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I libri consigliati da Cacaonline

Cari lettori,
in questo sabato di Maggio dei Libri parliamo del libro “Generazione smarrita. Il mondo dei trentenni” edito da Nuovi Mondi Media (solo oggi a 2,00 euro).
I trent'anni sono diventati l'eta' dei dubbi, delle prime separazioni, della ricerca di un impiego gratificante, del disincanto, del primo figlio o del desiderio di un figlio. Si sono rivelati l'osservatorio privilegiato dei processi di trasmissione intergenerazionale, considerato come sempre più spesso i genitori dei trentenni di oggi abbiano ancora un ruolo attivo e influenzino in modo decisivo le scelte di vita dei loro figli.
Ma chi sono esattamente questi trentenni, forza vitale del loro paese e bersaglio preferito dei pubblicitari? Qual è il loro vero volto? Qual è l'origine della disillusione che li distingue? Chi sono stati i loro genitori?
Bernadette Bawin-Legros, sociologa della famiglia, ha realizzato tra l'inverno del 2004 e la primavera del 2005 quarantadue interviste con trentenni francesi e belgi – ognuna basata su colloqui "qualitativi", approfonditi – a cui si aggiungono alcuni dati di ricerche statistiche tratte da una vasta inchiesta che la stessa autrice ha co-diretto fino al 2002 all'Università di Liegi.
Di incontro in incontro, di famiglia in famiglia, di valore in valore, di coscienza in coscienza, il risultato è illuminante.
Il ritratto che esce è quello di una generazione sì individualista e quasi mai totalmente indipendente, ma allo stesso tempo solidale e disposta ad ascoltare, in perenne bilico tra la speranza di una società nuova e il fallimento della diplomazia di turno. Soprattutto, una generazione segnata da fattori di crisi repentini e continui, dal crollo della famiglia tradizionale al deterioramento del capitalismo, dal trionfo di una tecnologia senz'anima al declino generale dei valori e delle istituzioni. Una generazione che, significativamente, come ricorda l'autrice, "non gode nemmeno di uno status ufficiale, che statisticamente non esiste".
Ecco a voi un brano del libro tratto dal primo capitolo:

Sull’amore. Sesso ma anche amore.
Una sfera della vita che è molto cambiata rispetto agli anni ’60 è quella dei costumi e delle abitudini sessuali. Il vecchio modello di matrimonio, in cui il sesso era concepito solo come un dovere coniugale, è stato sostituito dall’idea di una vita di coppia in cui la sessualità è espressione dell’amore.
L’istituzione del matrimonio ha cominciato a entrare in crisi all’inizio degli anni ’70. Attualmente, anche se il numero dei matrimoni è in leggero aumento, la situazione è molto diversa rispetto a quella antecedente al 1968. In Belgio, infatti, nel 2002, solo il 75,3% dei matrimoni celebrati erano prime nozze e il numero dei matrimoni è in continua diminuzione, proporzionalmente con l’aumento del numero dei divorzi. Nel 2003 in Belgio, su 40.434 coppie che si sono unite in matrimonio, 30.628 hanno divorziato, il che equivale a tre divorzi ogni quattro matrimoni.
Il Belgio è uno dei paesi europei con il più alto tasso di divorzi, anche perché la legislazione in merito è particolarmente accomodante. I dati sulla Francia sono meno appariscenti: nel 2003 ci sono stati 275.963 matrimoni e 125.175 divorzi. Tuttavia, in generale si può sostenere che, nella postmoderni, gli uomini e le donne siano sempre più affascinati dalle avventure sentimentali e che preferiscano lasciarsi aperte delle opportunità piuttosto che impegnarsi in maniera definitiva.
Quando una persona su tre vive “da single”, per riprendere il termine del sociologo Jean-Claude Kaufmann, è ragionevole interrogarsi sulle motivazioni di questo nuovo celibato. La vita di coppia sempre essere poco interessante. Le ragioni sono da ricercare anche nel nuovo contesto, in gran parte creato dal movimento femminista, di un mercato interamente organizzato attorno alla domanda del consumatore, il cui obiettivo è quello di mantenere continuamente insoddisfatta la richiesta per perpetuare la dinamica del desiderio.
Invece di costruire l’identità come si costruisce una casa, cioè con pazienza, in maniera graduale, pietra dopo pietra, si è tentati, sia in campo affettivo che in campo lavorativo, di cominciare ogni volta daccapo, con unioni spesso improvvise e svincolate le une dalle altre. Max Weber vedeva l’identità come una gabbia d’acciaio. Oggi, la si può definire piuttosto come un leggero mantello gettato sulle spalle di un individuo che cerca, a tutti i costi, di evitare l’immobilità. Che sia nella vita affettiva o in quella lavorativa, i rapporti sono dei “campeggi”, non certo delle dimore stabili e definitive. Le radici sono superficiali come le relazioni: quello che conta è non ipotecare il futuro. Viviamo in un mondo in cui, come scrive lo sociologo Zygmunt Bauman, i residenti sono dei nomadi che non appartengono a un luogo preciso, mentre coloro che vorrebbero ottenere la residenza non hanno il permesso di soggiorno e la loro vita si disperde tra avventure diverse. I trentenni sono sempre più spesso coinvolti in questa problematica del “nomadismo” e la loro “memoria” è riscrivibile: ogni nuovo episodio cancella quello precedente, sostituendolo.
Anche se la vita sessuale e la riproduzione si sono progressivamente sganciati dall’idea di matrimonio o di monogamia, anche questi aspetti sono ugualmente oggetto di progettazione e pianificazione. I giovani aspettano in media i 15-17 anni per fare le loro prime esperienze sessuali e i 24-25 per fidanzarsi. Tra i 20-25 anni, età media in cui si lascia definitivamente il focolare domestico, i giovani si muovono spesso tra il proprio alloggio e quello dei genitori. Dall’inizio degli anni ’70 i modelli di comportamento sono molto cambiati, ma permane lo stesso modello di razionalità che vigila sull’economia generale e su quella libidica: un accoppiamento eterosessuale con sfondo patriarcale.
L’individuo contemporaneo vuol vedere riconosciuta dal partner l’identità che rivendica nell’interazione. Attualmente, l’individuo non e' mai sicuro di essere amato per quello che è. E’ questa particolare tensione che rende oggi la relazione amorosa così fragile e insoddisfacente, Anche in amore, scrive il sociologo Francois de Singly, non si può essere sicuri di essere felici. Uno dei due amanti può avere l’impressione di avere nella coppia un atteggiamento diverso da se', magari troppo rigido, o troppo gerarchico, o troppo chiuso. Allora si domanda se, nel coinvolgimento nella relazione, riesce a rimanere se stesso. E’ senza dubbio per questo motivo, scrive de Singly, che al giorno d’oggi gli uomini hanno un rapporto ambiguo con l’amore: desiderano un amore libero, privo di eccessi e che, allo stesso tempo preservi, l’identità.
La maggior parte dei trentenni ha paura dell’amore, non si fida e preferisce fermarsi a sentimenti più superficiali.

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Un giorno del 1993, in un villaggio tra Pakistan e Afghanistan, Greg Mortenson ha visto una ragazzina che, seduta in terra, imparava a scrivere usando un rametto come penna e la sabbia come quaderno. Promise, a se stesso e alla piccola studentessa, che le avrebbe costruito una scuola vera, con banchi, lavagne, matite. Oggi, dopo che di scuole ne ha costruite centinaia e ha raccontato la sua storia nel best seller Tre Tazze di tè, Mortenson torna a scrivere di quei due Paesi e dei loro bambini, della violenza che sembra condannarli e della speranza che può regalare loro un futuro diverso.
Una testimonianza entusiasmante e commovente, la sfida di un eroe disarmato, convinto che l’ingiustizia e la povertà si possono combattere senza bombe, sui banchi di scuola.

Greg Mortenson è il fondatore del Central Asia Institute, una delle ONG più famose e attive del mondo.
E questa settimana vi parliamo di questo secondo libro: La bambina che scriveva sulla sabbia, offerto per festeggiare il Maggio dei libri a soli 2 euro.
Qui di seguito ve ne riportiamo un brano. Buona lettura!

“Nel mondo, la conquista dell’istruzione e dell’autonomia da parte delle donne non può che tradursi in condizioni di vita più tolleranti, eque e pacifiche e in una maggiore attenzione ai bisogni di tutti.”
Aung San Suu Kyi

Ogni volta che vado all’aeroporto per prendere un volo diretto in Pakistan o in Afghanistan porto sempre con me una valigetta di plastica decorata da un adesivo bianco e verde su cui è scritto: The Last Best Place, l’ultimo posto migliore del mondo. Queste parole sono state usate per la prima volta come titolo di un’antologia di scritti sul Montana curata da William Kittredge e Annick Smith nel 1988. Da allora, per me, questo motto descrive perfettamente lo Stato in cui ho passato gli ultimi quattordici anni insieme a mia moglie, Tara, ai nostri due figli, Amira e Khyber, e al nostro terrier tibetano, Tashi. Lo slogan riassume con eleganza i panerai di una bellezza commovente e le immense vastità che attirano tanti americani nel Montana; quelle parole sono ora un simbolo dell’identità del mio Stato adottivo, proprio come le vette delle montagne che compaiono sulle targhe delle automobili,
Per me, però, le parole di Kittredge hanno un significato radicalmente diverso.
Se osservate la mappa delle scuole che il Central Asia Istitute ha costruito a partire dal 1995, vedrete che quasi tutti i nostri progetti si trovano in luoghi privi di infrastrutture educative per svariati motivi: isolamento geografico, estrema povertà, estremismo religioso o guerre in corso. Sono zone che in pochissimi hanno sentito nominare, regioni dove non va praticamente nessuno. E’ proprio per questo motivo che vogliamo iniziare da lì.
Questo tipo di approccio è nettamente diverso da come funziona normalmente lo sviluppo. Gran parte delle ONG, per una serie di ottime ragioni, preferiscono stabilire una base operativa in regioni che garantiscono facile accesso a risorse e via di comunicazione, e solo a quel punto le organizzazioni si espandono per gradi nelle aree più difficili. E’ un modo di precedere sensato. Il problema, comunque, è che se si lavora in modo controllato e razionale, a volte può volerci una vita per raggiungere le persone che hanno bisogno di maggiore aiuto. E’ senza dubbio più difficile, e a volte più pericoloso, cominciare dalla fine della strada e procedere a ritroso. E, nel bene e nel male, è esattamente quello che noi facciamo.
Il nostro obiettivo, a differenza di altre organizzazioni umanitarie, è quello di avviare una manciata di scuole nei luoghi più difficili e remoti, mettere le comunità che vi abitano nella condizione di sostenere quei progetti e poi ritirarci nella speranza che i governi e altre ONG comincino a muoversi verso quelle zone ostiche, fino a riempire il baratro che le separa dalle altre. E’ proprio quello che accade, con una frequenza che ancor oggi mi sorprende.”

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Dedicato a tutte quelle persone che pensano di non avere scelta, che non cercano più l’amore, che ritengono la felicità un’utopia.

Carissimi,
in questo sabato di vera primavera vi voglio parlare nuovamente di un libro che ho amato moltissimo. Si tratta di Guarire, di David Servan-Schreiber, l’amatissimo autore di Anticancro.
In questo libro Schreiber ci racconta una nuova strada per curare lo stress, l’ansia e la depressione senza farmaci né psicanalisi.
Wow! Direte voi e chi è: Mandrake?
Quasi.
In realtà l’autore fa una cosa molto semplice: racconta in modo scientifico e al contempo chiarissimo come funziona il nostro cervello e propone alcuni metodi “alternativi” per curare quello che sembra essere il male del secolo.
E se ci pensiamo un po’ ci rendiamo conto che alcune cose sono poi già nel nostro modo di combattere ansia e stress. Per esempio, quel giorno che eravamo particolarmente di cattivo umore e abbiamo deciso di scendere dal mondo e di fare due passi in un parco. Poi ci siamo sentiti meglio, no?
E che dire di quando siamo andati al vivaio per comperare delle nuove piante per celebrare la primavera in giardino? Alla sera eravamo stanchissime e con le mani nere di terra ma contente!
Oppure, e qui parlo per me, quella notte di tre anni fa, quando stavo per andare a letto ed era veramente tardi, mi giro verso la porta e vedo due occhietti e solo quelli, poi una lingua rosa e un miagolio… no! Un altro gatto no! E poi che roba è? Era una cosina tutta nera e nella notte si distinguevano solo gli occhi. Io non lo volevo ma lui voleva me. Indovinate chi ha vinto?
E, non diteglielo, ma un gatto nero ti alza il morale come nessun psicofarmaco potrebbe mai fare!
Ecco, Servan-Schreiber spiega come mai ci sentiamo meglio in queste e in altre occasioni, come fare per renderle un’abitudine e ci racconta decine di altri piccoli esperimenti, trucchi, storie per prendere in mano la nostra vita e darle il valore che merita.
Perché voi valete e non solo per l’Oréal
Per spiegarmi meglio vi copio un paio di brani dal libro. In uno un piccolo trucchetto per combattere lo stress del risveglio mattutino, nell’altro parliamo d’amore.

Simulare l’alba
Sono le sette ed è buio pesto. La suoneria della sveglia lacera il silenzio e interrompe il vostro sogno. Con le palpebre appesantite, tendete la mano verso l’intrusa per farla tacere. “Ancora cinque minuti!” implorate. La giornata inizia male. Ma ci sono forse alternative? Be’, sì, una: basta mettere in funzione un semplicissimo apparecchio collegato alla lampada del comodino. Volete alzarvi alle 7? L’apparecchio comincia a illuminare la stanza dalle sei e un quarto; in dolcezza, simula la comparsa della luce della vostra nuova giornata, prima molto lenta, poi sempre più rapida.
Anche chiusi, gli occhi sono molto sensibili a questo segnale, che dalla notte dei tempi innesca il risveglio di tutte le specie animali, lo stesso segnale che il cervello emotivo ha imparato a riconoscere nel corso di milioni d’anni di evoluzione. Dai primi raggi di luce che filtrano attraverso le nostre palpebre chiuse, l’ipotalamo riceve un messaggio: è il momento di organizzare la transizione fuori dal sonno. Di colpo, ci si sveglia spontaneamente e con tranquillità, senza interrompere un sogno che avrà compreso da sé di doversi concludere. La secrezione mattutina di cortisolo si avvia, la temperatura del corpo comincia la sua ascesa quotidiana. Quando l’intensità della luce aumenta ancora, l’attività elettrica del cervello che caratterizza il sonno profondo passa a sua volta verso la modalità del sonno leggero, quindi verso quella del risveglio completo. Per i soggetti preoccupati dalla “dolcezza” del processo, alcuni apparecchi sono dotati di una “suoneria di richiamo”, nel caso il segnale della luce non fosse sufficiente.
In uno studio effettuato nell’arco di cinque anni a Seattle, la città più piovosa degli Stati Uniti, il dottor Avery ha dimostrato che la stimolazione dell’alba è molto efficace per trattare i sintomi di ibernazione associati alla depressione stagionale. Sembra che il cervello sia ancora più ricettivo a questo metodo naturale che all’imposizione di una luce viva e artificiale non preannunciata. In più, i suoi benefici non si limitano al trattamento della depressione: molti familiari di pazienti che hanno partecipato direttamente all’esperienza hanno affermato di essersi sentiti rinvigoriti da questi risvegli concilianti.



Il “Love lab” di Seattle
All’Università di Seattle, in un centro chiamato “Love lab”, lo coppie sposate accettano di passare sotto il microscopio emotivo del professor Gottman, che analizza la natura delle loro interazioni. Alcune videocamere filmano le coppie e permettono di individuare la più piccola smorfia sui loro visi, anche se dura soltanto qualche frazione di secondo; nel frattempo dei rilevatori sorvegliano le variazioni del ritmo cardiaco e della pressione arteriosa. Da quando Gottman ha inventato il Love Lab, oltre cento coppie hanno accettato di discutervi i loro cronici argomenti di contrasto: la suddivisione dei compiti domestici, le decisioni riguardo ai figli, la gestione delle finanze, le relazioni con la famiglia acquisita, i conflitti sul fumo, sull’alcol e via dicendo.
La prima conclusione a cui Gottman è giunto è che non esiste coppia felice (e quindi un rapporto duraturo) senza un conflitto costante, Anzi, è vero l’opposto: chi non ha argomenti su cui discutere in continuazione deve preoccuparsi, perché l’assenza di contrasti è indice di una distanza emotiva tale da escludere qualsiasi autentica relazione.
La seconda, stupefacente, scoperta è che a Gottman bastano cinque minuti - sì, solo cinque! – di lite fra moglie e marito per predire con una precisione del 90% chi rimarrà sposato e chi divorzierà negli anni a venire. E questo vale anche se si tratta di una coppia ancora in luna di miele!
Nulla colpisce il nostro cervello emotivo e la nostra fisiologia quanto il sentirsi emotivamente allontanati da chi abbiamo accanto: il consorte, i figli, i genitori. Nel Love Lab una parola di troppo, una minima smorfia di disprezzo o disgusto appena visibile a un osservatore esterno bastano per produrre un’accelerazione del ritmo cardiaco in colui al quale sono destinate. Una battuta ben piazzata, insaporita da un po’ di disprezzo, ed ecco la frequenza cardiaca della vittima si impenna brutalmente oltre i 110 battiti al minuto. Il problema è che il cervello emotivo, una volta messo in allerta in questo modo, sopprime del tutto la capacità del cervello cognitivo di ragionare razionalmente: come abbiamo visto, la corteccia prefrontale si trova “disconnessa”. In particolare, sono gli uomini i più sensibili a quello che Gottman chiama “affogamento” affettivo: una volta attivata la loro fisiologia, non pensano più se non in termini di difesa e di attacco e non cercano più una soluzione o una risposta che possa placare gli animi. Lo stesso accade a molte donne. […]
Gottman ha identificato nei dialoghi conflittuali alcuni atteggiamenti che definisce “i quattro cavalieri dell’apocalisse”, che sono in grado di distruggere qualsiasi relazione al loro passaggio. Questi comportamenti attivano il cervello emotivo dell’interlocutore a un punto tale da rendergli impossibile rispondere se non con cattiveria o ritirandosi come un animale ferito. Grazie ai quattro cavalieri possiamo essere certi di non ottenere dalla nostra relazione quello che vogliamo eppure nelle nostre battaglie affettive sono quasi sempre lori i primi che facciamo scendere in campo. “
Quali sono questi 4 cavalieri?
Ehhh… tocca leggere il libro :-)

Una buona fine settimana a tutti
Gabriella

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C’era una volta la Guida al Consumo Critico, e c’è ancora, per fortuna: la Bibbia del consumo consapevole, ogni azienda catalogata e passata allo scanner da tutti i punti di vista: eticità, trattamento dei lavoratori, materie prime, ecc.
A questo libro edito dalla Emi oggi se ne affianca un altro: Eco-logica. La vita a basso impatto ambientale alla portata di tutti di Johann Rossi Mason, scritto con Paola Emilia Cicerone e Sonia Minniti, edito dalla LOG edizioni.
Eco-Logica è una guida semplice, per tutti noi che abbiamo poco tempo, figli da crescere, la casa e il lavoro, e che allo stesso tempo abbiamo voglia di esercitare un’azione “politica” con le nostre scelte.
In questo libro c’è tutto, solo a scorrere l’indice c’è di che divertirsi: ecoigiene, ecofashion, ecocasa, ma c’è anche l’ecomatrimonio, l’ecobeneficenza, l’ecoufficio.
Per esempio quando si parla di ecobeneficenza leggiamo: “Aderisci a un 'Banco'. Sono iniziative che mirano a raccogliere farmaci o derrate alimentari in particolari periodi dell’anno, non viene chiesto denaro contante ma di acquistare qualcosa e lasciare la merce in un punto di raccolta apposito nella farmacia o nel supermercato. Gli organizzatori di queste campagne poi provvedono a smistare le merci a seconda delle necessità. Di solito queste iniziative hanno molto successo: il Banco Farmaceutico ha chiuso il 2011 con la raccolta di 365.000 farmaci in un solo giorno, il 4% in più rispetto all’anno precedente. La fondazione Banco Alimentare invece nel 2010 ha raccolto ben 7.805.516 chili di prodotti alimentari e ha sostenuto così 117.000 persone bisognose alle quali sono stati distribuiti in media 65 chili di cibo per un valore commerciale di 23 milioni di euro. La fondazione, inoltre, tramite un servizio gratuito, permette che prodotti alimentari perfettamente commestibili, destinati alla discarica o inutilizzati dalle aziende, siano trasferiti a chi ne ha bisogno. Il costo di gestione della fondazione è estremamente ridotto: circa 400.000 euro l’anno”.
Il libro è ricchissimo di informazioni, dati e siti di riferimento. E che piacevole incontro: troviamo anche Merci Dolci e Commercioetico.it!
Non mancano anche i buoni consigli e le buone pratiche: sempre su ecobeneficenza un paragrafo ci ha colpito: “Fai qualcosa per niente. Vogliamo fare qualcosa di buono ma non abbiamo denaro da versare a una causa o a un’associazione? Nessun problema. Possiamo fare qualcosa per qualcuno che ne ha bisogno senza chiedere un compenso. Andare a prendere un amico all’aeroporto, accompagnare una persona anziana a fare la spesa con la macchina, riparare un oggetto senza farsi pagare è un modo per fare beneficenza”.
Lo sappiamo che i nostri lettori e amici di Cacao si comportano così. Ecchecavolo! E non per solo per altruismo ma soprattutto per sano egoismo: fare del bene, essere generosi aiuta soprattutto chi il bene lo fa.
Parafrasando Forrest Gump: Contento è chi contento fa…
Applicare tutto quello che raccomanda la guida è quasi impossibile – ce lo confessano persino le autrici – ma tra i tanti suggerimenti ognuno di noi può senz’altro trovare quelli più adatti al proprio stile di vita. Buona lettura!

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Carissimi,
questa settimana vi presentiamo il nuovo libro di Dario Fo scritto con Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo dal titolo “Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il Movimento 5 Stelle”.
E’ il racconto di un viaggio virtuale sulle orme di Luciano di Samosata che in un suo testo La nave ovvero I Desideri racconta di un lungo percorso, una camminata dal porto del Pireo ad Atene durante la quale Luciano e un gruppo di amici, tra cui i più loquaci sono Samippo e Timolao, si raccontano l’un l’altro i progetti più fantasiosi che hanno in mente di realizzare. Luciano fa da moderatore e incalza i compagni di viaggio con domande puntuali e spesso provocatorie.
I temi degli interventi passano dal surreale al grottesco, senza tuttavia mai perdere di vista la situazione tragica che in quel tempo si viveva ad Atene e in molte altre città della Grecia. I protagonisti propongono soluzioni spesso azzardate e impossibili per sortire da quel bailamme disperato.
Da un incontro tra Dario Fo, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio ecco che nasce l’idea di fare un viaggio lungo il folle percorso della nostra condizione politica e socioeconomica, di trattare cioè della disperata cristi che stiamo vivendo.
E di questo cammino lungo quasi duecento pagine noi vi proponiamo la fine.

Dario Fo: Già, ecco davanti a noi l’Acropoli di Atene con i Propilei, come dire i portali d’ingresso, c’è il Partendone, il tempio di Atena e tutto il museo… e appena sotto il teatro di Dioniso. Qui c’è un bar all’aperto, sediamoci un attimo a godiamoci la scena. Intanto che ordiniamo tre birre giganti vi propongo di ascoltare questo discorso pronunciato da Pericle nel 461 a.C.
Beppe Grillo: Ma lo conosciamo!
Dario Fo: Sì, lo so che lo conoscete, ma immagino solo a pezzi… io ve lo propongo tutto intero, solo ascoltandolo di seguito si riesce a capire che si tratta del più grande fondamento politico e civile dell’umanità. Fate attenzione, è Pericle che parla.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nello loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita a una politica, bè tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Che si saranno detti Dario Fo, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio in questo viaggio?
Scopritelo!

Solo su Commercioetico questo libro è SENZA SPESE DI SPEDIZIONE!!!

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Carissimi, questa settimana parliamo d’amore.
Bello eh?
Sì, perché uno pensa che i bisogni primari siano bere, mangiare, dormire, vestirsi ma crediamo fermamente che nei bisogni primari dell’essere umano ci dovremmo mettere anche l’amore. L’amore è arte, poesia, respiro, vita, appunto.
L’amore è impegno, dedizione, responsabilità.
L’amore è cura, tempo, attenzione.
L’amore è emozione, coraggio, fuoco.

E altre mille cose: per noi di Merci Dolci è anche una tazza dove portare il caffè all’amato/a a letto la mattina del 14 febbraio.
E una piacevole lettura, magari in compagnia, di uno dei più famosi libri di Jacopo Fo: “La scopata galattica”.
E un regalo, quello da parte nostra: la T-shirt che racconta in versi di distanze tra cuore e cervello.

E ora, la parola a Jacopo, dal libro “La scopata galattica” parliamo d’amore.

Cosa ti impedisce di amarmi in maniera pazzesca?    

Siamo quasi tutti inguaiati in questioni sentimentali. O non abbiamo un amore, o ce ne siamo stancati, o si è stancato di noi, o abbiamo troppi amori o qualche acciacco sessuale ci rende difficile soddisfare il nostro partner. Succede, a volte, che tra un guaio e quello successivo si insinui un periodo nel quale tutto va a gonfie vele. Una parentesi di felicità assoluta. Ma anche la felicità totale ha i suoi rischi. Che ti succede se vedi il paradiso dei sensi, con gli occhi della carne? Quando hai assaporato il nirvana, e poi finisce, t'incazzi come una bestia, o riesci a essere contento lo stesso per quello che hai vissuto? Puoi continuare a vivere, triste come un cagnolino di pezza, dopo che ti hanno tolto il tuo angolo di paradiso? A volte, proprio non si é capaci di superare il distacco, è così che si sente il cuore a strisce scorticate e brandelli stracciati. Ma c'è di buono, che prima o poi, si ha sempre la possibilità di ricominciare a sognare.

Seduzioni e colpi di fulmine: che cos'è l'amore? Che cosa succede quando ci s'innamora?

Rispondere a questa domanda in modo esauriente è impossibile.
L'amore è un sentimento talmente grande che, come il concetto di zen, sfugge alla definizione verbale. Se ti sei innamorato sai cos'è l'amore. Solo ascoltando il proprio cuore si può sentire (e non "capire") la natura di questo sentimento. Quello che si sa è che due occhi messi in una data maniera, un gesto, quell'onda nei capelli, quel tratto di pelle, quel colore, possono scatenare, nel giro di un solo istante una tempesta emotiva in grado di cambiare l'intero destino di una vita. Niente è potente come l'amore. La morte è molto potente ma non è in grado di cambiare la vita, può solo interromperla. Il dolore può distruggere una persona ma non può creare un universo di sensazioni, spronare a grandi imprese, ispirare opere d' arte e atti di generosità incredibili. Il dolore è solo molto doloroso. Ma il male è di per sé un'esperienza che chiude la mente alle percezioni, distacca dal mondo. L'amore invece attrae alla vita, è parte inscindibile del miracolo dell'esistenza.
Gli scienziati ci hanno spiegato che nell'istante nel quale l'innamoramento ha inizio, il nostro corpo e la nostra mente sono sconquassati da una bufera chimica. E questo spiega perché nell'amore si sente fisicamente di essere innamorati. è un'esperienza che da questo punto di vista ci lascia sempre stupiti: cambia il nostro modo di sentire il corpo e il mondo che ci circonda. Niente ci sembra più uguale. I sapori, i colori, l'aria che respiriamo. Mangi una pizza schifosa e il tuo cervello vede che è una pizza schifosa perché ne ha tutta l'aria, ma il tuo palato è incantato ed esclami: "Ah, che pizza meravigliosa!". E tutti gli amici che stanno mangiando quella stessa pizza ti guardano e mormorano con commiserazione: "Bisogna capirlo, è innamorato!"
Ecco, qui si annida una chiave per capire perché amarsi è così complicato. Ed è insieme quel che più desideriamo e quel che più amiamo.
Perché, in fondo, uno quando è innamorato si vergogna sempre un po'? Perché gli amici si sentono in dovere di deriderti per quella tua aria così trasognata e poco efficiente? Perché dobbiamo essere efficienti? Per essere felici. E quando siamo più felici? Quando amiamo. E allora lo scopo ultimo dell'efficienza è essere felici.
Dovremmo vivere quello stato di estasi come una vittoria. Anziché prendere in giro gli innamorati dovremmo guardare al loro stato con ammirazione e magari chiedere loro di raccontarci della magia che stanno percependo. Tant'è che quando sei cotto come una susina ubriaca, ti rendi conto di vivere uno stato di sublime meraviglia verso il mondo. Tutto è interessante, armonioso, vivace. E senti proprio il desiderio di fermare la gente per strada e urlare: "Ma non vedete l'aria com'è limpida e luminosa? Non sentite il profumo della vita? Cosa sono queste facce tristi? Sorridete! Tutto è amore. Basta aprire i propri cuori e trovare l'anima gemella! Non temete! Può succedere, io ve lo testimonio!" Ma sai che se tu andassi in giro a urlare così troveresti chi s'arrabbia e chi ti prende per pazzo. Nessuno si siederebbe con te in un posto tranquillo per dirti: "Meraviglioso! Tu ami! Raccontami tutto dei suoi occhi! Descrivimi nel dettaglio cosa provi, così forse io riuscirò a immedesimarmi di nuovo in quell'esplosivo stato di coscienza che ho provato anch'io e che conosco benissimo ma che in questo momento della mia vita mi appare così lontano".
E così stai lì, vorresti parlare ma stai zitto. Tanto sei felice in modo bestiale.
E sopporti le battutine degli amici invidiosi a proposito degli occhi da sogliola lessa che ti ritrovi.
E sei un po' imbarazzato per loro che non capiscono più la magia dell'amore e non la venerano con il dovuto rispetto.

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Finalmente un libro che racconta Sergio Angeletti, in arte Angese. Buona lettura! E per acquistare online il libro clicca qui

Capitolo sesto
Il Grande Dito

Quando Angese aveva una ventina d’anni andò a giocare al casinò, vinse e poi non giocò più. Diceva che sono cose che si possono fare una volta sola nella vita. Una logica eroi- ca. Mistica, oserei dire, anche se Sergio non aveva niente di mistico e prendeva sempre in giro quelli fissati con le filosofie orientali e i guru. Era roba che non gli interessava. Guardava con ironia anche me e Andrea Pazienza che ci eravamo fatti prendere dal kendo di Mario Bottoni, grande maestro milanese che d’estate teneva corsi a Alcatraz. La sua mistica era più strutturale, narrativa. Cercò di esprimerla comicamente nel Grande Dito.
Il Grande Dito in realtà era Nero, il cane. Un animale umanamente superiore. Una specie di pastore tedesco con dentro qualche linea di Labrador e la taglia di un pastore maremmano. E ti guardava con aria intelligente e un po’ melanconica. Ho già raccontato che era arrivato per i fatti suoi a Alcatraz e siccome faceva paura l’avevamo caricato in macchina e portato lontano. Dopo alcuni giorni ce lo ritroviamo davanti, sporco e puzzolente da panico. Ma a quel punto il nostro codice d’onore ci impedì di ricacciarlo. Se proprio aveva deciso che voleva abitare con noi come potevamo dirgli di no?
Scoprimmo poi che Nero era un genio dell’ospitalità. Quando Alcatraz era aperta andava a ricevere gli ospiti e li scortava alla reception. Quando Alcatraz era chiusa non faceva scendere nessuno dall’auto. Abbaiava fino a che qualcuno diceva: “OK, Nero, smettila.” Una volta il camionista che aveva riempito i bomboloni del gas stava venendo a casa mia per farmi firmare la ricevuta. Nero gli va incontro abbaiando. Lui, astutamente, gli da un calcio in faccia. Io nel frattempo ero uscito per fermare il cane, perché avevo visto il calcio... urlavo perché temevo se lo mangiasse. Nel tempo di fare venti metri per prenderlo per il collare aveva sbranato i vestiti del camionista. Non gli aveva fatto un solo graffio ma lo aveva lasciato in mutande. Non è facile per un cane controllare i propri denti con tanta precisione. Ma lui sapeva che se gli avesse fatto un solo graffio sarebbe stato abbattuto. Non potevamo tollerare cani mordaci. D’altra parte non poteva non reagire a un calcio in faccia. Io pagai il guardaroba nuovo al camionista, ma dovetti convenire con Nero che aveva ragione. Ma la dote più strabiliante di Nero era il suo stile nell’accompagnare le escursioni a cavallo e il modo in cui ci aiutava, spontaneamente, a radunare i cavalli dispersi sui pascoli.
Probabilmente era stato il cane di qualche pastore. Comunque Angese aveva passato ore con Astarte e con Nero che gli trotterellava davanti annusandogli la strada, e si era convinto che quel cane nascondesse una saggezza misteriosa nobilitata da una particolare eleganza dinoccolata. Quindi lo aveva trasformato, trasfigurandolo, in una specie di Maestro mitico che guardava il mondo con occhi comici facendo capriole che gli permettevano di vedere la realtà da un punto di vista impossibile. Il Grande Dito, che aveva proprio la forma di un grande dito indice indicatore, girava per i disegni di Angese e si soffermava a riflettere sul valore delle singole vocali pronunciate.
Raccontarlo a parole è impossibile, tocca leggerlo, guardarlo. È pieno di donne seducenti. Il Grande Dito usciva su Linus, la rivista della Rizzoli, ai tempi della direzione di Fulvia Serra, donna molto amabile che tollerava le intemperanze di Sergio come una mamma. Quando lui arrivava nella redazione milanese credo che fosse un’esperienza traumatica per tutti. Diceva cose che non si dovrebbero mai dire a una redattrice di un giornale blandamente di sinistra. Soprattutto se lavora in una redazione dove sono tutte donne e tutte femministe.
Ad esempio, non bisogna dire davanti a tutta la redazione che la direttrice è sotto ricatto perché possiedi una sua foto in costume da bagno. Comunque Fulvia fu molto buona con noi. Ci lasciava pubblicare degli articoli che poi doveva pagare col sangue.
Ma anche le capacità di resistere di Fulvia hanno un limite e noi lo sorpassammo continuamente... L’uscita su Avaj del primo fumetto italiano con i ballon del testo vuoti, per via della storia di Vincino su Agnelli nell’invasione della Russia, fu l’ultimo lavoro che riusciamo a fare con la Grande Editoria.
Non bisogna disturbare il manovratore. E ci trovammo fuori dal mondo ufficiale dei fumetti. Io mi riciclo come attore, Sergio si trova di fronte a un muro: è un rompicoglioni, uno che se non lo paghi va dall’avvocato e vince la causa, uno che non porta rispetto per nessuno e se gli censuri una vignetta ti manda al diavolo.
Inizia per Sergio un periodo durissimo con pochi colpi di fortuna che lo tengono a galla ma lo costringono a una vita molto spartana. Ma lui resiste sulla sua strada.

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Carissimi,
questa settimana siamo orgogliosi di presentarvi un libro edito dalla Emi che racconta la storia di Antanas Mockus, sindaco di Bogotà.
Una storia incredibile quella di Monkus, che è riuscito a risollevare una città al collasso e come ha fatto? Sognando, non a caso il suo partito si chiamava Visionario…
Qualcuno può regalare questo libro ai nostri politici?
Di Mockus parliamo da molti anni perché ci aveva colpito il suo modo “diverso” di fare politica e ci era piaciuto proprio tanto (leggi qui).
Come facciamo sempre vi proponiamo un estratto dal libro.
Buona lettura e siate visionari!

Fuori dagli schemi
Quando Antanas Mockus assume l'incarico di sindaco di Bogotà, nel 1995, viene accolto da una reazione sospesa tra scetticismo e curiosità. Con gli anni conquista un interesse sempre maggiore sulla scena pubblica colombiana. Tutti dicono che è un outsider: “fuori dagli schemi” in quanto a immagine (la sua barba senza baffi è diventata un simbolo di anticonformismo politico), “fuori dalla metodologia” quando veste i panni ufficiali dell'accademico, “fuori dalla retorica”, nell'ambito dell'attività politica... Da dove proviene quel “fuori”, e a che cosa si riferisce?
Nella persona di Mockus la creatività artistica – ereditata dalla madre, pittrice e scultrice – si fonde con le scienze della società e con l'impegno politico, per generare un netto distacco dalle consuetudini e una proposta estranea ai soliti giochi di potere, perché fondata su altri ambiti: la tradizione argomentativa propria della cultura accademica, gli studi sulla riproduzione culturale e sul ruolo dell'arte nella soluzione dei problemi, il ricorso allo spettacolo come forma di comunicazione politica.
Ispirandosi alla critica di Max Horkheimer alla logica del dominio che pervade la moderna civiltà occidentale, Mockus contesta la società colombiana: essa privilegia, in ogni ambito, la ricerca dei meri risultati; si è rinchiusa all'interno di una prospettiva suicida di pianificazione a breve termine; soffoca il proprio pensiero con il laccio della contrapposizione “noi/loro”, che considera il “diverso” un nemico. Il risultato delle dinamiche vigenti è una simmetria dolorosa tra chi è disposto a tutto per vincere e chi è disposto a perdere tutto per impedire la vittoria dell'altro. Una situazione bloccata che Mockus ha deciso di cambiare dall'interno, entrando in politica. E lo ha fatto, tra l'altro, decostruendo in vari modi la classica figura del “potente” rappresentata da vestiti gessati, cravatte e una certa etichetta.
Nel sistema democratico teoricamente perfetto, l'attività politica dovrebbe essere aperta a ogni soggetto capace di intendere e volere, non un mestiere o un diritto riservato a pochi, come purtroppo spesso avviene. Quando una casta di politici di professione afferma che qualcuno fa dell' “antipolitica” sta semplicemente dicendo che è diverso da loro, che è estraneo alle contrapposizione tradizionali. Spesso l'outsider si ritrova osteggiato dall'intero panorama ideologico, liberali e conservatori insieme, destra e sinistra. E sono soprattutto le nuove “sinistre”, in Italia come in Colombia, a scaricare sull' “antipolitca” la responsabilità della propria inconsistenza e perdita di consensi.
La politica di Mockus in Colombia è un'insurrezione “pericolosa”, un invito diretto ad essere fedeli all'onestà e alla dignità. “La vita umana e il denaro pubblico devono diventare concetti sacri”, è scritto nei suoi dogmi. I programmi richiedono dialogo e reciproco ascolto. In un paese in cui il concetto di democrazia rappresentativa è stato – da tempo – sostituito da quello di razionalità strategica, la speranza converge nella democrazia partecipativa. Il principio “una persona, un voto” è stato sostituito da “una persona, una voce”: un cambiamento ancor più radicale se si considera il contesto storico-contemporaneo dell'America Latina, orientato verso due percorsi strategici che a livello dialettico privilegiano il potere della demagogia populista sull'azione effettiva, mentre sul piano pratico tendono a promuovere politiche economiche e sociali effettivamente redistributive, fondate però su quello stesso sistema corrotto che ha generato gli enormi contrasti che feriscono il continente. La scommessa più “visionaria” affrontata da Mockus potrebbe essere individuata nell'originalità dell'approccio comunicativo con il quale ha proposto temi di grande interesse collettivo, nella ricerca di una trasformazione sociale costruita sulla quotidianità dei singoli, e sviluppata dall'autoregolazione tra gli stessi cittadini. Ovviamente, quest'azione si è sviluppata all'infuori dello spettro politico tradizionale “sinistra-destra”. E' stato rispettato il sistema di premi e castighi tipici del linguaggio politico tradizionale, aprendo però uno spazio inedito alle diverse prospettive racchiuse in ogni argomento.
Agli occhi degli analisti, Mockus appare spesso come il prototipo del ricercatore sociale, un osservatore indipendente interessato ad agire personalmente sugli schemi tradizionali che delimitano la realtà, che sa captare l'attenzione dei cittadini mediante idee razionali e comunicazione trasparente, senza mai aggredire gli avversari. Per i suoi giovani, pronti a seguirlo ma anche a criticare e proporre, si tratta di un oggetto misterioso che ispira immediata simpatia, proprio per il suo evidente essere “altro”. La maggioranza dei colombiani, invece, teme posizioni troppo estreme e guarda con sospetto un individuo che propone di sostituire le mitragliatrici con le matite. Come per ogni avanguardia artistica che si rispetti, il dibattito è aperto. L'equilibrio si è rotto.

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Carissimi,
l’altra sera a Ballarò c’era un nostro caro amico: Marco Boschini. Fondatore e coordinatore dell’associazione Comuni Virtuosi, una rete di enti locali che operano concretamente nel campo della sostenibilità ambientale e del risparmio energetico.
Marco ha un blog sul Fatto Quotidiano on line e su l’Huffington Post.
E’ anche autore dei volumi: “Caro sindaco new global. I nuovi stili di vita nella politica locale”; “Comuni virtuosi. Nuovi stili di vita nella pubblica amministrazione”; “In Comune. Idee semplici, concrete ed efficaci”, tutti editi con la EMI, Editrice Missionaria Italiana.
Nel 2009 ha pubblicato insieme a Michele Dotti il grande successo “L’Anticasta: l’Italia che funziona”.
Marco è un uomo che “fa”. Partendo dal piccolo comune di Colorno, in provincia di Parma, passo passo, pezzetto pezzetto, sta cambiando il modo di pensare la politica, e noi siamo suoi fan sfegatati.
Oggi vi presentiamo il suo nuovo libro: “La mia scuola a impatto zero. Ricette virtuose per tagliare la bolletta energetica e moltiplicare l’educazione ambientale”.
Vi proponiamo un brano che racconta come potrebbe essere la nostra scuola, sembra fantascienza… ma è tutto attuabile da subito, ci proviamo?
Buona lettura!

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Il suono della campanella
La scuola: un luogo di comunità dove si pratica il futuro

Sono le 7 del mattino di un lunedì di settembre. Oggi è il primo giorno di scuola e la sveglia mi ha appena interrotto il sonno, ridestandomi da un lungo letargo estivo e riportandomi, tutto d'un tratto, al tran tran dell'anno scolastico.
Dunque, si riparte. Chissà che facce avranno gli insegnanti, i compagni (vecchi e nuovi, ché ogni anno è un via vai di gente e di colori), le bidelle e i vicini di casa.
Sì, perché la scuola in fondo è la nostra seconda casa a tempo determinato., il luogo in cui trascorriamo gran parte del nostro tempo e dei nostri giorni, tutti insieme da settembre a giugno, dove impariamo a conoscere cose e persone, date e avvenimenti, lingue e comportamenti...
La nostra casa, dunque, circondata da altre case, strade, piazze e monumenti. Un piccolo fiore nel campo coltivato della comunità.

Finita la colazione, genuina ed abbondante, ripongo un frutto nello zaino leggero (Ché i libri sono già in corridoio nei rispettivi armadietti e sul tablet che mi aspetta sul banco) e scendo in strada, dove mi aspetta il piedibus per accompagnarmi, con gli altri miei “colleghi”, nel cortile della scuola
Noto che i contenitori della raccolta differenziata non hanno cambiato posto, mentre l'orto di classe è maturato, forse grazie alle attenzioni del custode, che l'ha seguito nella pausa estiva in cambio di qualche frutto o verdura di stagione.
Spero che la maestra mi nomini “guardiano della luce” così per un mese avrò l'onere, e l'onore, di prestare attenzione all'uso dell'energia, in modo da eliminare gli sprechi e monitorare le abitudini della variegata popolazione scolastica.
In mensa, anche quest'anno, l'acqua che beviamo è quella del sindaco (marchiata “acquedotto comunale pubblico”) e le stoviglie sono tutte di porcellana. Cosa ancora più importante, però, è che il cibo preparato nella cucina accanto è frutto di prodotti sani, di stagione, a filiera corta e senza imballaggi.
Da qualche tempo ci hanno messo a disposizione i prodotti del commercio equo e solidale, che abbiamo conosciuto grazie a diversi incontri e progetti realizzati con i nostri insegnanti.
I pasti non consumati non vengono gettati nella pattumiera, ma messi a disposizione di associazioni e famiglie del territorio che ne fanno richiesta, mentre gli scarti finiscono in una compostiera molto speciale da cui esce concime per l'orto scolastico e per le aree verdi del quartiere.
L'insegnate dopo pranzo ci porta a visitare il tetto, la cui superficie è appena stata rivestita dal Comune di pannelli fotovoltaici che producono l'energia elettrica di cui abbiamo bisogno ai piani inferiori. Di fronte a noi vediamo anche il tetto del palazzetto dello sport, ricoperto di pannelli solari con cui riscaldare l'acqua delle docce.

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Non ricordo che anno fosse ma ricordo la mia emozione entrando nella casa dei Fo a Porta Romana a Milano.
“Porta Romana bella…” cantava Giorgio Gaber, e bella lo è davvero, poi a farmi digerire Milano non c’è riuscito neanche Dario che ne è innamoratissimo.
Sto divagando..., allora dicevo, entro in casa, timidissima, ci sono quadri di artisti famosi, statuette, un bassorilievo raffigurante una Madonna, non so più dove guardare. E quello che mi sconvolge proprio è una serie di ritratti di Franca, disegnati credo a carboncino, bellissimi e sotto una firma: Pablo Picasso. La firma è la sua, non ci sono dubbi, la conosco.
Non oso chiedere, e penso: sono pazzi, tengono dei Picasso così, attaccati alle pareti dello studio…
Franca, in quei ritratti fatti con quattro tratti decisi, è naturale e magnifica, non smetto di guardarli. Credo che Jacopo si sia accorto del mio stupore perché si è messo a ridere dicendo: “Sono dei falsi, li ha disegnati mio padre”. “Anche la firma?” chiedo stupidamente, “Sì, pure quella” mi risponde.
Beh, firma o non firma, falsi o meno, sono stupendi…
Mi fa sorridere ora presentarvi questo libro dove Dario ci racconta proprio di lui: Pablo Picasso. Questa volta parliamo di quello vero.
Il libro è edito dalla Franco Cosimo Panini Editore e come tutti gli altri della collana dedicata a Dario Fo (Giotto, Mantegna, Michelangelo) è illustrato con decine di tavole a colori, il testo è a cura di Franca Rame.
Un vero piacere da vedere, da leggere, da regalare.
Buona lettura
Gabriella Canova

Ho inventato Picasso
Come frontespizio alla storia di Pablo Picasso abbiamo scelto questa sua dichiarazione: “Sono venuto al mondo nel 1881, in ottobre, e devo dirlo ero un bimbo molto dotato nella pittura! Ho avuto difficoltà a farmi conoscere all’inizio, come succede a ogni giovane che intraprenda il cammino dell’arte. Poi, sempre con fatica, mi sono fatto apprezzare, quindi più tardi ho compiuto la più importante delle mie azioni: ho inventato Picasso.
Sono stato fortunato, la sorte mi ha regalato come primo insegnante di pittura nientemeno che mio padre, don José, professore all’Accademia di Belle Arti di Malaga. Ero ancora un ragazzino quando mio padre rimase letteralmente sconvolto nello scoprire una mia pittura – di cui lui stesso mi aveva dettato il tema – un dipinto di fattura talmente straordinaria da mandarlo in crisi. Nello stesso giorno mio padre decise di regalarmi la sua tavolozza, le tele e i colori e da allora non dipinse più.
Da subito ho imparato ad amare i grandi pittori antichi, pittori del mio Paese: Velàsquez, El Greco e Goya, quest’ultimo famoso per la Maja vestida e la Maya desnuda.
A proposito di questo stupendo doppio ritratto di donna mi sono subito chiesto: “Ma perché, dopo aver dipinto questa sua innamorata dolcemente sdraiata su una chaise-longue, indossante un abito così raffinato, Goya l’ha poi spogliata nuda nello stesso atteggiamento mostrandola così a tutta la città? E’ semplice, Francisco amava questa donna più di ogni altra creatura al mondo, quindi l’ha mostrata ignuda non perché volesse vendicarsi e punirla per essere stato tradito e abbandonato, come pensano stupidamente certi eruditi commentatori, ma per farle un grande dono. Denudarla perché ognuno potesse rendersi conto per intero di quanto fosse impossibile non perdere la testa per lei”.
Non capita tutti i giorni di incontrare Venere in persona!
A proposito di opere sublimi Pablo soleva ripetere un paradossale concetto: “La mediocrità di un pittore si misura osservando come faccia propria l’opera di un grande artista. Quasi sempre il pittore in questione dichiara di non copiare l’opera del grande maestro, ma di ispirarsi a lui. Ed è qui la stupida banalità; infatti un pittore di grande qualità – e scusate se io mi permetto di pensare di essere uno di quelli – non si limita mai a tradurre l’emozione che gli procura un grande maestro, ma si prende tutto intero il suo dipinto: colori, forme, linguaggio, e si porta via anche la cornice se scopre che è di valore”.

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