Progetto Tell Me Alfabetizzazione dei migranti attraverso il teatro
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I libri consigliati da Cacaonline

Non ricordo che anno fosse ma ricordo la mia emozione entrando nella casa dei Fo a Porta Romana a Milano.
“Porta Romana bella…” cantava Giorgio Gaber, e bella lo è davvero, poi a farmi digerire Milano non c’è riuscito neanche Dario che ne è innamoratissimo.
Sto divagando..., allora dicevo, entro in casa, timidissima, ci sono quadri di artisti famosi, statuette, un bassorilievo raffigurante una Madonna, non so più dove guardare. E quello che mi sconvolge proprio è una serie di ritratti di Franca, disegnati credo a carboncino, bellissimi e sotto una firma: Pablo Picasso. La firma è la sua, non ci sono dubbi, la conosco.
Non oso chiedere, e penso: sono pazzi, tengono dei Picasso così, attaccati alle pareti dello studio…
Franca, in quei ritratti fatti con quattro tratti decisi, è naturale e magnifica, non smetto di guardarli. Credo che Jacopo si sia accorto del mio stupore perché si è messo a ridere dicendo: “Sono dei falsi, li ha disegnati mio padre”. “Anche la firma?” chiedo stupidamente, “Sì, pure quella” mi risponde.
Beh, firma o non firma, falsi o meno, sono stupendi…
Mi fa sorridere ora presentarvi questo libro dove Dario ci racconta proprio di lui: Pablo Picasso. Questa volta parliamo di quello vero.
Il libro è edito dalla Franco Cosimo Panini Editore e come tutti gli altri della collana dedicata a Dario Fo (Giotto, Mantegna, Michelangelo) è illustrato con decine di tavole a colori, il testo è a cura di Franca Rame.
Un vero piacere da vedere, da leggere, da regalare.
Buona lettura
Gabriella Canova

Ho inventato Picasso
Come frontespizio alla storia di Pablo Picasso abbiamo scelto questa sua dichiarazione: “Sono venuto al mondo nel 1881, in ottobre, e devo dirlo ero un bimbo molto dotato nella pittura! Ho avuto difficoltà a farmi conoscere all’inizio, come succede a ogni giovane che intraprenda il cammino dell’arte. Poi, sempre con fatica, mi sono fatto apprezzare, quindi più tardi ho compiuto la più importante delle mie azioni: ho inventato Picasso.
Sono stato fortunato, la sorte mi ha regalato come primo insegnante di pittura nientemeno che mio padre, don José, professore all’Accademia di Belle Arti di Malaga. Ero ancora un ragazzino quando mio padre rimase letteralmente sconvolto nello scoprire una mia pittura – di cui lui stesso mi aveva dettato il tema – un dipinto di fattura talmente straordinaria da mandarlo in crisi. Nello stesso giorno mio padre decise di regalarmi la sua tavolozza, le tele e i colori e da allora non dipinse più.
Da subito ho imparato ad amare i grandi pittori antichi, pittori del mio Paese: Velàsquez, El Greco e Goya, quest’ultimo famoso per la Maja vestida e la Maya desnuda.
A proposito di questo stupendo doppio ritratto di donna mi sono subito chiesto: “Ma perché, dopo aver dipinto questa sua innamorata dolcemente sdraiata su una chaise-longue, indossante un abito così raffinato, Goya l’ha poi spogliata nuda nello stesso atteggiamento mostrandola così a tutta la città? E’ semplice, Francisco amava questa donna più di ogni altra creatura al mondo, quindi l’ha mostrata ignuda non perché volesse vendicarsi e punirla per essere stato tradito e abbandonato, come pensano stupidamente certi eruditi commentatori, ma per farle un grande dono. Denudarla perché ognuno potesse rendersi conto per intero di quanto fosse impossibile non perdere la testa per lei”.
Non capita tutti i giorni di incontrare Venere in persona!
A proposito di opere sublimi Pablo soleva ripetere un paradossale concetto: “La mediocrità di un pittore si misura osservando come faccia propria l’opera di un grande artista. Quasi sempre il pittore in questione dichiara di non copiare l’opera del grande maestro, ma di ispirarsi a lui. Ed è qui la stupida banalità; infatti un pittore di grande qualità – e scusate se io mi permetto di pensare di essere uno di quelli – non si limita mai a tradurre l’emozione che gli procura un grande maestro, ma si prende tutto intero il suo dipinto: colori, forme, linguaggio, e si porta via anche la cornice se scopre che è di valore”.

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Italia, popolo di santi, poeti, navigatori e aggiungerei: scrittori.
Quest’estate si è tenuto ad Alcatraz il seminario con Stefano Benni sulla Voce Narrante. Per la prima volta non me ne occupavo in prima persona e il tutoraggio era in mano alla magnifica Viviana Dominici, che ha fatto un lavoro veramente straordinario.
Durante il seminario mi è stato chiesto di tenere una lezione sull’editoria e l’editing e il risultato sono state due ore di botta e risposta molto interessanti.
Molti dei partecipanti avevano il loro romanzo nel cassetto o in punta di penna ma i dubbi, le paure sono veramente molti.
Si parte proprio dall’editing. Sappiamo tutti che far leggere i nostri scritti agli amici serve alla nostra autostima ma non è utile per il libro stesso. Tutti ci diranno: Bene! Bravo! E proprio perché ci si vuole bene si glisserà su qualche intoppo di scrittura, qualche personaggio malriuscito, ecc.
L’editing di un’opera, sia essa saggio o romanzo, è fondamentale. Far leggere a qualcuno di estraneo e preparato il nostro scritto ci dà la misura del nostro lavoro.
Ricordo che, arrivata da poco in vacanza ad Alcatraz, Jacopo mi diede da leggere il suo “Lo Zen e l’arte di scopare”,  freschissimo di stampa; qualche giorno dopo mi chiese cosa ne pensassi e io risposi: “Bello, c’è qualche intoppo di scrittura e alcuni passaggi non li ho capiti bene, ma nel complesso è fantastico!”
Jacopo mi guardò e disse: “No, mia cara, adesso mi dici dove e come ci sono i difetti che hai detto!”
Ok, presi una matita e segnai tutti i punti che secondo me andavano corretti, continuando a ripetere: “ma la vedo io così … magari invece va benissimo …” e Jacopo rispose: “Se non li hai capiti tu non li hanno capiti neanche altri, quindi vanno spiegati meglio, grazie!”
Non ho mai capito se mi aveva fatto un complimento... fatto sta che iniziava così, vent’anni fa, la mia carriera di editor.
Avevo paura che Jacopo si offendesse per le mie pignolerie e invece fu proprio il contrario! Difendeva la sua opera ma era contentissimo che ci fosse un interlocutore attento e critico. Lo vidi strappare e riscrivere da capo un articolo solo perché chi lo lesse prima della pubblicazione disse: “Bello, ma non è molto divertente…”
D’altra parte era abituato così in famiglia: Dario scriveva le sue commedie d’estate e le presentava in anteprima a uno strettissimo gruppo di amici. Se le risate o l’emozione non erano quelle che Dario si aspettava, la commedia finiva dentro a un cassetto o veniva totalmente rimaneggiata. Franca, oltre che autrice e magnifica scrittrice, è un editor straordinario proprio perché ha spulciato anche le virgole degli scritti di Dario: come dice sempre Jacopo, la nostra maestra è anche la regina dei congiuntivi!

L’editor è colui che si accorge che la nonna morta al terzo capitolo dice la frase risolutiva del racconto al decimo… scriveva qualcuno. Sì, proprio questo, un buon editor non stravolge l’opera di chi scrive, si limita a segnare gli intoppi, le incongruenze, i salti temporali, gli errori di ortografia, ecc. ma rimane fedele al testo dell’autore. Questa era una delle paure evidenziate durante quella lezione al seminario di Benni quest’estate; alcuni chiedevano: “Ma se poi all’editor non piace quello che scrivo e vuole cambiarlo?” Ma non è compito dell’editor farsi piacere il vostro scritto, lui può farvi delle proposte perché il narrato scorra meglio, ma l’opera è di chi scrive e stop.

Dopo quella lezione e dopo aver sentito le numerose domande mi sono resa conto che sul ruolo dell'editor e sull’editoria in genere regna una grande confusione. Negli anni mi sono anche trovata a leggere cose bellissime scritte da gente che non sapeva come e a chi rivolgersi per pubblicare il proprio testo. D’altra parte ho letto racconti scritti male ma con un’idea bella di fondo a cui sarebbe bastato poco per volare, o ancora bellissime scritture con idee deboli. Magnifico mondo quello di chi scrive... Onoro chi investe tempo ed energia per produrre storie che possono essere lette da altri, trovo che sia un dono magnifico. La scrittura è sì creatività ma anche grande lavoro di cesello, di artigianato, di rilettura, di correzione, di tagli... I grandi scrittori vi diranno che le loro opere sono state scritte di getto in un primo momento ma poi elaborate, rilette, tagliate, riviste, fatte sedimentare… come un artista che dopo l’abbozzo di una scultura o di un quadro poi passa alla rifinitura e lì c’è mestiere e tecnica.

Mi piacerebbe continuare a parlarne: avete domande, curiosità, aneddoti? Mandatemeli a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Volete un giudizio sulla vostra opera? Scrivetemi e vediamo insieme cosa possiamo fare, cercando di capire anche il livello di lavoro di cui avete necessità.
Possiamo fare una lettura veloce, con una valutazione generale dello scritto, oppure un editing approfondito con tutte le osservazione all’interno del testo e una scheda generale di valutazione; e possiamo anche fare l’impaginazione del testo e consegnarvi un file pdf pronto per la tipografia, oppure preparavi le schede da presentare alle case editrici. Mettiamo, noi di Merci Dolci, al servizio di chi vuole la nostra esperienza, il prezzo del servizio sarà valutato caso per caso.
Un grande abbraccio a tutti
Gabriella

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E’ tornato!!!
Dopo quasi vent’anni siamo lietissimi di presentarvi la nuova edizione, riveduta, corretta e aggiornata de La Vera Storia del Mondo di Jacopo Fo.
Con molte illustrazioni a colori, il nostro libro più amato torna con una nuova copertina e un sacco di storie mai raccontate.
Come sono state costruite le piramidi?
Perché le donne hanno le tette?
Chi erano i Seminole, i nativi americani che non si arresero ai colonizzatori?
Indice analitico, cronologia e migliaia di fonti. Se sei uno studente potrai fare un figurone con i tuoi insegnanti raccontando quello che neanche loro conoscono.
Imperdibile!

Capitolo Primo
Breve riassunto dei fatti dall’età della pietra a oggi
I manuali scolastici dedicano pochissimo spazio all’inizio dell’avventura umana. Là dove non ci sono nomi di re e date da imparare a memoria, sembra ci sia poco da apprendere: la storia, si dice, comincia con la scrittura. Non sufficiente attenzione è data poi al peso che ebbero le innovazioni tecniche.
Cerchiamo qui di riequilibrare la situazione, occupandoci dei meccanismi che fin dai primordi hanno determinato l’evoluzione umana.

PERCHE' LE DONNE HANNO LE TETTE?
Come mai le scimmie persero il pelo e diventarono umane?
Questa vi sembrerà forse una domanda stupida. Invece una domanda così superficiale ha dei risvolti profondissimi. Innanzi tutto una cosa è innegabile: le tette esistono ma le hanno solo le donne. “Idiota”, dirai tu, “è chiaro che gli uomini non le hanno, visto che non allattano”. Indiscutibile ma non pertinente.
Dicendo che le donne sono le sole ad avere le tette intendevo dire che sono le uniche mammifere ad avere le tette. No, le altre mammifere non hanno le tette. Hanno i capezzoli, sì. Hanno le ghiandole mammarie, sì. Allattano, sì.
Ma siamo seri, non mi direte che le mucche hanno le tette e neanche quelle delle scimmie si possono definire “tette”. Quando dico tette dico tette. Cioè quella protuberanza curvilinea, morbidamente imbottita, ondeggiante, traspirante, piena, soffice, ammiccante. Tette tettose insomma. Allora, da dove vengono? Perché solo le donne ce le hanno?
Cogli il senso della domanda?
Beh, la storiografia e i paraponzi di tutte le megauniversità del mondo non sono ancora riusciti a dirci da dove vengano queste realtà biologiche. Le posizioni attualmente sono due. Da una parte, alcuni scienziati sostengono che non c’è motivo di preoccuparsi per il fatto che le donne hanno le tette, non c’è pericolo che esplodano, non sono infettive e non mordono. L’altro fronte dei luminari va oltre. Le donne hanno le tette perché agli uomini piacciono le tette.
E vi prego di riflettere su questa seconda posizione. Essa supera l’annoso problema: “è nato prima l’uovo o la gallina”... Cioè: agli uomini piacevano già le tette prima che le donne le avessero. Precognizione? Desiderio embrionale? Telecinesi? Invidia del pene?
Magari salta fuori che le tette sono un ideale biologico precompresso, insito negli archetipi del DNA presente già nei protomammiferi. Le specie animali, tutte, hanno come obiettivo finale, come scopo evolutivo, le tette. Anche le cagne volevano farsele crescere perché sanno che i cani le adorano, solo che non ci sono riuscite.
Invece le donne hanno raggiunto il traguardo.
Beh, non esageriamo, amatissimi lettori, in effetti le pupe non son le sole a essere munite di ‘respingenti molleggiati’.
Già, la verità è che anche le sirene le hanno. No, non le sirene mitiche hollywoodiane: esistono delle specie di trichechi marini che hanno simil tette (i lamantini).
Pare che da questi esseri focheschi i marinai antichi, ottenebrati da sole e astinenza, abbiano tratto l’idea delle mitiche sirene.
Seguendo questa traccia scopriamo una serie di cose interessanti.
Le donne, e anche gli uomini, sono gli unici mammiferi di terra ad avere una serie di cose in comune con i mammiferi acquatici.
1. Seni - in alcuni casi.
2. Assenza della pelliccia.
3. Abbondante strato di grasso sottocutaneo.
4. Lacrimazione oculare salina.1
5. Naso a sifone (l’acqua non entra in immersione).
6. Labbra carnose (imbottite anch’esse per ottenere la chiusura ermetica
della bocca).
7. Regolazione volontaria della respirazione.
Ci sarà un motivo se le cose stanno così? La natura fa tutto per un preciso motivo e non spreca i suoi talenti; ad esempio, non dà le macchine da scrivere agli elefanti perché sa che le romperebbero.
Allora cosa ci suggeriscono queste informazioni?
Che l’umanità ha trascorso un periodo di qualche milione di anni sulle rive di un mare tiepido, passando in acqua la maggior parte del tempo (i nostri antenati scimmie non vivevano in acqua come i pesci, però vi passavano parecchie ore al giorno, sia perché così stavano al sicuro sia perché faceva un caldo bestiale).
In questo periodo l’umanità avrebbe completato quella complessa evoluzione dalla scimmia all’uomo.
Lo so che sai esattamente chi è l’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia e che se vengo a trovarti me lo puoi anche presentare... ma ti garantisco che da un certo punto di vista il problema è più complesso.
Infatti avrai letto sui giornali, negli ultimi anni, un continuo accapigliarsi di studiosi che si contendono il primato di aver trovato questo benedetto anello di congiunzione. Il problema sta proprio lì. In realtà si brancola nel buio. Fino a un certo punto è scimmia poi, dopo un periodo misterioso, trak! appare
l’uomo. Perché?
Semplice. L’umanità si è trasferita in riva al mare e là le ossa non si conservano.
Elementare! Spiega tutto. Spiega anche le tette. Le donne stavano in acqua, avevano bisogno di uno strato adiposo per isolare termicamente le ghiandole mammarie dagli sbalzi di temperatura. E servivano belle elastiche perché i neonati potessero succhiare il latte in acqua senza bersi tutto l’oceano.
Si spiega anche perché le nostre labbra siano a chiusura ermetica. Se tieni la bocca chiusa sott’acqua, questa non ti entra in bocca. Prova un po’ a farlo fare a un cane.
Resta un ultimo problema. Perché l’umanità è entrata in acqua?
Ora prova a immaginare di essere su un bell’albero nella foresta vergine, in un paio di milioni di anni scoppia un caldo boia e gli alberi di albicocche seccano.
Così tu e il tuo branco decidete di spostarvi in cerca di un po’ di fresco e ciliegie. Lungo la strada una torma di tigri vi assale. Siete in riva al mare. Che fate? Ma diamine! Vi buttate in acqua, no?
Stando in piedi (siete quadrupedi ma come tutte le scimmie potete stare anche in posizione eretta) potete arrivare molto più in là di una tigre, che si trova subito a non toccare. Così voi vi salvate la pelle perché le tigri non sono brave a nuotare e lottare allo stesso tempo.
Beh. Tutto chiaro, no!?
Non è geniale?!?
Io mi chiedo come i testoni in cattedra non lo abbiano già capito. E guardate che non è una pensata che mi è venuta negli ultimi dieci minuti. Non è neanche un’idea mia. L’ho letta su un libro. È di una certa signora Elaine Morgan, una giornalista inglese.
Documentatissima.
Spiega queste cose in circa trecento pagine...

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La vera storia del mondo Jacopo Fo

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“Questo libro documenta la guerra in atto contro la Terra e i suoi abitanti, ma anche la lotta in sua difesa, per il diritto dei popoli a godere del suolo e dell’acqua, delle foreste, delle sementi e della biodiversità. Spiega come le nostre residue speranze di sopravvivenza dipendano dal passaggio a un paradigma basato sul un’economia, una politica e una cultura della Terra. Fare pace con la Terra è un imperativo per la sopravvivenza e per la libertà.”

Così presenta il suo libro la stessa Vandana Shiva, un nome noto a chiunque si interessi di ecologia.
E’ diventata una delle più importanti testimonial delle lotte per la difesa dell’ecosistema, contro il saccheggio delle risorse naturali che le grandi corporation da tempo perseguono senza alcun rispetto per le popolazioni né per i luoghi.
Vicepresidente di Slow Food, nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award, il premio Nobel alternativo. E' tra i principali leader dell'International Forum on Globalization.
Tra le sue battaglie, che l'hanno resa famosa anche in Europa, vi è quella contro gli OGM e la loro introduzione in India.
Il libro che vi andiamo a presentare questa settimana è Fare Pace con la terra, edito da Feltrinelli.
Seguendo il celebre aforisma di Gandhi che dice che “La Terra è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di alcune persone”, il libro fa il punto sullo stato dello scontro tra la logica del profitto a ogni costo delle grandi multinazionali e i bisogni delle popolazioni che vivono sul territorio.
Ve ne riportiamo un brano. Buona lettura.

Guerre alimentari
Le origini della crisi alimentare e le soluzioni per una giustizia e una pace alimentari.

Introduzione
La crisi alimentare è l’effetto di una guerra alimentare. La guerra alimentare è, innanzitutto, una guerra tra paradigmi: tra un modello industriale e uno ecologico, ma è guerra anche perché nega a un miliardo di persone affamate il diritto al cibo e ad altri due miliardi di persone, che offrono di malattie legate al cibo, il diritto a un’alimentazione sana. E’ una guerra contro i contadini, che vedono distrutta la loro vita, insieme ai mezzi di sussistenza. Ed è una guerra contro il pianeta, nella misura in cui a essere distrutti sono il suolo, la biodiversità, l’acqua. Gli strumenti di questa guerra contro la Terra operano sul campo e, insieme, sulle menti.
La crisi alimentare incarna e illustra le molteplici crisi della nostra epoca: quella finanziaria, quella energetica, la crisi legata al clima, la crisi dell’acqua, della biodiversità, della salute e della nutrizione, la crisi dell’occupazione e quella della democrazia.
La crisi alimentare ha già condannato un miliardo di persone alla fame permanente e strutturale, e altri due miliardi a malattie come obesità, diabete e ipertensione. E se le tendenze attuali si manterranno invariate, l’emergenza alimentare si aggraverà, colpendo altri miliardi di persone.
L’emergenza e la crisi alimentari sono dovute, secondo me, a tre importanti cause.
In primo luogo, l’appropriazione e la distruzione, da parte delle corporation, dei doni della natura fondamentali per la  produzione di alimenti (suolo e terra, acqua, sementi e biodiversità) ai fini dell’agricoltura industrializzata e globale, controllata e promossa dalle corporation stesse.
In secondo luogo, il sistema inefficiente e inquinante della produzione alimentare industriale, fondato sull’impiego intensivo di sostanze chimiche, carburanti fossili e capitali, che distrugge da un lato il capitale della natura e dall’altro quello della società, sradicando le piccole fattorie e distruggendo la salute.
Le piccole aziende agricole forniscono il 70 per cento del cibo mondiale, eppure vengono distrutte con la scusa del basso rendimento. L’88 per cento del cibo viene consumato nella stessa eco-regione o area in cui viene prodotto. L’industrializzazione e la globalizzazione sono l’eccezione, non la regola. E dove le piccole aziende agricole e le economie alimentari locali non sono state ancora distrutte dall’industrializzazione, la biodiversità e il cibo continuano a dare da vivere alle popolazioni. La biodiversità agricola viene salvaguardata dai piccoli contadini. Come riferisce il rapporto del gruppo ETC, “i piccoli contadini allevano e curano 40 specie di animali e quasi 8000 varietà di piante. Coltivano, inoltre, 5000 varietà agricole domestiche e hanno donato più di 1,9 milioni di varietà alle banche genetiche mondiali. Gli allevatori ittici hanno raccolto e protetto più di 15.000 specie d’acqua dolce. Il lavoro di contadini e allevatori a salvaguardia della fertilità del suolo è diciotto volte più efficace dei fertilizzanti sintetici forniti dalle sette maggiori corporation”.
Quando questo sistema alimentare ricco di biodiversità viene sostituito da monoculture industriali, e il cibo mercificato, le conseguenze sono fame e malnutrizione. Degli attuali 6,6 miliardi di esseri umani sulla Terra, sono circa un miliardo quelli che non hanno cibo a sufficienza; e un miliardo sono quelli che hanno abbastanza calorie, ma un nutrimento insufficiente, soprattutto in termini di micronutrienti. Un miliardo e trecento milioni sono gli obesi, malnutriti perché costretti a cibi industriali, poveri di sostanze nutritive, ma ricchi di calorie e artificialmente poco costosi. Metà della popolazione mondiale è vittima di fame strutturale e di ingiustizia alimentare. Nel corso della storia, la fame era sempre causata da fattori esterni: guerre e calamità naturali. Era circoscritta nello spazio e nel tempo. La fame di oggi è permanente e globale, E’ preordinata. Ciò non significa che chi governa i sistemi alimentari attuali la crei intenzionalmente. Significa che la fame è implicita nel sistema di produzione industriale e di distribuzione globale del cibo creato dalle corporation.
….
La terza causa della fame è da cercare nella globalizzazione e nella mercificazione dei sistemi alimentari. La globalizzazione dell’agricoltura industriale, che si accompagna all’appropriazione dell’agricoltura da parte delle corporation sta ulteriormente accelerando la diffusione della fame.
(Continua)

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Carissimi, questa settimana lasciamo la parola a Dario Fo e a Giuseppina Manin e al loro nuovo libro: Il Paese dei Misteri Buffi, edito da Guanda.
La retrocopertina è laconica: “Infiniti sono i misteri buffi di questo Paese, ma il vero mistero buffo sono gli italiani”.
Non è la prima volta che il nostro amato premio Nobel incontra la giornalista del Corriere della Sera Giuseppina Manin e le loro conversazioni sono sempre state molto interessanti e divertenti, come questa di cui vi anticipiamo un brano.
Buona lettura!

Prologo

Caro Dario,
era il 1969 quando, in un’aula dell’Università Statale di Milano, portasti in scena per la prima volta quel tuo Mistero Buffo nato per irridere i santi e i fanti secondo lo stile delle sacre rappresentazioni medievali, secondo lo sguardo dei diseredati, dei dimenticati. Una rivoluzione copernicana della storia e del linguaggio teatrale destinata a girare tutto il mondo, a conquistare platee nostrane ed esotiche, dall’Africa alla Cina, dal Sudamerica all’Australia. Fino a quella più esigente e inattesa di tutte, i serissimi giurati dell’Accademia di Stoccolma, che travolti dalla forza comica e narrativa del tuo grammelot, nel 1997 ti assegnarono il più folle e audace dei Nobel per la letteratura. Con il passar degli anni il Mistero è cresciuto, si è moltiplicato. Molte storie si sono aggiunte, attinte come sempre avete fatto tu e Franca Rame dalla cronaca “di giornata”, modificando i canovacci, aggiornandoli in diretta, sera dopo sera. Ma con il tempo gli eventi sono diventati sempre più vorticosi. I santi sempre più rari, mentre fanti e fantocci hanno prolificato come conigli. Guardando indietro, gli ultimi decenni evocano forsennate sarabande, visioni di infernali gironi di dannati. A questo nostro disgraziato Paese nulla sembra esser stato risparmiato. La mutazione antropologica che aveva previsto Pasolini si è compiuta, ogni valore, etico ed estetico, è allo sbando. Oltre ogni crisi di nervi e d’identità. Dibattuti tra lo sprofondare in un cupo baratro o tentare con fatica e coraggio di rialzarci, di ritrovare perduti meriti, antica dignità. Per tutto questo oggi, a quasi mezzo secolo da quel primo Mistero, sarebbe bello riprenderne le fila, ripensare ai tanti altri “misteri”, pochissimo buffi ma terribili e grotteschi, che ci hanno scosso, minato, devastato, proprio a partire da quel post ’68 così pieno di promesse e speranze.
Caro Dario, ripartiamo insieme da un viaggio nella memoria. Senza pretese storiche né sociologiche, solo con il gusto e la filosofia scanzonata del giullare che racconta a modo suo di un’Italia di nuovo “nave senza nocchiere in gran tempesta”. Quando ai versi che seguono, “non donna di province ma bordello”, lascerei perdere.
Giuseppina Manin

Cara Giuseppina,
la tua idea mi piace. Il tema è fin troppo vasto, ambizioso, tentatore. L’ultimo mezzo secolo è tale impasto di follie, menzogne, orrori, bassezze… Scandali e stragi, organizzazioni criminali pubbliche e private, traffici e infamie indegne, truffalderie ciniche che hanno rovinato milioni di cittadini oltre che la nostra reputazione nel mondo intero. Misteri tanti. Buffi pochissimi. Risolti nessuno. Una sarabanda di storie satiriche e tragiche insieme, dove personaggi degni di tutto rispetto si intrecciano con altri cialtroni, ruffiani, mezze calzette da comprare –vendere al mercato delle vacche. Donnette disposte a tutto e donne di grande coraggio. Uomini degni di questo nome, ma anche uominicchi e quaquaraquà di sciasciana memoria. Politici disposti a passare da uno schieramento all’altro alla prima offerta speciale. Sempre proni davanti al potente di turno. Insomma un parterre degno di una sequenza di giullarate.
Per quanto riguarda il metodo, preferirei non seguire una sequenza logica o cronologica, ma piuttosto andare allo scarampazzo, cioè improvvisando gli andamenti a seconda dello spasso che ogni storia riesce a procurarci. Per cercare di offrire uno spaccato di verità fra tante menzogne. Per recuperare qualche manciata di orgoglio e dignità- Già, perché bisogna provarla la mortificazione che produce il ritrovarsi all’estero e alla parola “italiano” veder spuntare immancabilmente sulle facce degli abitanti del luogo sorrisi misti di pietà e disprezzo, seguiti dall’immancabile domanda: “Ma voi come avete fatto a sopportare certi scandali, un Governo riunito intorno a una specie di satrapo, oltretutto barzellettiere triviale…?” Come ve la cavate con le ruberie e menzogne organizzate in spregio alla vostra intelligenza da politici che hanno imposto leggi ad hoc a unico vantaggio di colui che le ha fatte promanare a colpi di fiducia e decreti legge? E poi il riemergere della massoneria e delle caste criminali… Ma voi, come potete accettare tutto ciò senza batter ciglio, senza ribellarvi?”
Ehi, fratelli d’Europa, attenti, andateci piano con i luoghi comuni dell’italiota tira a campà, piagni e fotti! Fate attenzione, “italiano” vuol dire anche imprevedibile. Da noi all’istante tutto si può ribaltare e voilà! Quando tutti erano ormai convinti che nel pantano fossimo fino al collo, anzi ormai sommersi a fare glu glu, ecco che nella primavera 2011 qui da noi esplode un vero e proprio ribaltone politico-morale. Ci sono le elezioni amministrative e, inatteso, appare un movimento, con a capo i naviganti di internet, gli arancioni, le donne e gli eterni indecisi risvegliati all’istante, che mandano allo sballo totale Berlusconi, Bossi e i loro seguaci. Di botto ridotti come pugili suonati messi KO. Neanche il tempo di prender fiato e parte il referendum sull’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento, sfide considerate velleitarie e perdute da tutti, a cominciare dai Democratici di sinistra e dai disgustati della politica che si battono sì, ma con poca speranza.
E invece miracolo! E miracolissimo pure le firme per il referendum successivo, per una nuova legge elettorale. Per tutta la destra parafascista, uno sconquasso. La prima vittoria per gli sfigati di sempre. E il seguito non si è fatto attendere. Perché tra i tanti misteri di questo Paese vessato, umiliato, deriso, quello davvero degno della maiuscola è proprio il suo popolo. Che al di là delle apparenze, l’aver dato credito più di una volta a imbonitori e furbastri, l’essersi fatto imbesuire da un cinico Volpone che sottoscriveva contratti fasulli in tv, si è di colpo ridestato dalla narcosi di massa con cui era stato stordito per tanti anni, Una rinascita ormai inaspettata, lenta ma costante, come quando si esce da una lunga malattia. Di nuovo pronti a reagire, a far fronte a ogni tempesta, a uscirne più forti e migliori di prima. Alla fine, il vero Mistero Buffo dell’Italia sono gli italiani.

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La crisi economica come abbiamo mille volte ripetuto è una crisi di sistema. Le risorse e i soldi ci sono ma vengono buttati dalla finestra (500 miliardi all’anno tra evasione fiscale, burocrazia folle, sprechi, corruzione, economia mafiosa).
E i cibi in via di scadenza buttati, solo in Italia, darebbero da mangiare a 40 milioni di persone per tutto l’anno.
Esiste da tempo un movimento di persone che rifiutano il consumismo in modo radicale e vivono sfruttando tutti gli sprechi e le gratuità offerti dal sistema a dimostrazione dell’esistenza di uno stile di vita opulento e sprecone. Ma senza arrivare a questi radicalismi sarebbe utile che tutti si rendessero conto di quanto potrebbe cambiare il nostro modo di consumare, privilegiando il baratto, il riuso, il riciclo e tutte le esperienze straordinarie che possiamo fare a costo zero. Non è vero che le cose migliori sono anche care. Possiamo consumare prodotti eccellenti a costo zero.
Ad esempio Isa Grassano ha realizzato un bel libro nel quale raccoglie una serie di itinerari turistici, culturali e gastronomici, che non prevedono il pagamento di un corrispettivo.
Ad esempio a Gualdo (Macerata) puoi approfittare della fiera Lo stivale dei formaggi, durante la quale assaggiare i formaggi più disparati e vedere anche come si realizzano, oltre a godere di conferenze sulla cultura del formaggio, spettacoli teatrali e musicali.
Puoi tuffarti nell’acqua calda delle terme libere di Toscana, imparare l’arte di attaccare un bottone a Sant’Arcangelo di Romagna, godersi l’Italia in Miniatura il giorno del tuo compleanno (ricordarsi di portare la carta d’identità per dimostrare che è proprio il giorno del tuo compleanno), leggere quotidiani e riviste alla sala Borsa di Bologna…
Il libro è anche un’interessante antologia che raccontata di luoghi, opere d’arte, eventi, sagre e riti, particolari e poco conosciuti.
Questo censimento di esperienze notevoli e piacevoli potrebbe essere un primo passo verso la costruzione di una Mappa delle Gratuità, del Regalo e dei Liberi Accessi.
È il Sistema dei Consumi ad essere in crisi. Sta crollando. Non solo produce guerre, fame e ingiustizie, non sta neanche in piedi economicamente… Semplicemente è una truffa!
Abbiamo la splendida opportunità di inventare un nuovo sistema. E nella progettazione del mondo futuro possiamo inserire la coscienza che il lusso non deve per forza costare un occhio della testa. Alcune delle cose migliori della vita non hanno nessun prezzo. Ad esempio non si paga nulla per godere di un vero amore, del tramonto e del mare…
Gratis è bello!
Isa Grassano, 101 cose divertenti insolite e curiose da fare gratis in Italia almeno una volta nella vita Newton Compton Editori euro 9,90
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Carissimi,
questa settimana vi presentiamo il nuovo libro di Marco Boschini: Viaggio nell’Italia della buona politica. I piccoli comuni virtuosi.

Questo libro racconta l’Italia che ci piace, composta da migliaia di cittadini e amministratori pubblici che quotidianamente realizzano una buona politica nei loro comuni, dove non esistono auto blu ma rifiuti zero, mobilità sostenibile, risparmio energetico e nuovi stili di vita.
Conosciamo Marco Boschini da molti anni, è assessore all’urbanistica, ambiente e patrimonio del comune di Colorno, in provincia di Parma, ma dire solo questo è, nei suoi confronti, decisamente riduttivo.
Marco è alto, porta gli occhiali e i capelli corti, sembra il classico bravo ragazzo, magari anche un po’ timido, del genere che piace tanto alle mamme perché bello e con l’aria affidabile. Dietro quest’immagine quasi angelica si nasconde una determinazione e una tigna che neanche Hulk e Superman messi insieme... Di giorno fa l’educatore in un centro per bambini, di sera mette il costume ecologico e discute in consiglio comunale di acqua pubblica e risparmio energetico, di notte scrive sul blog del Fatto Quotidiano di buone pratiche.
Trova anche il tempo per scrivere libri dove ci racconta in modo piacevole e preciso della sua esperienza nell’Associazione Comuni Virtuosi, nata su iniziativa di quattro comuni nel maggio del 2005, presso la sala consiliare del Municipio di Vezzano Ligure (SP).
I comuni che sentono per primi l'esigenza di scambiarsi esperienze concrete e condividerle con altri sono: Monsano (AN), Colorno (PR), Melpignano (LE) e, appunto, Vezzano Ligure (SP).
Oggi i comuni iscritti formalmente alla rete sono diventati 56, sparsi in tutto il territorio italiano, a dimostrazione che le buone prassi sono in corso di realizzazione un po’ ovunque, lungo lo stivale (http://www.comunivirtuosi.org/).
Quando abbiamo conosciuto Marco, l’Associazione era solo un’idea e vi riporto come descrive lui l’inizio della sua avventura. La racconta bene, così come in tutto il libro la narrazione scorre e fa bene al cuore, perché come diceva Gene Wilder in Frankestein jr.: SI PUO’ FAREEEEE
Grazie Marco, proprio di tutto.

Metti quattro amministratori…
Brevi cenni sulla nascita dei Comuni Virtuosi

Arrivo a Santa Cristina, sulle colline tra Gubbio e Perugia in un pomeriggio d’estate del 2004.
(…) Da qualche tempo Alcatraz è diventato un crocevia delle ecotecnologie: si organizzano corsi e seminari, si sperimentano azioni e prodotti in grado di abbattere i consumi energetici, si studiano modi per contagiare a tutti i livelli le comunità locali. Franca Rame, Dario Fo e il figlio Jacopo hanno scelto il piccolo comune di Monsano, in provincia di Ancona, come luogo dove lanciare qualche sasso nello stagno. L’idea è quella di dimostrare, aprendo un cantiere delle buone pratiche nella piccola comunità marchigiana (poco più di 3200 abitanti su una collinetta che domina i comuni confinanti), che è possibile invertire la rotta di una società che pare destinata a schiantarsi contro il muro del prodotto interno lordo, del profitto a tutti i costi, del mero arricchimento personale…
A Monsano, grazie all’allora sindaco Sandro Sbarbati (che di mestiere fa il venditore di trattori e macchine agricole in tutta Italia), si attivano diversi gruppi di acquisto per la vendita di prodotti sfusi e alla spina. Il parco automezzi del comune inizia a viaggiare a biodiesel, e alcuno giovani del paese mettono in piedi una cooperativa sociale che si occupa di tenere le fila del progetto, promuovere gli incontri nel territorio, raccogliere le iscrizioni e ordini, gestire e distribuire la merce a basso impatto ambientale.
Alcuni mass media si accorgono di loro, grazie all’intervento del premio Nobel Dario Fo la piccola Monsano sale agli onori della cronaca nazionale e il villaggio di Alcatraz, per l’appunto, comincia a proporre corsi per gli amministratori di tutta Italia con lo scopo di replicare quell’esperienza potenzialmente ovunque.
E’ in una di quelle occasioni che incontro per la prima volta Luca Fioretti, allora giovane consigliere comunale al seguito del sindaco Sbarbati, e un’altra decina di amministratori provenienti dalle più impensabili e sconosciute parti d’Italia. Provengono tutti da piccoli o piccolissimi centri e borghi, non fanno politica di professione e anagraficamente viaggiano abbondantemente al di sotto dei cinquant’anni. Non assomigliano per niente, insomma, ai politici che sono abituato a vedere in televisione.
In quel contesto sono comunque il più giovane di tutti, e anche quello con meno gradi: consigliere comunale semplice, per giunta in opposizione, del comune di Colorno, una cittadina di 9000 abitanti alle porte di Parma…

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Cari amici,
in questo numero di Cacao apriamo ufficialmente le celebrazioni e i festeggiamenti per i compleanni di Dario e Jacopo Fo. Per tutto il mese di marzo Commercioetico.it propone offerte, sconti e promozioni sui loro libri e sui dvd. 10% di sconto sui libri di Dario, un dvd in regalo per ogni dvd ordinato e i libri di Jacopo autografati con dedica animillesca. In più ci sono le confezioni di dvd scontate ancora più scontate!
Oggi parliamo del libro+dvd “Dio è nero”, di cui pubblichiamo un breve estratto. Buona lettura e buon compleanno Fo!

Dialogo fra due esseri umani
In proscenio esce Dario che si rivolge direttamente al pubblico.

Prima di iniziare voglio mostravi proiettate sullo schermo le immagini di quello che forse si può chiamare il primo dipinto realizzato da un uomo. Si tratta della sequenza di animali ritrovati nella famosa grotta di Trois-Frères, nel sud-ovest della Francia, eseguita su pareti rupestri. La pittura risale a circa tredicimila anni avanti Cristo, un'epoca di quasi cento secoli prima che avesse inizio l'età del bronzo. Su questi dipinti sono rappresentati vari tipi di caprini e bisonti e in mezzo appare anche qualche cacciatore, ma la cosa curiosa è che alcuni di loro sono travestiti da capre e calzano in volto maschere da quadrupedi e hanno il coperto da una pelliccia caprina. Quindi in una sola immagine noi abbiamo la descrizione di come, fra i metodi della caccia, gli uomini avessero inserito anche quelli del camuffamento, il tutto per riuscire ad entrare con l'inganno nel branco degli animali e catturarli. E ancora la pittura ci narra l'esistenza di elementi che fanno parte del rito e dello spettacolo teatrale.
A questo punto entriamo nella lezione vera e propria che ha un titolo, eccovelo (indicando la proiezione): Dio è nero.
A recitare il dialogo sono due esseri comuni.
“Eh...! Ma che faccia d'angosciato che ti ritrovi... che è successo?”
“Una disgrazia, e terribile anche. Ho fatto una scoperta che mi ha letteralmente sconvolto!”  
“Accidenti... che scoperta?”
“Dio è nero!”
“Cosa?!”
“Dio è nero!”
“Ma di che dio stai parlando?”
“Del nostro! Il Dio Santo che nei cieli... ed è nero!”
“Stai scherzando!”
“Nient'affatto! Ho scoperto che il primo uomo è venuto al mondo in Etiopia, come dire in Abissinia, quasi un milione di anni fa ed era, come tutti i suoi abitanti di oggi, di colore scuro, sul marrone.”
“Beh certo, se è nato in piena Africa...”
“Ma non è finita qui: analizzando i frammenti delle sue ossa si è dedotto che era alto poco più di un metro.”
“Noo... impossibile! Un metro? Un nano!”
“Sì, ma non buttiamola subito in politica! Dicevo questo nan... cioè voglio dire questo primo uomo corto, teneva peli dappertutto, viveva sugli alberi e si cibava di bacche, radici e insetti, compresi i bacherozzi crudi.”
“Ma tu guarda!”
“E' documentato! Ma aspetta, sta attento: dal momento che Dio ci ha creati a sua perfetta immagine e somiglianza, questo significa che anche lui, il creatore, a sua volta doveva essere nero, alto un metro e simile a una scimmia.”
“Un dio scimmia?”
“Eh sì, tanto che di certo saltava di albero in albero del Paradiso...”
“Ma è una bestemmia! Andiamo, Dio trasformato in Tarzan!”
“Vabbè, questa di Dio che zompa qua e là l'ho aggiunta io, dimentica, ma tutto il resto compreso il Padreterno nero e piccoletto è una sacrosanta verità scientifica!”
“Per favore, è assurdo! E poi la Bibbia non parla della statura di Dio. Poteva essere nero, ma alto anche un metro e mezzo... forse due.”
“Va bene. Iddio sarà stato un gigante, ma come immagine sempre scimmia doveva essere.”
“Beh come si è evoluto poi l'uomo si sarà evoluto anche Dio, tanto di aspetto che di colore, e oggi Dio di certo è bianco come noi e forse biondo.”
“Può darsi, insomma... si sarà sbianchito come Michael Jackson, ma sempre un nero rimane! E con questo la razza eletta va a farsi fottere. Di colpo noi bianchi evoluti siamo diventati razza minore e i neri la maggiore... anche se continuiamo a derubarla e a farle violenza... pensa un po', 'sti africani, che risate si fanno! Specialmente adesso che in America anche il Presidente degli Stati Uniti è di pelle scura. E il rettore massimo dell'Università di Boston, che insegna antropologia, è nero. Per non parlare della nazionale di basket e di football americano al completo... quelli sono quasi tutti neri!”
“E con questo?”
“Ma capisci che i teologi ci hanno presi in giro e sfottuti fin dall'inizio dei tempi? Ci avevano raccontato che la Bibbia è un libro sacro, dettato addirittura dal Padreterno in persona, e adesso si va a scoprire che tutto quello che c'è scritto nell'Antico Testamento è una balla!”

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Carissimi,
questa settimana vi propongo un meraviglioso monologo di Franca Rame, poco conosciuto ma bellissimo, rappresentato per la prima volta in una grande piazza di Pavia il 25 aprile del 1971.
Il racconto è stato ricavato da una registrazione su nastro, eseguita dalla protagonista della storia, e la protagonista è una donna, Mamma Togni.
Oggi chissà che polemiche scatenerebbe Mamma Togni, tutti parlerebbero di scorrettezza, di mancanza di dialogo, di democrazia… ma leggete il brano e ditemi, in tutta sincerità, se questo racconto non vi suscita commozione e una voglia di uscire urlando: non siamo tutti morti!!!

Mamma Togni
“Mamma Togni…. Mamma Togni, i fascisti sono in piazza su a Monte Beccarla, vogliono parlare in piazza!” Due ragazzi da in fondo alle scale i sont vegnüd  a ciamàmm…”
“Chi l’è che parla? Chi è sto fascista?”
“Servello”.
“’Sto bastardo! Andùma… andiamo! ‘Spetta che prendo il bastone… che ci ho la caviglia gonfia e mi devo appoggiare”.
Adesso ho capito perché i sont vegnüd quei due compagni del partito, volevano essere sicuri che nessuno era venuto ad avvisarmi… Dicono: “Sei vecchia, non metterti in mezzo… ti può far male… e poi soprattutto, non farti strumentalizzare. Stai a casa… non ti mettere in mezzo!. Andùma, andùma, per i fascisti non sono mai vecchia! E cos’è che mi vengono a dire che mi faccio strumentalizzare? Contro i fascisti? ‘Sti neri bastardi che hanno il coraggio di venire a sputare discorsi di merda in una piazza dove hanno ammazzato quattordici ragazzi davanti alle loro madri, Andùma, Andùma!!
Quando sono arrivata su alla piazza, intorno al palco c’erano quattro gatti e tutt’intorno i baschi neri, carabinieri. Io ho detto ai ragazzi che mi accompagnavano: “Voi fermi qui, guai chi si muove”.
“Ma no, manma Togni, veniamo con te”.
“No, zitti, e fermi lì, sennò torno indietro. Vado da sola che a me non mi toccano”.
Vado zupìn zupètta col mio bastone… arrivo sotto il palco… “Permesso, permesso…” Sopra, ‘taccato al microfono che pareva che se lo mangiava, c’era il Servello-bastardo che vociava e sbracciava come un vigile all’incrocio nell’ora di traffico.
Io col bastone gli do un colpo sulla canna del microfono che la testa del microfono gli sbarlòcca in bocca da fargli crodare tutti i denti, e poi mi metto a cantare:

Fascisti bastardi e neri
ci avete scannati ieri
di nuovo siete qua!

Quello si ferma di sbragare al microfono, el me guarda e un po’ riattacca. Io canto ancora, lui si impappina. Dal fondo della piazza sotto i portici cantano anche i ragazzi! Poi col bastone gli mollo una stangata proprio sul ginocchio che lui, il Servello, s’è messo a sbragare come un gatto quando lo castrano!
Il capitano dei carabinieri mi viene vicino, mi prende per il braccio e mi dice: “Ma signora, è impazzita? Che fa, ma non lo sa che è proibito cantare? Disturba il comizio!”
“No, caro il mio tenente, - l’ho degradato subito, - è il comizio che disturba me, perché questi qua sono gli assassini di appena l’altroieri, quelli che qui in questa piazza hanno accoppato come cani dei ragazzi che non gli avevano fatto niente… per rappresaglia”.
“Va bene, va bene, ma adesso… questi hanno l’autorizzazione…”
“L’autorizzazione da chi, dalle mamme dei fucilati? Ehi, gente, mamme di Monte Beccarla, vi hanno chiesto l’autorizzazione per venire qui a fare ‘sta porcata? Dico a voi! Venite fuori da sotto il portico… su.. stremì, fœra! Parlì!”
“La prego signora, la smetta altrimenti sarò costretto a portarla via di peso”.
“Ah, sì? Provi a mettermi una mano addosso e io casco giù per terra… faccio la svenuta e lüe l deve far venir qui a sollevarmi almeno dieci uomini che io sono novanta chili… all’ombra! L’avverto”
“Se è per quello, posso disporre, - mi fa il capitano, - posso disporre anche di settanta uomini”.
“Settanta uomini? Bravo, e lei per far parlare ‘sto bastardo schifoso assassino viene qui con la difesa di settanta uomini! Ma guardi che qui le persone oneste mica hanno bisogno di esser protette se i voeren parlà… Noi comunisti qui parliamo a tutte le ore e senza gendarmi! Il fatto è che voi ce lo imponete con la forza ‘sta faccia di merda del Servello”.
“Non dica così, è un senatore”.
“Senatore? Senatore della Repubblica nata dalla Resistenza? Donne, ehi gente, avete sentito a che cosa son serviti i nostri figli, i nostri uomini accoppati morti ammazzati per la liberazione? A fare una Repubblica con il Senato dove ci vadano a sbragarsi ancora ‘sti figli di puttana…”
“Adesso basta signora, sono costretto ad allontanarla”.
“No, se lei è un uomo onesto, lei allontana quel bastardo, sennò lo allontano io a bastonate. Perché se voi avete il fegato e il cuore di semolino bollito… parlo a voi donne e uomini di Monte Beccarla, io vi dico che non ci sto a farmi insultare e a fa insultà el me fiò che l’hanno ammazzato proprio come se fosse l’altroieri e mio marito che nel ’23 a bastonate gli stessi fascisti gli hanno fatto vomitare i polmoni!” E gridavo, e non so più che cosa ho detto. Fatto sta che dal fondo sono venuti avanti due o tre uomini e poi qualche donna… e i ragazzi… che io gli avevo detto di non muoversi…. E allora ‘sti baschi neri non gli è sembrato vero… Sono partiti a fare la carica contro i ragazzi e giù a pestare con una rabbia, senza che ci fosse ragione. E il capitano e due guardie che mi spingevano via a spintoni che ormai nella confusione nessuno ci faceva più caso, e mi  hanno fatto dei lividi alle spalle e alla schiena che ce li ho ancora adesso… ma in quel momento manco li sentivo… Ero preoccupata per quei ragazzi… Gridavo: “basta!! Carogne!! Maledetti!!! Cosa c’entrano loro, cosa vi hanno fatto? Perché ve la prendete con loro? Nazisti! Pi esse esse, pi esse esse!”
Ce n’erano tre o quattro che erano finiti per terra, di ragazzi, con la testa che sanguinava e li prendevano lo stesso a calci. Poi, come sacchi li hanno sbattuti dentro una camionetta, tutti e undici.
“Dove li portano? Cari i miei fieu… Giù alla caserma… Andùma… Una macchina… portém giò in caserma… presto… E viàlter andate a chiamare qualche avvocato dei nostri…”
Arrivo giù, davanti alla caserma, e lì, con uno del partito, un assessore, cerchiamo di convincere il maresciallo a lasciarci parlare con il questore, con qualcuno, per dirgli come erano andate le cose. Di botto il maresciallo fa finta come se qualcuno gli ha dato un pugno e cade per terra facendo lo svenuto! Io ero lì a un metro, nessuno lo aveva toccato. Ma come una valanga arrivano una cinquantina di baschi neri e giù botte da orbi sulla testa dell’assessore che crodava sangue dappertutto… Io mi metto a gridare: “Porci, l’avete combinata, e tu figlio di una cagna d’un maresciallo, che hai fatto la commedia…. Assassini… fascisti!” Mi prendono di peso, m’impacchettano e mi portano dentro.
Processo per direttissima.
Intanto che mi facevano le generalità sento la gente giù in piazza, i compagni che gridavano: “Fuori! Fuori mamma Togni… fuori mamma Togni! E io a sentire come mi volevano bene… ero così contenta… che ci avrei fatto la firma a farmi arrestare tutti i giorni! E il commissario che era appena entrato, che non s’era accorto che io ero lì coperta dalla porta, ha detto: “Chi è quello stronzo che sbattuto dentro la Togni? Ma cosa gli è venuto in mente? Ci combinava meno casino se arrestava il presidente della Repubblica in persona!!” E io come se niente fosse ho cominciato a cantare come fra me medesima:

Bastardi fascisti neri
Ci avete scannati ieri
Di nuovo siete qua!

Tutti zitti sono usciti quasi in punta di piedi, che non ce la facevano a stare lì. L’unico che è rimasto era un maresciallo piuttosto giovane che mi guardava con un mezzo sorriso come intimorito.
“Io, - mi fa, - a lei la conosco signora, perché il mio papà era comandante partigiano sulle montagne della Liguria”.
“Era nella terza formazione garibaldina ligure?”
“Sì”
“Ah, quella dove c’era il Lazagna? E come si chiamava tuo padre?”
“Mirko… Mirko era il suo nome di battaglia”.
“Ma è morto il Mirko, lo hanno fucilato!...”
“Sì, è così… io avevo solo tre anni quando l’hanno ammazzato”.
“Era bravo tuo padre, bravo partigiano il Mirko… E tu sei entrato nei carabinieri? Bravo! Ti sei messo il vestito della festa per i padroni!”
Ha abbassato gli occhi, è diventato bianco… o forse m’è sembrato… che in quel mestiere lì ci vien la pelle col color fisso. Be’, poi il processo è stato tutto da ridere. Il giudice era preoccupato di sbolognarmi via, di tirare dentro i ragazzi, di incastrarli da soli, soltanto loro, faceva fin pena.
“Lei signora, si è certamente trovata lì nella piazza per caso…. Vero? Passava… ad ogni modo, - cercava d’aiutarmi, mi dava l’imbeccata, - quel colpo di bastone sul microfono e sul ginocchio del senatore del Msi è stato del tutto fortuito….”
“No, no, che fortuito! Glielo ho dato proprio giusto, di volontà, che ce l’avrei dato volentieri anche in testa, che la prossima volta gliela spacco la testa, se viene ancora, ‘sto maiale d’un fascista”.
“Ma la prego non si esprima così… Capisco che lei è sconvolta….”
“No, no, io sono calma!”
“No, lei è sconvolta, come era certamente sconvolta quando ha gridato porci e fascisti ai poliziotti e ha così eccitato quegli scalmanati di ragazzi!”
“No, prima di tutto scalmanati erano i poliziotti e non i ragazzi, e poi ci hanno una strana maniera di fermare la gente quei poliziotti lì… a calci e a botte in testa, come se giocassero alla lippa!”
“Va bene, d’accordo, ma il fatto di gridare fascisti porci lo sa che è reato?”
“Certo che lo so… Al tempo che eravamo in montagna, quelli che li sbattevano contro il muro, crepavano convinti che dopo la liberazione, quelli che li stavano ammazzando non ci sarebbero stati più… e invece sono lì tutti a comandare i corpi speciali della polizia. Io li chiamavo porci fascisti allora e adesso li chiamo ancora porci e fascisti!”
El giudice sbianchiva... S’impappinava, ma io avevo capito che l’unico mezzo per tirar fuori gli undici ragazzi era quello di pestare forte io. A me non ce la facevano a condannarmi, si sputtanavano troppo. E così hanno dovuto sbattere all’aria il processo e lasciarli liberi tutti… almeno per adesso.
Che festa quando siamo venuti fuori, tutta la gente, i compagni che ci baciavano... e canzoni. Mamma Togni di qua, Mamma Togni di là… e chi mi tirava per la manica e chi mi salutava col pugno chiuso. Che bello, pareva come la liberazione… una festa! Peccato che non ci sia qui il mio ragazzo, mio figlio a vedere ‘sta festa.
“Mamma, mamma, se io non torno, tu resti coi compagni finché finisce, tu resti con loro”
“Sì, caro, io resto”
E come facevo a lasciarli! Io facevo l’infermiera, ero diplomata… senza vantarmi ero brava. Avevo da curare fino a cinquanta feriti nella mia infermeria. Mi ricordo quando c’è stato il rastrellamento dei mongoli… volevano che io me la squagliavo in ospedale… che m’avevano trovato un posto, ma io, piuttosto crepare… mi son presa i miei trentadue ragazzi feriti e pasin pasin… Quello zoppo s’aiutava con quello con l’occhio tappato, quello con la ferita nella pancia lo portavano in barella due che erano feriti di striscio alla testa…. Sembravamo la carovana dei disperati, ma andavamo avanti e con me si sono salvati, li ho salvati tutti. Il guaio era trovare da mangiare, mangiare per trentadue e ogni giorno… Io li sistemavo in una cascina o sotto un ponte e poi andavo alla cerca. Casa per casa. E dappertutto, ‘sti contadini, ‘sti montanari, con tutto che non avevano quasi più niente, si tiravano via la roba dalla bocca per aiutarci… stracciavano le lenzuola per darmi delle bende per i feriti… lenzuola belle, di corredo. Invece capitava che magari andavo a chiedere in qualche famiglia di sfollati, gente benestante, dentro le villette, e quelli dicevano: “No, non possiamo dare niente”. E allora io tiravo fuori di botto la mia P38 quindici colpi e gliela picchiavo sotto il naso e gridavo: “Visto che sei così taccagno, allora sputa fuori tutto quello che ti chiedo, sennò ti ammazzo, pidocchio! E vergognati, che ‘sti ragazzi muoiono anche per te!”
Sì, ho fatto anche delle rapine per salvare quei ragazzi… i miei ragazzi. C’è qualcosa da dire? E lo farei ancora oggi. I miei ragazzi… ero la loro mamma… mamma Togni, guai a chi toccava mamma Togni. L’Americano, il comandante diceva: “A mamma Togni non si dice mai di no!”
E tutti mi ubbidivano!
Quando quel giorno di primavera del ’44 mio figlio era andato giù che dovevamo prendere la caserma dei briganti neri, dopo un’ora vedo tornare il Ciro, bianco, che mi dice:
“L’hanno ferito, tuo figlio è ferito…”
“Fermo lì, guardami Ciro, io non piango, non grido, guardami in faccia, io non piango… E’ morto vero? Lo so che è morto”.
“Sì”.
Me l’hanno portato su in braccio, in due.
Mi sono messa seduta e me l’hanno messo sulle ginocchia, aveva un buco piccolo qui, sul collo. Poi i compagni me l’hanno portato via… l’hanno portato sotto il portico.
Io sono andata dentro nello stanzone dove c’erano tutti i miei ragazzi feriti e gli ho detto: “Fieui, ragazzi, mio figlio è morto, adesso non ho più nessuno che mi chiama mamma.. e io.. ho bisogno…”
Gh’è sta un gran silenzio e po’: “Mamma, mamma, - si son messi a gridare tutti, - mamma” e urlavano con le lacrime :
“Mamma, mamma!”
E per tutti son rimasta la Mamma Togni.
E non mi fanno su di me: “Sei vecchia, non metterti in mezzo, il tuo dovere l’hai già fatto”.
No, finché gh’è ‘sti assassini d’intorno, ‘sti fascisti, bisogna andare in piazza, insegàgh a ‘sti giovani, ‘sti fieu, Star con loro, dirgli cosa è successo allora sulle montagne perché così imparano. No, non mi vengano a dire sta’ a casa che sei vecchia.
E’ vecchio solo chi se ne sta a casa coi piedi al caldo e magari con la berretta in testa, una berretta che gli ha imprestato la Dc di Fanfani e Andreotti.
Quelli sì son vecchi, anzi son già morti!!!

Questo pezzo è contenuto nel volumone di Dario Fo Teatro

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Carissimi,
questa settimana vi presentiamo un libro molto piacevole, anche graficamente. Si tratta di Non siamo Formiche edito da Nuovi Mondi. E’ la traduzione italiana di un libro che ha spopolato in Spagna, gli autori Fernando Casado, Javier Creus, Pablo Juncadella e Doris Obermair hanno creato un libro per immagini che rappresenta l’incontro perfetto, ideale, tra informazione e grafica. Come dice un articolo di Michele Primi su Rolling Stone: “L’iconografia cattura, grazie all’uso innovativo dell’infografica, mentre i contenuti sorprendono, tanto sono semplici e inediti allo stesso tempo”.
Non un libro frivolo di auto-aiuto ma un saggio approfondito scritto da giovani intellettuali, una guida per gli ottimisti informati, una risposta alla negatività, al pessimismo e alla sensazione di impotenza verso lo stato delle cose del mondo. Insomma, niente di più attuale!

Se fossimo formiche, afferma il libro, saremmo una specie estremamente felice: abbiamo colonizzato tutto il pianeta, più il tempo passa più viviamo a lungo e i nostri progressi tecnici sono impressionanti.
Tuttavia, ci rendiamo conto della grandezza delle sfide che ci rimangono da compiere e delle ingiustizie che ci accecano. Perché siamo una comunità e quello che facciamo lo facciamo insieme: condividiamo un’origine comune e, insieme al pianeta Terra, condividiamo anche un futuro comune.
Un futuro che dipende da noi.
Per molti di noi siamo già condannati, siamo un progetto fallito. Questo libro non la vede così. Ci presenta tutti i passi avanti compiuti nei campi più differenti, dall’aspettativa di vita alla libertà di espressione. E’ la parte del cittadino OTTIMISTA. Poi vengono presi in considerazione le sfide e i problemi che dobbiamo affrontare, dal surriscaldamento globale fino alle disuguaglianze sociali; ecco la parte del cittadino INFORMATO .
Infine, sostiene che la nostra capacità innovatrice, creativa e solidale sta risolvendo e superando molte di queste sfide e che possiamo raggiungere una vita sostenibile ed equa partendo da nuovi modelli che generano maggiori opportunità per tutti. Perché, fortunatamente, non siamo formiche.
Il primo capitolo si intitola: “Il mondo va bene” ed elenca tutti i motivi per cui possiamo essere ottimisti: viviamo a lungo, abbiamo eliminato molte malattie mortali e fatto enormi progressi tecnologici.
Il secondo è invece dedicato a quello che non va, e cioè la distribuzione ingiusta della ricchezza, l’esclusività delle organizzazioni internazionali e i problemi sociali. E il terzo presenta le soluzioni: basta lamentarsi, il mondo è pieno di persone che concepiscono idee e strumenti per farci vivere meglio.

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