATO

Bonifico Bancario - Vaglia Postale

Ecovillaggio Solare di Alcatraz

 Ecovillaggio Solare di Alcatraz
Vicino ad Alcatraz, in Umbria, stiamo costruendo un ecovillaggio immerso in una valle meravigliosa, silenziosa e incontaminata. Scopri qui il progetto

SITI AFFILIATI AL NOSTRO CIRCUITO

Cacao - Quotidiano di buone notizie comiche:
www.cacaonline.it

Merci Dolci srl:
www.commercioetico.it
www.mercidolci.it
www.energiaarcobaleno.com

Eleonora Albanese:
www.eleonoraalbanese.it

Cacao è una testata giornalistica regolarmente registrata presso il Trib. di Perugia Aut. n° 634 del 21/06/1982
Redazione:
Jacopo Fo, Simone Canova, Gabriella Canova, Maria Cristina Dalbosco
E-Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Domain Register: Associazione Cacao Libera Università di Alcatraz, S. Cristina di Gubbio 53, 06020 (PG) - PI: 00729540542