Festival EcoFuturo 2017 Padova

Quadri, tele e bozzetti di Dario Fo in vendita
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I libri consigliati da Cacaonline

C’era una volta la Guida al Consumo Critico, e c’è ancora, per fortuna: la Bibbia del consumo consapevole, ogni azienda catalogata e passata allo scanner da tutti i punti di vista: eticità, trattamento dei lavoratori, materie prime, ecc.
A questo libro edito dalla Emi oggi se ne affianca un altro: Eco-logica. La vita a basso impatto ambientale alla portata di tutti di Johann Rossi Mason, scritto con Paola Emilia Cicerone e Sonia Minniti, edito dalla LOG edizioni.
Eco-Logica è una guida semplice, per tutti noi che abbiamo poco tempo, figli da crescere, la casa e il lavoro, e che allo stesso tempo abbiamo voglia di esercitare un’azione “politica” con le nostre scelte.
In questo libro c’è tutto, solo a scorrere l’indice c’è di che divertirsi: ecoigiene, ecofashion, ecocasa, ma c’è anche l’ecomatrimonio, l’ecobeneficenza, l’ecoufficio.
Per esempio quando si parla di ecobeneficenza leggiamo: “Aderisci a un 'Banco'. Sono iniziative che mirano a raccogliere farmaci o derrate alimentari in particolari periodi dell’anno, non viene chiesto denaro contante ma di acquistare qualcosa e lasciare la merce in un punto di raccolta apposito nella farmacia o nel supermercato. Gli organizzatori di queste campagne poi provvedono a smistare le merci a seconda delle necessità. Di solito queste iniziative hanno molto successo: il Banco Farmaceutico ha chiuso il 2011 con la raccolta di 365.000 farmaci in un solo giorno, il 4% in più rispetto all’anno precedente. La fondazione Banco Alimentare invece nel 2010 ha raccolto ben 7.805.516 chili di prodotti alimentari e ha sostenuto così 117.000 persone bisognose alle quali sono stati distribuiti in media 65 chili di cibo per un valore commerciale di 23 milioni di euro. La fondazione, inoltre, tramite un servizio gratuito, permette che prodotti alimentari perfettamente commestibili, destinati alla discarica o inutilizzati dalle aziende, siano trasferiti a chi ne ha bisogno. Il costo di gestione della fondazione è estremamente ridotto: circa 400.000 euro l’anno”.
Il libro è ricchissimo di informazioni, dati e siti di riferimento. E che piacevole incontro: troviamo anche Merci Dolci e Commercioetico.it!
Non mancano anche i buoni consigli e le buone pratiche: sempre su ecobeneficenza un paragrafo ci ha colpito: “Fai qualcosa per niente. Vogliamo fare qualcosa di buono ma non abbiamo denaro da versare a una causa o a un’associazione? Nessun problema. Possiamo fare qualcosa per qualcuno che ne ha bisogno senza chiedere un compenso. Andare a prendere un amico all’aeroporto, accompagnare una persona anziana a fare la spesa con la macchina, riparare un oggetto senza farsi pagare è un modo per fare beneficenza”.
Lo sappiamo che i nostri lettori e amici di Cacao si comportano così. Ecchecavolo! E non per solo per altruismo ma soprattutto per sano egoismo: fare del bene, essere generosi aiuta soprattutto chi il bene lo fa.
Parafrasando Forrest Gump: Contento è chi contento fa…
Applicare tutto quello che raccomanda la guida è quasi impossibile – ce lo confessano persino le autrici – ma tra i tanti suggerimenti ognuno di noi può senz’altro trovare quelli più adatti al proprio stile di vita. Buona lettura!

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Carissimi,
questa settimana vi presentiamo il nuovo libro di Dario Fo scritto con Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo dal titolo “Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il Movimento 5 Stelle”.
E’ il racconto di un viaggio virtuale sulle orme di Luciano di Samosata che in un suo testo La nave ovvero I Desideri racconta di un lungo percorso, una camminata dal porto del Pireo ad Atene durante la quale Luciano e un gruppo di amici, tra cui i più loquaci sono Samippo e Timolao, si raccontano l’un l’altro i progetti più fantasiosi che hanno in mente di realizzare. Luciano fa da moderatore e incalza i compagni di viaggio con domande puntuali e spesso provocatorie.
I temi degli interventi passano dal surreale al grottesco, senza tuttavia mai perdere di vista la situazione tragica che in quel tempo si viveva ad Atene e in molte altre città della Grecia. I protagonisti propongono soluzioni spesso azzardate e impossibili per sortire da quel bailamme disperato.
Da un incontro tra Dario Fo, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio ecco che nasce l’idea di fare un viaggio lungo il folle percorso della nostra condizione politica e socioeconomica, di trattare cioè della disperata cristi che stiamo vivendo.
E di questo cammino lungo quasi duecento pagine noi vi proponiamo la fine.

Dario Fo: Già, ecco davanti a noi l’Acropoli di Atene con i Propilei, come dire i portali d’ingresso, c’è il Partendone, il tempio di Atena e tutto il museo… e appena sotto il teatro di Dioniso. Qui c’è un bar all’aperto, sediamoci un attimo a godiamoci la scena. Intanto che ordiniamo tre birre giganti vi propongo di ascoltare questo discorso pronunciato da Pericle nel 461 a.C.
Beppe Grillo: Ma lo conosciamo!
Dario Fo: Sì, lo so che lo conoscete, ma immagino solo a pezzi… io ve lo propongo tutto intero, solo ascoltandolo di seguito si riesce a capire che si tratta del più grande fondamento politico e civile dell’umanità. Fate attenzione, è Pericle che parla.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nello loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita a una politica, bè tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Che si saranno detti Dario Fo, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio in questo viaggio?
Scopritelo!

Solo su Commercioetico questo libro è SENZA SPESE DI SPEDIZIONE!!!

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Carissimi, questa settimana parliamo d’amore.
Bello eh?
Sì, perché uno pensa che i bisogni primari siano bere, mangiare, dormire, vestirsi ma crediamo fermamente che nei bisogni primari dell’essere umano ci dovremmo mettere anche l’amore. L’amore è arte, poesia, respiro, vita, appunto.
L’amore è impegno, dedizione, responsabilità.
L’amore è cura, tempo, attenzione.
L’amore è emozione, coraggio, fuoco.

E altre mille cose: per noi di Merci Dolci è anche una tazza dove portare il caffè all’amato/a a letto la mattina del 14 febbraio.
E una piacevole lettura, magari in compagnia, di uno dei più famosi libri di Jacopo Fo: “La scopata galattica”.
E un regalo, quello da parte nostra: la T-shirt che racconta in versi di distanze tra cuore e cervello.

E ora, la parola a Jacopo, dal libro “La scopata galattica” parliamo d’amore.

Cosa ti impedisce di amarmi in maniera pazzesca?    

Siamo quasi tutti inguaiati in questioni sentimentali. O non abbiamo un amore, o ce ne siamo stancati, o si è stancato di noi, o abbiamo troppi amori o qualche acciacco sessuale ci rende difficile soddisfare il nostro partner. Succede, a volte, che tra un guaio e quello successivo si insinui un periodo nel quale tutto va a gonfie vele. Una parentesi di felicità assoluta. Ma anche la felicità totale ha i suoi rischi. Che ti succede se vedi il paradiso dei sensi, con gli occhi della carne? Quando hai assaporato il nirvana, e poi finisce, t'incazzi come una bestia, o riesci a essere contento lo stesso per quello che hai vissuto? Puoi continuare a vivere, triste come un cagnolino di pezza, dopo che ti hanno tolto il tuo angolo di paradiso? A volte, proprio non si é capaci di superare il distacco, è così che si sente il cuore a strisce scorticate e brandelli stracciati. Ma c'è di buono, che prima o poi, si ha sempre la possibilità di ricominciare a sognare.

Seduzioni e colpi di fulmine: che cos'è l'amore? Che cosa succede quando ci s'innamora?

Rispondere a questa domanda in modo esauriente è impossibile.
L'amore è un sentimento talmente grande che, come il concetto di zen, sfugge alla definizione verbale. Se ti sei innamorato sai cos'è l'amore. Solo ascoltando il proprio cuore si può sentire (e non "capire") la natura di questo sentimento. Quello che si sa è che due occhi messi in una data maniera, un gesto, quell'onda nei capelli, quel tratto di pelle, quel colore, possono scatenare, nel giro di un solo istante una tempesta emotiva in grado di cambiare l'intero destino di una vita. Niente è potente come l'amore. La morte è molto potente ma non è in grado di cambiare la vita, può solo interromperla. Il dolore può distruggere una persona ma non può creare un universo di sensazioni, spronare a grandi imprese, ispirare opere d' arte e atti di generosità incredibili. Il dolore è solo molto doloroso. Ma il male è di per sé un'esperienza che chiude la mente alle percezioni, distacca dal mondo. L'amore invece attrae alla vita, è parte inscindibile del miracolo dell'esistenza.
Gli scienziati ci hanno spiegato che nell'istante nel quale l'innamoramento ha inizio, il nostro corpo e la nostra mente sono sconquassati da una bufera chimica. E questo spiega perché nell'amore si sente fisicamente di essere innamorati. è un'esperienza che da questo punto di vista ci lascia sempre stupiti: cambia il nostro modo di sentire il corpo e il mondo che ci circonda. Niente ci sembra più uguale. I sapori, i colori, l'aria che respiriamo. Mangi una pizza schifosa e il tuo cervello vede che è una pizza schifosa perché ne ha tutta l'aria, ma il tuo palato è incantato ed esclami: "Ah, che pizza meravigliosa!". E tutti gli amici che stanno mangiando quella stessa pizza ti guardano e mormorano con commiserazione: "Bisogna capirlo, è innamorato!"
Ecco, qui si annida una chiave per capire perché amarsi è così complicato. Ed è insieme quel che più desideriamo e quel che più amiamo.
Perché, in fondo, uno quando è innamorato si vergogna sempre un po'? Perché gli amici si sentono in dovere di deriderti per quella tua aria così trasognata e poco efficiente? Perché dobbiamo essere efficienti? Per essere felici. E quando siamo più felici? Quando amiamo. E allora lo scopo ultimo dell'efficienza è essere felici.
Dovremmo vivere quello stato di estasi come una vittoria. Anziché prendere in giro gli innamorati dovremmo guardare al loro stato con ammirazione e magari chiedere loro di raccontarci della magia che stanno percependo. Tant'è che quando sei cotto come una susina ubriaca, ti rendi conto di vivere uno stato di sublime meraviglia verso il mondo. Tutto è interessante, armonioso, vivace. E senti proprio il desiderio di fermare la gente per strada e urlare: "Ma non vedete l'aria com'è limpida e luminosa? Non sentite il profumo della vita? Cosa sono queste facce tristi? Sorridete! Tutto è amore. Basta aprire i propri cuori e trovare l'anima gemella! Non temete! Può succedere, io ve lo testimonio!" Ma sai che se tu andassi in giro a urlare così troveresti chi s'arrabbia e chi ti prende per pazzo. Nessuno si siederebbe con te in un posto tranquillo per dirti: "Meraviglioso! Tu ami! Raccontami tutto dei suoi occhi! Descrivimi nel dettaglio cosa provi, così forse io riuscirò a immedesimarmi di nuovo in quell'esplosivo stato di coscienza che ho provato anch'io e che conosco benissimo ma che in questo momento della mia vita mi appare così lontano".
E così stai lì, vorresti parlare ma stai zitto. Tanto sei felice in modo bestiale.
E sopporti le battutine degli amici invidiosi a proposito degli occhi da sogliola lessa che ti ritrovi.
E sei un po' imbarazzato per loro che non capiscono più la magia dell'amore e non la venerano con il dovuto rispetto.

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Finalmente un libro che racconta Sergio Angeletti, in arte Angese. Buona lettura! E per acquistare online il libro clicca qui

Capitolo sesto
Il Grande Dito

Quando Angese aveva una ventina d’anni andò a giocare al casinò, vinse e poi non giocò più. Diceva che sono cose che si possono fare una volta sola nella vita. Una logica eroi- ca. Mistica, oserei dire, anche se Sergio non aveva niente di mistico e prendeva sempre in giro quelli fissati con le filosofie orientali e i guru. Era roba che non gli interessava. Guardava con ironia anche me e Andrea Pazienza che ci eravamo fatti prendere dal kendo di Mario Bottoni, grande maestro milanese che d’estate teneva corsi a Alcatraz. La sua mistica era più strutturale, narrativa. Cercò di esprimerla comicamente nel Grande Dito.
Il Grande Dito in realtà era Nero, il cane. Un animale umanamente superiore. Una specie di pastore tedesco con dentro qualche linea di Labrador e la taglia di un pastore maremmano. E ti guardava con aria intelligente e un po’ melanconica. Ho già raccontato che era arrivato per i fatti suoi a Alcatraz e siccome faceva paura l’avevamo caricato in macchina e portato lontano. Dopo alcuni giorni ce lo ritroviamo davanti, sporco e puzzolente da panico. Ma a quel punto il nostro codice d’onore ci impedì di ricacciarlo. Se proprio aveva deciso che voleva abitare con noi come potevamo dirgli di no?
Scoprimmo poi che Nero era un genio dell’ospitalità. Quando Alcatraz era aperta andava a ricevere gli ospiti e li scortava alla reception. Quando Alcatraz era chiusa non faceva scendere nessuno dall’auto. Abbaiava fino a che qualcuno diceva: “OK, Nero, smettila.” Una volta il camionista che aveva riempito i bomboloni del gas stava venendo a casa mia per farmi firmare la ricevuta. Nero gli va incontro abbaiando. Lui, astutamente, gli da un calcio in faccia. Io nel frattempo ero uscito per fermare il cane, perché avevo visto il calcio... urlavo perché temevo se lo mangiasse. Nel tempo di fare venti metri per prenderlo per il collare aveva sbranato i vestiti del camionista. Non gli aveva fatto un solo graffio ma lo aveva lasciato in mutande. Non è facile per un cane controllare i propri denti con tanta precisione. Ma lui sapeva che se gli avesse fatto un solo graffio sarebbe stato abbattuto. Non potevamo tollerare cani mordaci. D’altra parte non poteva non reagire a un calcio in faccia. Io pagai il guardaroba nuovo al camionista, ma dovetti convenire con Nero che aveva ragione. Ma la dote più strabiliante di Nero era il suo stile nell’accompagnare le escursioni a cavallo e il modo in cui ci aiutava, spontaneamente, a radunare i cavalli dispersi sui pascoli.
Probabilmente era stato il cane di qualche pastore. Comunque Angese aveva passato ore con Astarte e con Nero che gli trotterellava davanti annusandogli la strada, e si era convinto che quel cane nascondesse una saggezza misteriosa nobilitata da una particolare eleganza dinoccolata. Quindi lo aveva trasformato, trasfigurandolo, in una specie di Maestro mitico che guardava il mondo con occhi comici facendo capriole che gli permettevano di vedere la realtà da un punto di vista impossibile. Il Grande Dito, che aveva proprio la forma di un grande dito indice indicatore, girava per i disegni di Angese e si soffermava a riflettere sul valore delle singole vocali pronunciate.
Raccontarlo a parole è impossibile, tocca leggerlo, guardarlo. È pieno di donne seducenti. Il Grande Dito usciva su Linus, la rivista della Rizzoli, ai tempi della direzione di Fulvia Serra, donna molto amabile che tollerava le intemperanze di Sergio come una mamma. Quando lui arrivava nella redazione milanese credo che fosse un’esperienza traumatica per tutti. Diceva cose che non si dovrebbero mai dire a una redattrice di un giornale blandamente di sinistra. Soprattutto se lavora in una redazione dove sono tutte donne e tutte femministe.
Ad esempio, non bisogna dire davanti a tutta la redazione che la direttrice è sotto ricatto perché possiedi una sua foto in costume da bagno. Comunque Fulvia fu molto buona con noi. Ci lasciava pubblicare degli articoli che poi doveva pagare col sangue.
Ma anche le capacità di resistere di Fulvia hanno un limite e noi lo sorpassammo continuamente... L’uscita su Avaj del primo fumetto italiano con i ballon del testo vuoti, per via della storia di Vincino su Agnelli nell’invasione della Russia, fu l’ultimo lavoro che riusciamo a fare con la Grande Editoria.
Non bisogna disturbare il manovratore. E ci trovammo fuori dal mondo ufficiale dei fumetti. Io mi riciclo come attore, Sergio si trova di fronte a un muro: è un rompicoglioni, uno che se non lo paghi va dall’avvocato e vince la causa, uno che non porta rispetto per nessuno e se gli censuri una vignetta ti manda al diavolo.
Inizia per Sergio un periodo durissimo con pochi colpi di fortuna che lo tengono a galla ma lo costringono a una vita molto spartana. Ma lui resiste sulla sua strada.

Puoi acquistare “Angese, il guerriero divertente” su Commercioetico.it clicca qui

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Carissimi,
questa settimana siamo orgogliosi di presentarvi un libro edito dalla Emi che racconta la storia di Antanas Mockus, sindaco di Bogotà.
Una storia incredibile quella di Monkus, che è riuscito a risollevare una città al collasso e come ha fatto? Sognando, non a caso il suo partito si chiamava Visionario…
Qualcuno può regalare questo libro ai nostri politici?
Di Mockus parliamo da molti anni perché ci aveva colpito il suo modo “diverso” di fare politica e ci era piaciuto proprio tanto (leggi qui).
Come facciamo sempre vi proponiamo un estratto dal libro.
Buona lettura e siate visionari!

Fuori dagli schemi
Quando Antanas Mockus assume l'incarico di sindaco di Bogotà, nel 1995, viene accolto da una reazione sospesa tra scetticismo e curiosità. Con gli anni conquista un interesse sempre maggiore sulla scena pubblica colombiana. Tutti dicono che è un outsider: “fuori dagli schemi” in quanto a immagine (la sua barba senza baffi è diventata un simbolo di anticonformismo politico), “fuori dalla metodologia” quando veste i panni ufficiali dell'accademico, “fuori dalla retorica”, nell'ambito dell'attività politica... Da dove proviene quel “fuori”, e a che cosa si riferisce?
Nella persona di Mockus la creatività artistica – ereditata dalla madre, pittrice e scultrice – si fonde con le scienze della società e con l'impegno politico, per generare un netto distacco dalle consuetudini e una proposta estranea ai soliti giochi di potere, perché fondata su altri ambiti: la tradizione argomentativa propria della cultura accademica, gli studi sulla riproduzione culturale e sul ruolo dell'arte nella soluzione dei problemi, il ricorso allo spettacolo come forma di comunicazione politica.
Ispirandosi alla critica di Max Horkheimer alla logica del dominio che pervade la moderna civiltà occidentale, Mockus contesta la società colombiana: essa privilegia, in ogni ambito, la ricerca dei meri risultati; si è rinchiusa all'interno di una prospettiva suicida di pianificazione a breve termine; soffoca il proprio pensiero con il laccio della contrapposizione “noi/loro”, che considera il “diverso” un nemico. Il risultato delle dinamiche vigenti è una simmetria dolorosa tra chi è disposto a tutto per vincere e chi è disposto a perdere tutto per impedire la vittoria dell'altro. Una situazione bloccata che Mockus ha deciso di cambiare dall'interno, entrando in politica. E lo ha fatto, tra l'altro, decostruendo in vari modi la classica figura del “potente” rappresentata da vestiti gessati, cravatte e una certa etichetta.
Nel sistema democratico teoricamente perfetto, l'attività politica dovrebbe essere aperta a ogni soggetto capace di intendere e volere, non un mestiere o un diritto riservato a pochi, come purtroppo spesso avviene. Quando una casta di politici di professione afferma che qualcuno fa dell' “antipolitica” sta semplicemente dicendo che è diverso da loro, che è estraneo alle contrapposizione tradizionali. Spesso l'outsider si ritrova osteggiato dall'intero panorama ideologico, liberali e conservatori insieme, destra e sinistra. E sono soprattutto le nuove “sinistre”, in Italia come in Colombia, a scaricare sull' “antipolitca” la responsabilità della propria inconsistenza e perdita di consensi.
La politica di Mockus in Colombia è un'insurrezione “pericolosa”, un invito diretto ad essere fedeli all'onestà e alla dignità. “La vita umana e il denaro pubblico devono diventare concetti sacri”, è scritto nei suoi dogmi. I programmi richiedono dialogo e reciproco ascolto. In un paese in cui il concetto di democrazia rappresentativa è stato – da tempo – sostituito da quello di razionalità strategica, la speranza converge nella democrazia partecipativa. Il principio “una persona, un voto” è stato sostituito da “una persona, una voce”: un cambiamento ancor più radicale se si considera il contesto storico-contemporaneo dell'America Latina, orientato verso due percorsi strategici che a livello dialettico privilegiano il potere della demagogia populista sull'azione effettiva, mentre sul piano pratico tendono a promuovere politiche economiche e sociali effettivamente redistributive, fondate però su quello stesso sistema corrotto che ha generato gli enormi contrasti che feriscono il continente. La scommessa più “visionaria” affrontata da Mockus potrebbe essere individuata nell'originalità dell'approccio comunicativo con il quale ha proposto temi di grande interesse collettivo, nella ricerca di una trasformazione sociale costruita sulla quotidianità dei singoli, e sviluppata dall'autoregolazione tra gli stessi cittadini. Ovviamente, quest'azione si è sviluppata all'infuori dello spettro politico tradizionale “sinistra-destra”. E' stato rispettato il sistema di premi e castighi tipici del linguaggio politico tradizionale, aprendo però uno spazio inedito alle diverse prospettive racchiuse in ogni argomento.
Agli occhi degli analisti, Mockus appare spesso come il prototipo del ricercatore sociale, un osservatore indipendente interessato ad agire personalmente sugli schemi tradizionali che delimitano la realtà, che sa captare l'attenzione dei cittadini mediante idee razionali e comunicazione trasparente, senza mai aggredire gli avversari. Per i suoi giovani, pronti a seguirlo ma anche a criticare e proporre, si tratta di un oggetto misterioso che ispira immediata simpatia, proprio per il suo evidente essere “altro”. La maggioranza dei colombiani, invece, teme posizioni troppo estreme e guarda con sospetto un individuo che propone di sostituire le mitragliatrici con le matite. Come per ogni avanguardia artistica che si rispetti, il dibattito è aperto. L'equilibrio si è rotto.

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Carissimi,
l’altra sera a Ballarò c’era un nostro caro amico: Marco Boschini. Fondatore e coordinatore dell’associazione Comuni Virtuosi, una rete di enti locali che operano concretamente nel campo della sostenibilità ambientale e del risparmio energetico.
Marco ha un blog sul Fatto Quotidiano on line e su l’Huffington Post.
E’ anche autore dei volumi: “Caro sindaco new global. I nuovi stili di vita nella politica locale”; “Comuni virtuosi. Nuovi stili di vita nella pubblica amministrazione”; “In Comune. Idee semplici, concrete ed efficaci”, tutti editi con la EMI, Editrice Missionaria Italiana.
Nel 2009 ha pubblicato insieme a Michele Dotti il grande successo “L’Anticasta: l’Italia che funziona”.
Marco è un uomo che “fa”. Partendo dal piccolo comune di Colorno, in provincia di Parma, passo passo, pezzetto pezzetto, sta cambiando il modo di pensare la politica, e noi siamo suoi fan sfegatati.
Oggi vi presentiamo il suo nuovo libro: “La mia scuola a impatto zero. Ricette virtuose per tagliare la bolletta energetica e moltiplicare l’educazione ambientale”.
Vi proponiamo un brano che racconta come potrebbe essere la nostra scuola, sembra fantascienza… ma è tutto attuabile da subito, ci proviamo?
Buona lettura!

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Il suono della campanella
La scuola: un luogo di comunità dove si pratica il futuro

Sono le 7 del mattino di un lunedì di settembre. Oggi è il primo giorno di scuola e la sveglia mi ha appena interrotto il sonno, ridestandomi da un lungo letargo estivo e riportandomi, tutto d'un tratto, al tran tran dell'anno scolastico.
Dunque, si riparte. Chissà che facce avranno gli insegnanti, i compagni (vecchi e nuovi, ché ogni anno è un via vai di gente e di colori), le bidelle e i vicini di casa.
Sì, perché la scuola in fondo è la nostra seconda casa a tempo determinato., il luogo in cui trascorriamo gran parte del nostro tempo e dei nostri giorni, tutti insieme da settembre a giugno, dove impariamo a conoscere cose e persone, date e avvenimenti, lingue e comportamenti...
La nostra casa, dunque, circondata da altre case, strade, piazze e monumenti. Un piccolo fiore nel campo coltivato della comunità.

Finita la colazione, genuina ed abbondante, ripongo un frutto nello zaino leggero (Ché i libri sono già in corridoio nei rispettivi armadietti e sul tablet che mi aspetta sul banco) e scendo in strada, dove mi aspetta il piedibus per accompagnarmi, con gli altri miei “colleghi”, nel cortile della scuola
Noto che i contenitori della raccolta differenziata non hanno cambiato posto, mentre l'orto di classe è maturato, forse grazie alle attenzioni del custode, che l'ha seguito nella pausa estiva in cambio di qualche frutto o verdura di stagione.
Spero che la maestra mi nomini “guardiano della luce” così per un mese avrò l'onere, e l'onore, di prestare attenzione all'uso dell'energia, in modo da eliminare gli sprechi e monitorare le abitudini della variegata popolazione scolastica.
In mensa, anche quest'anno, l'acqua che beviamo è quella del sindaco (marchiata “acquedotto comunale pubblico”) e le stoviglie sono tutte di porcellana. Cosa ancora più importante, però, è che il cibo preparato nella cucina accanto è frutto di prodotti sani, di stagione, a filiera corta e senza imballaggi.
Da qualche tempo ci hanno messo a disposizione i prodotti del commercio equo e solidale, che abbiamo conosciuto grazie a diversi incontri e progetti realizzati con i nostri insegnanti.
I pasti non consumati non vengono gettati nella pattumiera, ma messi a disposizione di associazioni e famiglie del territorio che ne fanno richiesta, mentre gli scarti finiscono in una compostiera molto speciale da cui esce concime per l'orto scolastico e per le aree verdi del quartiere.
L'insegnate dopo pranzo ci porta a visitare il tetto, la cui superficie è appena stata rivestita dal Comune di pannelli fotovoltaici che producono l'energia elettrica di cui abbiamo bisogno ai piani inferiori. Di fronte a noi vediamo anche il tetto del palazzetto dello sport, ricoperto di pannelli solari con cui riscaldare l'acqua delle docce.

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Non ricordo che anno fosse ma ricordo la mia emozione entrando nella casa dei Fo a Porta Romana a Milano.
“Porta Romana bella…” cantava Giorgio Gaber, e bella lo è davvero, poi a farmi digerire Milano non c’è riuscito neanche Dario che ne è innamoratissimo.
Sto divagando..., allora dicevo, entro in casa, timidissima, ci sono quadri di artisti famosi, statuette, un bassorilievo raffigurante una Madonna, non so più dove guardare. E quello che mi sconvolge proprio è una serie di ritratti di Franca, disegnati credo a carboncino, bellissimi e sotto una firma: Pablo Picasso. La firma è la sua, non ci sono dubbi, la conosco.
Non oso chiedere, e penso: sono pazzi, tengono dei Picasso così, attaccati alle pareti dello studio…
Franca, in quei ritratti fatti con quattro tratti decisi, è naturale e magnifica, non smetto di guardarli. Credo che Jacopo si sia accorto del mio stupore perché si è messo a ridere dicendo: “Sono dei falsi, li ha disegnati mio padre”. “Anche la firma?” chiedo stupidamente, “Sì, pure quella” mi risponde.
Beh, firma o non firma, falsi o meno, sono stupendi…
Mi fa sorridere ora presentarvi questo libro dove Dario ci racconta proprio di lui: Pablo Picasso. Questa volta parliamo di quello vero.
Il libro è edito dalla Franco Cosimo Panini Editore e come tutti gli altri della collana dedicata a Dario Fo (Giotto, Mantegna, Michelangelo) è illustrato con decine di tavole a colori, il testo è a cura di Franca Rame.
Un vero piacere da vedere, da leggere, da regalare.
Buona lettura
Gabriella Canova

Ho inventato Picasso
Come frontespizio alla storia di Pablo Picasso abbiamo scelto questa sua dichiarazione: “Sono venuto al mondo nel 1881, in ottobre, e devo dirlo ero un bimbo molto dotato nella pittura! Ho avuto difficoltà a farmi conoscere all’inizio, come succede a ogni giovane che intraprenda il cammino dell’arte. Poi, sempre con fatica, mi sono fatto apprezzare, quindi più tardi ho compiuto la più importante delle mie azioni: ho inventato Picasso.
Sono stato fortunato, la sorte mi ha regalato come primo insegnante di pittura nientemeno che mio padre, don José, professore all’Accademia di Belle Arti di Malaga. Ero ancora un ragazzino quando mio padre rimase letteralmente sconvolto nello scoprire una mia pittura – di cui lui stesso mi aveva dettato il tema – un dipinto di fattura talmente straordinaria da mandarlo in crisi. Nello stesso giorno mio padre decise di regalarmi la sua tavolozza, le tele e i colori e da allora non dipinse più.
Da subito ho imparato ad amare i grandi pittori antichi, pittori del mio Paese: Velàsquez, El Greco e Goya, quest’ultimo famoso per la Maja vestida e la Maya desnuda.
A proposito di questo stupendo doppio ritratto di donna mi sono subito chiesto: “Ma perché, dopo aver dipinto questa sua innamorata dolcemente sdraiata su una chaise-longue, indossante un abito così raffinato, Goya l’ha poi spogliata nuda nello stesso atteggiamento mostrandola così a tutta la città? E’ semplice, Francisco amava questa donna più di ogni altra creatura al mondo, quindi l’ha mostrata ignuda non perché volesse vendicarsi e punirla per essere stato tradito e abbandonato, come pensano stupidamente certi eruditi commentatori, ma per farle un grande dono. Denudarla perché ognuno potesse rendersi conto per intero di quanto fosse impossibile non perdere la testa per lei”.
Non capita tutti i giorni di incontrare Venere in persona!
A proposito di opere sublimi Pablo soleva ripetere un paradossale concetto: “La mediocrità di un pittore si misura osservando come faccia propria l’opera di un grande artista. Quasi sempre il pittore in questione dichiara di non copiare l’opera del grande maestro, ma di ispirarsi a lui. Ed è qui la stupida banalità; infatti un pittore di grande qualità – e scusate se io mi permetto di pensare di essere uno di quelli – non si limita mai a tradurre l’emozione che gli procura un grande maestro, ma si prende tutto intero il suo dipinto: colori, forme, linguaggio, e si porta via anche la cornice se scopre che è di valore”.

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Italia, popolo di santi, poeti, navigatori e aggiungerei: scrittori.
Quest’estate si è tenuto ad Alcatraz il seminario con Stefano Benni sulla Voce Narrante. Per la prima volta non me ne occupavo in prima persona e il tutoraggio era in mano alla magnifica Viviana Dominici, che ha fatto un lavoro veramente straordinario.
Durante il seminario mi è stato chiesto di tenere una lezione sull’editoria e l’editing e il risultato sono state due ore di botta e risposta molto interessanti.
Molti dei partecipanti avevano il loro romanzo nel cassetto o in punta di penna ma i dubbi, le paure sono veramente molti.
Si parte proprio dall’editing. Sappiamo tutti che far leggere i nostri scritti agli amici serve alla nostra autostima ma non è utile per il libro stesso. Tutti ci diranno: Bene! Bravo! E proprio perché ci si vuole bene si glisserà su qualche intoppo di scrittura, qualche personaggio malriuscito, ecc.
L’editing di un’opera, sia essa saggio o romanzo, è fondamentale. Far leggere a qualcuno di estraneo e preparato il nostro scritto ci dà la misura del nostro lavoro.
Ricordo che, arrivata da poco in vacanza ad Alcatraz, Jacopo mi diede da leggere il suo “Lo Zen e l’arte di scopare”,  freschissimo di stampa; qualche giorno dopo mi chiese cosa ne pensassi e io risposi: “Bello, c’è qualche intoppo di scrittura e alcuni passaggi non li ho capiti bene, ma nel complesso è fantastico!”
Jacopo mi guardò e disse: “No, mia cara, adesso mi dici dove e come ci sono i difetti che hai detto!”
Ok, presi una matita e segnai tutti i punti che secondo me andavano corretti, continuando a ripetere: “ma la vedo io così … magari invece va benissimo …” e Jacopo rispose: “Se non li hai capiti tu non li hanno capiti neanche altri, quindi vanno spiegati meglio, grazie!”
Non ho mai capito se mi aveva fatto un complimento... fatto sta che iniziava così, vent’anni fa, la mia carriera di editor.
Avevo paura che Jacopo si offendesse per le mie pignolerie e invece fu proprio il contrario! Difendeva la sua opera ma era contentissimo che ci fosse un interlocutore attento e critico. Lo vidi strappare e riscrivere da capo un articolo solo perché chi lo lesse prima della pubblicazione disse: “Bello, ma non è molto divertente…”
D’altra parte era abituato così in famiglia: Dario scriveva le sue commedie d’estate e le presentava in anteprima a uno strettissimo gruppo di amici. Se le risate o l’emozione non erano quelle che Dario si aspettava, la commedia finiva dentro a un cassetto o veniva totalmente rimaneggiata. Franca, oltre che autrice e magnifica scrittrice, è un editor straordinario proprio perché ha spulciato anche le virgole degli scritti di Dario: come dice sempre Jacopo, la nostra maestra è anche la regina dei congiuntivi!

L’editor è colui che si accorge che la nonna morta al terzo capitolo dice la frase risolutiva del racconto al decimo… scriveva qualcuno. Sì, proprio questo, un buon editor non stravolge l’opera di chi scrive, si limita a segnare gli intoppi, le incongruenze, i salti temporali, gli errori di ortografia, ecc. ma rimane fedele al testo dell’autore. Questa era una delle paure evidenziate durante quella lezione al seminario di Benni quest’estate; alcuni chiedevano: “Ma se poi all’editor non piace quello che scrivo e vuole cambiarlo?” Ma non è compito dell’editor farsi piacere il vostro scritto, lui può farvi delle proposte perché il narrato scorra meglio, ma l’opera è di chi scrive e stop.

Dopo quella lezione e dopo aver sentito le numerose domande mi sono resa conto che sul ruolo dell'editor e sull’editoria in genere regna una grande confusione. Negli anni mi sono anche trovata a leggere cose bellissime scritte da gente che non sapeva come e a chi rivolgersi per pubblicare il proprio testo. D’altra parte ho letto racconti scritti male ma con un’idea bella di fondo a cui sarebbe bastato poco per volare, o ancora bellissime scritture con idee deboli. Magnifico mondo quello di chi scrive... Onoro chi investe tempo ed energia per produrre storie che possono essere lette da altri, trovo che sia un dono magnifico. La scrittura è sì creatività ma anche grande lavoro di cesello, di artigianato, di rilettura, di correzione, di tagli... I grandi scrittori vi diranno che le loro opere sono state scritte di getto in un primo momento ma poi elaborate, rilette, tagliate, riviste, fatte sedimentare… come un artista che dopo l’abbozzo di una scultura o di un quadro poi passa alla rifinitura e lì c’è mestiere e tecnica.

Mi piacerebbe continuare a parlarne: avete domande, curiosità, aneddoti? Mandatemeli a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Volete un giudizio sulla vostra opera? Scrivetemi e vediamo insieme cosa possiamo fare, cercando di capire anche il livello di lavoro di cui avete necessità.
Possiamo fare una lettura veloce, con una valutazione generale dello scritto, oppure un editing approfondito con tutte le osservazione all’interno del testo e una scheda generale di valutazione; e possiamo anche fare l’impaginazione del testo e consegnarvi un file pdf pronto per la tipografia, oppure preparavi le schede da presentare alle case editrici. Mettiamo, noi di Merci Dolci, al servizio di chi vuole la nostra esperienza, il prezzo del servizio sarà valutato caso per caso.
Un grande abbraccio a tutti
Gabriella

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E’ tornato!!!
Dopo quasi vent’anni siamo lietissimi di presentarvi la nuova edizione, riveduta, corretta e aggiornata de La Vera Storia del Mondo di Jacopo Fo.
Con molte illustrazioni a colori, il nostro libro più amato torna con una nuova copertina e un sacco di storie mai raccontate.
Come sono state costruite le piramidi?
Perché le donne hanno le tette?
Chi erano i Seminole, i nativi americani che non si arresero ai colonizzatori?
Indice analitico, cronologia e migliaia di fonti. Se sei uno studente potrai fare un figurone con i tuoi insegnanti raccontando quello che neanche loro conoscono.
Imperdibile!

Capitolo Primo
Breve riassunto dei fatti dall’età della pietra a oggi
I manuali scolastici dedicano pochissimo spazio all’inizio dell’avventura umana. Là dove non ci sono nomi di re e date da imparare a memoria, sembra ci sia poco da apprendere: la storia, si dice, comincia con la scrittura. Non sufficiente attenzione è data poi al peso che ebbero le innovazioni tecniche.
Cerchiamo qui di riequilibrare la situazione, occupandoci dei meccanismi che fin dai primordi hanno determinato l’evoluzione umana.

PERCHE' LE DONNE HANNO LE TETTE?
Come mai le scimmie persero il pelo e diventarono umane?
Questa vi sembrerà forse una domanda stupida. Invece una domanda così superficiale ha dei risvolti profondissimi. Innanzi tutto una cosa è innegabile: le tette esistono ma le hanno solo le donne. “Idiota”, dirai tu, “è chiaro che gli uomini non le hanno, visto che non allattano”. Indiscutibile ma non pertinente.
Dicendo che le donne sono le sole ad avere le tette intendevo dire che sono le uniche mammifere ad avere le tette. No, le altre mammifere non hanno le tette. Hanno i capezzoli, sì. Hanno le ghiandole mammarie, sì. Allattano, sì.
Ma siamo seri, non mi direte che le mucche hanno le tette e neanche quelle delle scimmie si possono definire “tette”. Quando dico tette dico tette. Cioè quella protuberanza curvilinea, morbidamente imbottita, ondeggiante, traspirante, piena, soffice, ammiccante. Tette tettose insomma. Allora, da dove vengono? Perché solo le donne ce le hanno?
Cogli il senso della domanda?
Beh, la storiografia e i paraponzi di tutte le megauniversità del mondo non sono ancora riusciti a dirci da dove vengano queste realtà biologiche. Le posizioni attualmente sono due. Da una parte, alcuni scienziati sostengono che non c’è motivo di preoccuparsi per il fatto che le donne hanno le tette, non c’è pericolo che esplodano, non sono infettive e non mordono. L’altro fronte dei luminari va oltre. Le donne hanno le tette perché agli uomini piacciono le tette.
E vi prego di riflettere su questa seconda posizione. Essa supera l’annoso problema: “è nato prima l’uovo o la gallina”... Cioè: agli uomini piacevano già le tette prima che le donne le avessero. Precognizione? Desiderio embrionale? Telecinesi? Invidia del pene?
Magari salta fuori che le tette sono un ideale biologico precompresso, insito negli archetipi del DNA presente già nei protomammiferi. Le specie animali, tutte, hanno come obiettivo finale, come scopo evolutivo, le tette. Anche le cagne volevano farsele crescere perché sanno che i cani le adorano, solo che non ci sono riuscite.
Invece le donne hanno raggiunto il traguardo.
Beh, non esageriamo, amatissimi lettori, in effetti le pupe non son le sole a essere munite di ‘respingenti molleggiati’.
Già, la verità è che anche le sirene le hanno. No, non le sirene mitiche hollywoodiane: esistono delle specie di trichechi marini che hanno simil tette (i lamantini).
Pare che da questi esseri focheschi i marinai antichi, ottenebrati da sole e astinenza, abbiano tratto l’idea delle mitiche sirene.
Seguendo questa traccia scopriamo una serie di cose interessanti.
Le donne, e anche gli uomini, sono gli unici mammiferi di terra ad avere una serie di cose in comune con i mammiferi acquatici.
1. Seni - in alcuni casi.
2. Assenza della pelliccia.
3. Abbondante strato di grasso sottocutaneo.
4. Lacrimazione oculare salina.1
5. Naso a sifone (l’acqua non entra in immersione).
6. Labbra carnose (imbottite anch’esse per ottenere la chiusura ermetica
della bocca).
7. Regolazione volontaria della respirazione.
Ci sarà un motivo se le cose stanno così? La natura fa tutto per un preciso motivo e non spreca i suoi talenti; ad esempio, non dà le macchine da scrivere agli elefanti perché sa che le romperebbero.
Allora cosa ci suggeriscono queste informazioni?
Che l’umanità ha trascorso un periodo di qualche milione di anni sulle rive di un mare tiepido, passando in acqua la maggior parte del tempo (i nostri antenati scimmie non vivevano in acqua come i pesci, però vi passavano parecchie ore al giorno, sia perché così stavano al sicuro sia perché faceva un caldo bestiale).
In questo periodo l’umanità avrebbe completato quella complessa evoluzione dalla scimmia all’uomo.
Lo so che sai esattamente chi è l’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia e che se vengo a trovarti me lo puoi anche presentare... ma ti garantisco che da un certo punto di vista il problema è più complesso.
Infatti avrai letto sui giornali, negli ultimi anni, un continuo accapigliarsi di studiosi che si contendono il primato di aver trovato questo benedetto anello di congiunzione. Il problema sta proprio lì. In realtà si brancola nel buio. Fino a un certo punto è scimmia poi, dopo un periodo misterioso, trak! appare
l’uomo. Perché?
Semplice. L’umanità si è trasferita in riva al mare e là le ossa non si conservano.
Elementare! Spiega tutto. Spiega anche le tette. Le donne stavano in acqua, avevano bisogno di uno strato adiposo per isolare termicamente le ghiandole mammarie dagli sbalzi di temperatura. E servivano belle elastiche perché i neonati potessero succhiare il latte in acqua senza bersi tutto l’oceano.
Si spiega anche perché le nostre labbra siano a chiusura ermetica. Se tieni la bocca chiusa sott’acqua, questa non ti entra in bocca. Prova un po’ a farlo fare a un cane.
Resta un ultimo problema. Perché l’umanità è entrata in acqua?
Ora prova a immaginare di essere su un bell’albero nella foresta vergine, in un paio di milioni di anni scoppia un caldo boia e gli alberi di albicocche seccano.
Così tu e il tuo branco decidete di spostarvi in cerca di un po’ di fresco e ciliegie. Lungo la strada una torma di tigri vi assale. Siete in riva al mare. Che fate? Ma diamine! Vi buttate in acqua, no?
Stando in piedi (siete quadrupedi ma come tutte le scimmie potete stare anche in posizione eretta) potete arrivare molto più in là di una tigre, che si trova subito a non toccare. Così voi vi salvate la pelle perché le tigri non sono brave a nuotare e lottare allo stesso tempo.
Beh. Tutto chiaro, no!?
Non è geniale?!?
Io mi chiedo come i testoni in cattedra non lo abbiano già capito. E guardate che non è una pensata che mi è venuta negli ultimi dieci minuti. Non è neanche un’idea mia. L’ho letta su un libro. È di una certa signora Elaine Morgan, una giornalista inglese.
Documentatissima.
Spiega queste cose in circa trecento pagine...

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La vera storia del mondo Jacopo Fo

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“Questo libro documenta la guerra in atto contro la Terra e i suoi abitanti, ma anche la lotta in sua difesa, per il diritto dei popoli a godere del suolo e dell’acqua, delle foreste, delle sementi e della biodiversità. Spiega come le nostre residue speranze di sopravvivenza dipendano dal passaggio a un paradigma basato sul un’economia, una politica e una cultura della Terra. Fare pace con la Terra è un imperativo per la sopravvivenza e per la libertà.”

Così presenta il suo libro la stessa Vandana Shiva, un nome noto a chiunque si interessi di ecologia.
E’ diventata una delle più importanti testimonial delle lotte per la difesa dell’ecosistema, contro il saccheggio delle risorse naturali che le grandi corporation da tempo perseguono senza alcun rispetto per le popolazioni né per i luoghi.
Vicepresidente di Slow Food, nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award, il premio Nobel alternativo. E' tra i principali leader dell'International Forum on Globalization.
Tra le sue battaglie, che l'hanno resa famosa anche in Europa, vi è quella contro gli OGM e la loro introduzione in India.
Il libro che vi andiamo a presentare questa settimana è Fare Pace con la terra, edito da Feltrinelli.
Seguendo il celebre aforisma di Gandhi che dice che “La Terra è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di alcune persone”, il libro fa il punto sullo stato dello scontro tra la logica del profitto a ogni costo delle grandi multinazionali e i bisogni delle popolazioni che vivono sul territorio.
Ve ne riportiamo un brano. Buona lettura.

Guerre alimentari
Le origini della crisi alimentare e le soluzioni per una giustizia e una pace alimentari.

Introduzione
La crisi alimentare è l’effetto di una guerra alimentare. La guerra alimentare è, innanzitutto, una guerra tra paradigmi: tra un modello industriale e uno ecologico, ma è guerra anche perché nega a un miliardo di persone affamate il diritto al cibo e ad altri due miliardi di persone, che offrono di malattie legate al cibo, il diritto a un’alimentazione sana. E’ una guerra contro i contadini, che vedono distrutta la loro vita, insieme ai mezzi di sussistenza. Ed è una guerra contro il pianeta, nella misura in cui a essere distrutti sono il suolo, la biodiversità, l’acqua. Gli strumenti di questa guerra contro la Terra operano sul campo e, insieme, sulle menti.
La crisi alimentare incarna e illustra le molteplici crisi della nostra epoca: quella finanziaria, quella energetica, la crisi legata al clima, la crisi dell’acqua, della biodiversità, della salute e della nutrizione, la crisi dell’occupazione e quella della democrazia.
La crisi alimentare ha già condannato un miliardo di persone alla fame permanente e strutturale, e altri due miliardi a malattie come obesità, diabete e ipertensione. E se le tendenze attuali si manterranno invariate, l’emergenza alimentare si aggraverà, colpendo altri miliardi di persone.
L’emergenza e la crisi alimentari sono dovute, secondo me, a tre importanti cause.
In primo luogo, l’appropriazione e la distruzione, da parte delle corporation, dei doni della natura fondamentali per la  produzione di alimenti (suolo e terra, acqua, sementi e biodiversità) ai fini dell’agricoltura industrializzata e globale, controllata e promossa dalle corporation stesse.
In secondo luogo, il sistema inefficiente e inquinante della produzione alimentare industriale, fondato sull’impiego intensivo di sostanze chimiche, carburanti fossili e capitali, che distrugge da un lato il capitale della natura e dall’altro quello della società, sradicando le piccole fattorie e distruggendo la salute.
Le piccole aziende agricole forniscono il 70 per cento del cibo mondiale, eppure vengono distrutte con la scusa del basso rendimento. L’88 per cento del cibo viene consumato nella stessa eco-regione o area in cui viene prodotto. L’industrializzazione e la globalizzazione sono l’eccezione, non la regola. E dove le piccole aziende agricole e le economie alimentari locali non sono state ancora distrutte dall’industrializzazione, la biodiversità e il cibo continuano a dare da vivere alle popolazioni. La biodiversità agricola viene salvaguardata dai piccoli contadini. Come riferisce il rapporto del gruppo ETC, “i piccoli contadini allevano e curano 40 specie di animali e quasi 8000 varietà di piante. Coltivano, inoltre, 5000 varietà agricole domestiche e hanno donato più di 1,9 milioni di varietà alle banche genetiche mondiali. Gli allevatori ittici hanno raccolto e protetto più di 15.000 specie d’acqua dolce. Il lavoro di contadini e allevatori a salvaguardia della fertilità del suolo è diciotto volte più efficace dei fertilizzanti sintetici forniti dalle sette maggiori corporation”.
Quando questo sistema alimentare ricco di biodiversità viene sostituito da monoculture industriali, e il cibo mercificato, le conseguenze sono fame e malnutrizione. Degli attuali 6,6 miliardi di esseri umani sulla Terra, sono circa un miliardo quelli che non hanno cibo a sufficienza; e un miliardo sono quelli che hanno abbastanza calorie, ma un nutrimento insufficiente, soprattutto in termini di micronutrienti. Un miliardo e trecento milioni sono gli obesi, malnutriti perché costretti a cibi industriali, poveri di sostanze nutritive, ma ricchi di calorie e artificialmente poco costosi. Metà della popolazione mondiale è vittima di fame strutturale e di ingiustizia alimentare. Nel corso della storia, la fame era sempre causata da fattori esterni: guerre e calamità naturali. Era circoscritta nello spazio e nel tempo. La fame di oggi è permanente e globale, E’ preordinata. Ciò non significa che chi governa i sistemi alimentari attuali la crei intenzionalmente. Significa che la fame è implicita nel sistema di produzione industriale e di distribuzione globale del cibo creato dalle corporation.
….
La terza causa della fame è da cercare nella globalizzazione e nella mercificazione dei sistemi alimentari. La globalizzazione dell’agricoltura industriale, che si accompagna all’appropriazione dell’agricoltura da parte delle corporation sta ulteriormente accelerando la diffusione della fame.
(Continua)

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