Progetto Tell Me Alfabetizzazione dei migranti attraverso il teatro
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I libri consigliati da Cacaonline

Carissimi,
questa settimana vi riproponiamo un libro che sta avendo un grande successo: si tratta de La Figlia del Papa, un testo di Dario Fo su Lucrezia Borgia. Il libro si legge come un romanzo, e racconta tutta l'umanità di Lucrezia liberandola dal cliché di donna dissoluta e incestuosa, calandola nel contesto storico di allora e nella vita quotidiana.
Una vera accademia del nepotismo la corte dei Borgia, tra festini e orge... vi ricorda niente?
Buona lettura!
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Il gioco degli scambi

L'1 ottobre 1498 Cesare Borgia si reca a Parigi. E' una città che non conosce ma ha cominciato ad amarla con l'apprendimento della lingua francese che, come ci siamo resi conto nel suo viaggio a Napoli al seguito di re Carlo VIII, egli sa parlare con agilità e bello stile. Ma che ci va a fare in quella città tanto lontana dalle sue origini? Va nientemeno che a chiedere la mano di Carlotta d'Aragona che, non a caso, è la cugina di Alfonso, ormai marito di Lucrezia, e figli di Federico re di Napoli. Ma non è il lieto fine di una storia d'amore, piuttosto un affare del tutto politico. Impalmando una d'Aragona Cesare si ritroverà a un gradino molto alto della scalata al regno di Napoli.
Ma l'incontro non va come previsto. L'ambita sposa, quando le propongono quell'unione, aggredisce i sensali con una scenata di violenta indignazione: “Cosa? Mi proponete di finire nel letto di un figuro del genere? Un assassino patentato degno dei prostiboli più malfamati? Vi siete dimenticati che quello è il bastardo che s'è presa come amante mia cugina, portandola via al marito, che poi è suo fratello minore? Ma cosa volete? Vado in matrimonio a 'sto infame che prima mi porta a letto e la mattina, dopo aver goduto della mia illibatezza, capace che mi scanna fra le lenzuola come il satrapo assassino delle Mille e una notte?”
Il rifiuto è brutale e senza appello, ma Cesare non se la prende più di tanto. Come si dice, i colpi di scena sono come il vento che spinge le navi, lo scirocco diventa maestrale e vi tocca cambiar rotta. E come fa un Cesare che, giocando a scacchi, perde una regina? Se ne prende subito un'altra? Quella napoletana dice no, ma c'è sempre anche disponibile una giovane nobile francese, un'altra Charlotte, Charlotte d'Albret, sorella del re di Navarra. Lei ci sta, il padre anche, quindi evviva gli sposi.
Questa mossa di scacchi gli procura la simpatia del re di Francia, Luigi XII, il quale, in verità, si avvale di questo favore nei confronti del figlio prediletto del papa per ottenere il suo appoggio, del papa s'intende, riguardo l'annullamento del proprio matrimonio. Il monarca ha sposato in nozze non gradite Giovanna di Valois, una giovane malata di mente. Solo il pontefice può estinguere questo matrimonio. E inoltre il re vuole ottenere il benestare del Vaticano per la realizzazione di un suo progetto ambito, cioè la conquista del regno di Napoli. In testa al suo programma c'è soprattutto la conquista di Milano. Per questa impresa Cesare viene nominato luogotenente, cioè il giovane ha a disposizione finalmente un esercito da guidare in coppia col monarca per assalire, oltre a Milano, anche alcune importanti città della Romagna.
Milano viene conquistata, quindi si scende in Romagna.
Dopo alcuni mesi, il 26 febbraio 1500, Cesare entra a Roma da condottiero vittorioso. Il padre gli aveva approntato un trionfo degno di un imperatore e giunse a nominarlo gonfaloniere della Chiesa. Ma l'accoglienza più festosa ed entusiasta gli venne riservata dal popolo romano. Furono in particolare gli impiegati dell'amministrazione pubblica i più fanatici acclamatori dell'impresa del figlio del papa. I feudatari romagnoli, infatti, erano un vero e proprio fardello per lo Stato pontificio. Riottosi e turbolenti, rifiutavano da anni di pagare le tasse dovute al governo di Roma, il quale era costretto a rifarsi sugli abitanti dell'Urbe, in particolare gli impiegati che da mesi non percepivano più lo stipendio. La vittoria del Borgia, per loro, rappresenta la certezza che presto avrebbero ricevuto consistenti arretrati.
Accogliendo Cesare il padre “Santo” era costretto a minimizzare la propria felicità e l'orgoglio di possedere un figlio tanto acclamato. Ma quando furono finalmente soli nel palazzo Rodrigo giunse ad abbracciare con tanta passione il figliolo da fargli mancare il respiro. Quindi, mentre i camerieri servivano il pranzo, dove i convitati erano solo padre e figlio, Alessandro esclamò, esprimendosi in catalano: “Raccontami tutto di questo tuo trionfo!”
(Continua)

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Carissimi,
questa settimana vi raccontiamo di un nuovo libro-spettacolo di Dario Fo.
Parliamo di una grande diva della musica lirica: Maria Callas, il libro si intitola “Una Callas dimenticata”.
Una sera di più di un anno fa Dario era ad Alcatraz con Franca. Quella sera la nostra amata signora si era ritirata presto, Jacopo le aveva portato la cena in camera. Dario invece era al ristorante ed eravamo in pochi, gli raccontai che avevo visto in quei giorni, via streaming, alcune lezioni che Alessandro Baricco aveva tenuto all'Auditorium a Roma e che mi erano piaciute molto. Dissi a Dario che Baricco aveva raccontato la grande rivoluzione che la Callas aveva imposto alla musica lirica, questa voce così personale, così unica...
Dario mi interruppe: “Te la racconto io la vera storia di Maria Callas, quella che nessuno racconta!”
Ovviamente mi zittii immediatamente, potevo perdermi un racconto del mio Premio Nobel preferito? Avrei ascoltato in religioso silenzio anche se mi avesse letto la lista della spesa, pensa la vera storia di Maria Callas!
Ed ecco qui il risultato di quella scintilla, un libro, il testo di uno spettacolo sulla Divina Callas.
Perché quando Dario racconta una storia, vuole poi che sia di tutti.
Grande formato, 23 cm per 29, disegni magnifici, senza spese di spedizione!
E qui di seguito la consueta anticipazione. Buona lettura!
Gabriella Canova

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Una Callas dimenticata di Dario Fo e Franca Rame

A Franca

Questo mio libro è dedicato a una delle cantanti più famose dell'ultimo secolo e che, a Verona, nello stupendo palcoscenico dell'Arena, per la prima volta nella sua vita ha debuttato in Italia.
Si tratta di Maria Callas.
Personalmente ho conosciuto questa eccezionale soprano quando avevo poco più di 20 anni. Lei ne aveva due o tre più di me.
Frequentavo l'Accademia di Brera e tutti noi allievi spesso eravamo ingaggiati dalla Scala, nello spazio dedicato alla scenografia, per rinfrescare i fondali e i drappi di repertorio per i nuovi allestimenti.
Naturalmente ci pagavano... poco, ma ci pagavano!
Da un trabattello sul quale stavo lavorando ho notato una ragazza piuttosto avvenente che attraversava tranquillamente il palco, transitando come niente fosse tra le strutture sceniche e gli scorrevoli. Preoccupato le ho gridato: “Fermati, è pericoloso attraversare il palco adesso! Non vedi che dalla soffitta stanno calando centine e colonnati della scena? Dove stai andando? Vuoi finire schiacciata come una sfogliatella?”
E lei: “Sto andando in proscenio, stiamo provando lì”.
All'istante arrivò il responsabile del montaggio che disse: “Non si preoccupi signora Callas, ci penso io”; e così le fece strada prendendosela per mano e l'accompagnò passando da dietro le quinte. Poi la sentii cantare. Tutti noi ragazzi della scenografia ci bloccammo, scendemmo da scale e praticabili. Quindi, badando di non dare nell'occhio, ci avvicinammo al proscenio: di lì a poco eravamo tutti seduti sul pavimento dietro le quinte, ad ascoltare affascinati l'aria di Casta Diva.
Alla fine, non abbiamo potuto trattenerci dall'applaudire, il direttore di scena ci cacciò dal palco come degli intrusi. “Peggio, dei guardoni musicali... non si ascolta di nascosto una soprano come questa!”

E poi parte lo spettacolo ... lo spettacolo immaginato da Dario e lo spettacolo a volte tragico della vita della grande diva Maria Callas.

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Carissimi,
che bello parlare di questo nuovo libro di Dario Fo: La Figlia del Papa (che Commercioetico vi offre senza spese di spedizione), dove si parla di una donna straordinaria, Lucrezia Borgia. Di lei si è scritto di tutto: figlia di un Papa, tre volte moglie (un marito assassinato), un figlio illegittimo... tutto in soli 39 anni, in pieno Rinascimento. Un vita incredibile e a raccontarla ci hanno provato scrittori, filosofi, storici.
Ma nessuno l'ha raccontata come il nostro Nobel preferito.
Dario, staccandosi da ricostruzioni scandalistiche o puramente storiche, ci rivela in un romanzo tutta l'umanità di Lucrezia liberandola dal clichè di donna dissoluta e incestuosa e calandola nel contesto storico di allora e nella vita quotidiana.
Come scrive Januaria Piromallo, giornalista e scrittrice sul suo blog ne Ilfattoquotidiano.it: “Fo riscrive la drammatica storia di Lucrezia Borgia, non più vista come la figlia incestuosa di Papa Alessandro VI, il più corrotto dei pontefici, sorella del diabolico e altrettanto incestuoso Cesare e avvelenatrice di mariti, ma rivalutata come vittima di giochi di poteri. Come è umana la Borgia secondo Fo, che la pennella come donna illuminata e illuminante per l’ottusa società di quei tempi. E la tratteggia in una trentina di illustrazioni che corredano il libro. 'Quando mi sono trovato davanti a questa storia, non ho potuto fare a meno di pensare a Franca, che ha passato la vita tra occupazioni, carceri, malati di Aids, il problema dell’intervenire non per questione di buon cuore, ma per giustizia sociale'. E per lui la rilettura dei Borgia è anche un pretesto per trovare parallelismi con il nostro tempo altrettanto desolante e corrotto”.
Come d'abitudine vi riportiamo un brano del libro. Buona lettura!
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Prima parte
La tombola benedetta

L'11 agosto1492 i cannoni di Sant'Angelo spararono per ricordare a Roma e al mondo intero che il nuovo pontefice era stato eletto col nome di Alessandro VI. Finalmente la Spagna godeva del suo secondo papa, Rodrigo Borgia.
A Roma una pasquinata scritta dal solito ignoto esclamava: “Il soglio pontificio è annato a chia a pavato de più a quelli che gesticheno l'urna de la santa lotteria”.
I romani conoscevano per nome e casato ogni cardinale della tombola: Ascanio Sforza, fratello di Lodovico il Moro, che aveva ricevuto addirittura una città in premio per il suo appoggio, quella di Nepi, oltre a quattro muli carichi d'oro, Giuliano della Rovere, che riceve l'assicurazione di montare alla cima della piramide al prossimo giro e così via altri doni e prebende a tutti gli altri votanti.
Ma veniamo al questo nuovo papa, la cui famiglia abbiamo scelto come protagonista massima del nostro racconto.
De primi Borgia si sa molto poco e quelle scarne notizie che sono pervenute sono insufficienti a designarne l'origine; origine che gli adulatori della casa spagnola fanno risalire addirittura alla famiglia dei re d'Aragona, ma ciò è poco probabile.
In verità la nascita di questo casato ha luogo solo con l'autentico fondatore di questa genìa, pardon! Dinastia: stiamo parlando di Alfonso Borgia. Il padre del caporazza è detto a volte Domenico, a volte Juan, della madre non si conosce nemmeno il nome di famiglia.
Alfonso era nato nel 1378 presso Valencia. Fu assunto come scrivano segreto della corte dei re d'Aragona, ma con un fantastico cambio di casacca lo ritroviamo di lì a poco nei panni di vescovo di Valencia. In quella mise sbarcò a Napoli a seguito del re Alfondo d'Aragona che divenne monarca dei napoletani, Alfonso Borgia nel 1444 fu fatto cardinale. Carriera rapida e portentosa!
E' risaputo, il progetto della Spagna, già a metà del Quattrocento, in concorrenza con la Francia, era quello di riuscire a metter mano sul papato e sull'impero d'Europa. E furono proprio i Borgia a iniziare la conquista del soglio pontificio. Fu esattamente Alfonso il primo pontefice di Casa Borgia, che calzò la tiara nel 1455 con il nome di Callisto III. Al seguito del pontefice in testa alla scalata si sistemarono a Roma una notevole quantità di parenti diretti o acquisiti del Santo Padre di Valencia. Fra questi il nipote a lui più caro: Rodrigo
Tutti i numerosi cronisti e ricercatori della storia dei Borgia concordarono nel fatto che Rodrigo verrà a Roma all'età di circa diciotto anni, pronto a porsi sotto la protezione del pontefice spagnolo. E' il primo segno di palese nepotismo di questo alto prelato che si accolla tutte le spese a cui il giovane va incontro. Rodrigo ebbe come maestro Gaspare da Verona, uomo di grande cultura e dote straordinaria di insegnante.
Dopo qualche tempo il figliolo passa a Bologna a studiare giurisprudenza. Il tempo stabilito per ottenere questa laurea è di sette anni. Non è da pensare che egli si sia buttato completamente nei codici e nell'arricchirsi di retorica e di teologia. Il ragazzo, presso i suoi compagni di università, acquista immediatamente grande simpatia e stima. Rodrigo è un giovane carico di energia, dalla bellissima figura e dalla parlata tonda e spiritosa.  E' amato dalle ragazze e generoso con gli amici. Per cui diventa immediatamente il capobranco di quella masnada di figli della nobiltà e dei mercanti.
Partecipa a tutte le lezioni ed è puntuale nel sottoporsi agli esami, dove ottiene alti consensi. Ma non manca mai ai convivi nelle osterie e nei postriboli. “E' molto difficile per una donna – diceva il suo maestro di retorica – resistere al suo corteggiamento. Attira le femmine come la calamita il ferro. Ferro, naturalmente, è sinonimo di fallo. Oh, cosa mi fate dire!”
Il 9 agosto 1456, pur non avendo ancora completato l'intero corso di studi, per meriti speciali Rodrigo è ammesso all'esame di laurea. Entusiasta, lo zio, che nel frattempo si è assiso sul trono papale, come regalo lo nomina cardinale. Naturalmente la nomina viene elargita con pudore e nonchalance, e questo, è ovvio, per non destare ulteriori accuse di favoreggiamento nepotistico.

(Continua)

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Carissimi,
ogni volta che arriva un nuovo libro da promuovere sul ns. sito per farlo conoscere un po’ gli dedichiamo un Cacao del sabato. Allora prendo il libro, cerco un brano interessante e ne ricopio una parte. Mi piace questa modalità perché è un modo per far conoscere il libro “da dentro”.
La stessa cosa stamattina ho cercato di fare con questo nuovo testo di Joseph Farrell “Dario e Franca. La biografia della coppia Fo/Rame attraverso la storia italiana”.
Bene, di solito in mezz’ora è tutto pronto, il pezzo copiato, qualche riga di introduzione e via. Ma questo libro non me lo ha permesso. Farrel non si limita a raccontare la storia dei Fo ma li inserisce nel contesto, qualche volta critica, entra nei particolari, non fa semplice aneddotica.
Mi sono occupata personalmente della biografia dei Fo per l’archivio, posso dire di conoscerla bene ma qui ho anche trovato dell’altro, le lunghe chiacchierate con la coppia, la ricerca non solo nell’archivio così amorevolmente curato da Franca, ma anche dei giornali dell’epoca...
Il libro non è la glorificazione o la beatificazione della coppia Nobel, Farrel non risparmia le critiche, ma lo fa con attenzione e competenza.
Insomma, volete sapere come è andata a finire? In mezzo a mille cose da fare, come sempre e come tutti, mi sono bloccata due ore a leggere un po’ qui e un po’ là, con la voglia di continuare. Mi porto a casa il libro perché sono più di 400 pagine scritte fitte fitte.
Non esaustive come dice Farrell.
Buona lettura!

“Dario e Franca hanno fatto troppo, scritto troppo, parlato troppo, rilasciato troppe interviste, fatto troppi programmi televisivi, tenuto troppi laboratori, sono stati coinvolti in troppe polemiche, sono apparsi sul palco troppo spesso, hanno recitato in troppi Paesi, troppi dei loro spettacoli sono stati tradotti in troppe lingue e hanno viaggiato troppo perché un libro qualsiasi possa fornire una documentazione completa delle loro vite e opere. Nemmeno Dario Fo può aver letto tutto quelle che è stato scritto da Dario Fo (ma senz’altro Franca sì, NdR)
La conseguenza è che è stato prodotto troppo materiale su di loro in troppe lingue e il loro impatto è stato sentito in troppi paesi: nessun biografo sarà capace di rendere giustizia a tutto il loro lavoro, e finora mi riferivo solamente agli allestimenti teatrali. Dario non è stato solo attore, autore e scenografo, ma anche pittore e, più tardi nella vita, uno storico e critico di alcuni dei più grandi artisti in cui l’Italia abbia dato i natali.
A questo elenco si deve aggiungere che entrambi sono stati coinvolti per tutta la vita in campagne politiche e sociali, che hanno manifestato per cause umanitarie, hanno sostenuto i lavoratori in sciopero e si son lasciati coinvolgere in occupazioni di fabbriche, sono stati in prima linea nelle lotte per i diritti delle donne: durante gli anni di piombo hanno protestato contro l’ingiustizia in difesa di personaggi più o meno noti, come nel caso di Sofri, Pietrostefani e Bompressi; hanno scritto e diffuso opuscoli per auspicare riforme in molti campi; hanno partecipato ai movimenti per il divorzio e l’aborto; hanno portato avanti campagne per la riforma carceraria; hanno suscitato clamore internazionale sulla pena di morte; hanno attaccato le politiche ufficiali sui farmaci; si son fatti portavoce contro la bio-ingegneria e la clonazione; hanno manifestato contro l’inquinamento e si sono interessati a questioni connesse con l’ecologia e la politica verde. Con il passare degli anni, in un’età in cui la maggior parte delle persone avrebbe cercato il conforto del pensionamento, si sono gettati nell’arena della politica attiva. Franca come senatrice e Dario come candidato a sindaco di Milano e poi come attivista del Movimento 5 Stelle.
Entrambi hanno partecipato e hanno raccontato molti dei grandi eventi che hanno plasmato l’Italia moderna, il che significa che sono in egual misura sostenuti e contrastati, amati e odiati, ammirati e diffamati, venerati e perseguitati.
(...)
Ci sono pochi precedenti di cause impopolari tra i detentori del potere, Ci sono pochi precedenti (o forse nessuno) di sue persone che hanno composto e messo in scena farse e commedie e hanno raggiunto tale importanza pubblica.”

Joseph Farrell è Professore Emerito di Italianistica presso la University of Strathclyde, a Glasgow, Scozia.
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È grazie ai successi che cambia il mondo e cambiamo anche noi

Cari amici,
nel Cacao di oggi vi presentiamo il nuovo libro di Michele Dotti, “Sbagliando non s'impara”, di cui pubblichiamo un estratto.
Nella quarta di copertina si legge: “Se fosse vero che sbagliando si impara, come ci hanno sempre ripetuto, dovremmo essere tutti perfetti!
Invece continuiamo a ripetere ogni giorno gli stessi errori, senza neppure troppa fantasia. Questo accade perché in realtà è solo dai successi che nasce il cambiamento, a tutti i livelli: personale, sociale, culturale…
Questo libretto ci mostra come imparare a riconoscerli, crearli e replicarli. Come farne insomma una regola nella nostra vita, anziché una eccezione.”
Buona lettura!

Chi fa da sé fa per sé
Qui da noi c’è il noto detto “l’unione fa la forza”, che sembrerebbe incoraggiare decisamente la cooperazione. Peccato che ci sia anche il suo esatto opposto, “chi fa da sè fa per tre”, che di fatto lo neutralizza.
In Africa, invece, dove non esiste l’equivalente del nostro secondo detto, un proverbio recita in maniera molto esplicita: “Quando le formiche uniscono le loro bocche possono trasportare un elefante”. A me questo proverbio piace da matti, perché rispetto al nostro “l’unione fa la forza”, ci dice anche quanto sia grande questa forza, cioè ci fa capire che insieme è possibile realizzare imprese che altrimenti apparirebbero impensabili ancor prima che impossibili. Chi pensa di poter far da sé, molto spesso non ha fiducia negli altri e pensa solo a se stesso. Anche se sostiene di fare molto per gli altri, probabilmente mente a se stesso.
Chi vuole davvero fare qualcosa per gli altri, se è sincero, normalmente non impiega molto a capire che il modo migliore per farlo è anche con gli altri! E' dunque necessario mettersi in gioco per quello che veramente siamo, in modo autentico e sincero.
E' interessante osservare che il termine sincero deriva dal latino sine cera, cioè senza cera, con
riferimento allo scultore che non usava la cera per mascherare i difetti delle proprie opere.
Quindi, sincero è chi non nasconde nulla, per cui non ha nulla da temere. E non è poca cosa, poiché, come osserva Edmund Burke, “Nessuna passione priva la mente così completamente delle sue capacità di agire e ragionare quanto la paura”.
Ma l’unico modo per non nascondere nulla è non avere nulla da nascondere.
Mi emoziona sempre, rivedendo il film Gandhi, la scena in cui lui, ancora in Sudafrica, nel teatro stracolmo per l’assemblea contro la legge ingiusta sui lasciapassare, si rivolge alle forze di polizia inglesi presenti nella sala dicendo loro: “Noi non abbiamo nulla da nascondere”.
Chi coltiva in cuor suo questa purezza di intenti non può sbagliare!
Non può sbagliare semplicemente perché in lui c’é coerenza fra quello che desidera e le azioni che mette in campo per ottenerlo. Quindi non ha spazi interiori di distrazione che possano permettere lo sbaglio. Lasciandosi guidare sinceramente dal proprio desiderio, è nella condizione migliore per “errare”, cioè, come detto, per conoscere mediante l’esplorazione e l’esperienza diretta.
“Il mezzo è il fine”: questo per me è il cuore dell’insegnamento nonviolento gandhiano, l’esatto opposto della visione machiavellica per la quale “il fine giustifica i mezzi”.
Intorno a questo dualismo si sviluppa, ancora oggi, tutto il dibattito politico-filosofico fra chi sostiene – con Clausewitz – che la guerra sia “la continuazione della politica con altri mezzi” e chi invece – con Gandhi – ritiene che “la guerra sia la sconfitta della politica”.
La coerenza fra desideri e azioni, certo, non sarà mai perfetta, ma forse questo è un bene perché la perfezione non è propria dell’uomo e chi la pretende da sé o dagli altri si condanna a vivere nell’insoddisfazione continua.
Non sarà mai perfetta, dicevamo, ma essa può essere una preziosa e decisiva tensione ideale, forse l’unica fonte di autentica speranza. In ebraico la parola speranza (tikvah) deriva da una radice (qof+wav+he) che significa “tirare, tendere” e difatti, nella sua forma base, kavah, significa precisamente “fune”.
Questa tensione verso la coerenza mi richiama alla mente la meravigliosa espressione “dolce attesa” riferita a una donna incinta. Attendere deriva dal latino ad-tendere, cioè tendere verso qualcosa; la futura mamma attende, ma non nel senso di aspettare passivamente che il tempo passi, senza fare nulla. La mamma si prepara, fisicamente e psicologicamente, al momento difficile e al contempo meraviglioso del parto. Già ospita nel suo seno il miracolo della vita, che ancora è tutt’uno con lei, ma deve permettergli di crescere e maturare in pace e serenità. La dolce attesa è piena di tante piccole azioni quotidiane – gesti di cura e protezione – che esprimono perfettamente questa tensione ideale, di cui parlavamo, alla coerenza fra desideri e azioni. Basta guardare il viso dolce e felice di una mamma in dolce attesa per capire quali siano i frutti di questa coerenza.

Potete acquistare il libro sul sito della EMI http://www.emi.it/sbagliando-non-simpara

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Carissimi, questa settimana vi presentiamo un libro del nostro autore preferito (e non è il preferito perché è il nostro capo, maliziosi).
Erano anni che Jacopo voleva fare questo libro, e finalmente con Rosaria Guerra, nostra amica da secoli, ci è riuscito.
La tesi è già nel titolo “Perché gli svizzeri sono più intelligenti” e qui possiamo scatenare l’inferno... perché non è che gli svizzeri ci sono poi simpaticissimi, eh?
E invece, dopo aver letto questo libro penserete che magari potreste sposarne uno, purché alto e biondo.
Buona lettura!

Come gli svizzeri sono riusciti a evitare mille guerre
L’aspetto più notevole del popolo svizzero è che è riuscito a evitare di essere massacrato come gli altri popoli europei dalle infinite guerre che hanno costantemente dissanguato il continente eurasiatico e il bacino Mediterraneo, negli ultimi millenni. Certamente esistono altre zone montane dove la guerra non è arrivata o è giunta con limitata forza devastante. Ma fatta eccezione di qualche isola sperduta, qualche montagna impervia e qualche giungla impenetrabile, non esiste nessun altro posto che in epoca moderna sia riuscito a starsene fuori dalle guerre.
Sarà perché hanno dato retta al loro Santo protettore, frate Nicola da Flue (che più di cinquecento anni fa aveva ammonito i suoi concittadini di “non immischiarsi nelle questioni altrui”), sarà per altro, fatto sta che gli svizzeri, infischiandosene delle guerre e delle alleanze, hanno optato per la neutralità quattro secoli prima di Irlanda, Austria e Finlandia e da 500 anni a questa parte hanno combattuto solo qualche guerricciola interna fra cattolici e riformatori e sono stati invasi, nonostante il patto di neutralità, soltanto durante la guerra dei Trent’anni (nel 1633 e nel 1638) e al tempo di Napoleone.
Un’inezia, un nulla, una briciola di dolore rispetto ai laghi di sangue e di disperazione che hanno devastato il resto del continente e del mondo.
È in pratica dal 1515, l’anno della sconfitta di Marignano (oggi Melegnano) contro francesi e veneziani, che la Svizzera non partecipa a grossi conflitti; ed è dal 1848, data di nascita della moderna Confederazione, che la parola guerra è definitivamente scomparsa dal loro vocabolario.
Quando affronto questo argomento molti mi contestano dicendo: “Non hanno fatto guerre ma le hanno sfruttate”, citandomi alcune porcherie che i banchieri svizzeri hanno organizzato ai danni degli ebrei.
Effettivamente ci sono molte prove che durante la seconda guerra mondiale la Svizzera pacifista e neutrale, mentre si manteneva formalmente estranea alla guerra, nei fatti si comportava da segreta alleata dei nazisti, fornendogli aerei e munizioni, riciclando l’oro e i gioielli confiscati agli ebrei in contanti che servirono al Reich per finanziare l’industria bellica, chiudendo le frontiere e suggerendo la prassi di marcare i passaporti con la “J” di Jude (questo coinvolgimento delle banche svizzere nella tragedia degli ebrei è stato riconosciuto in giudizio soltanto nel ’98, a seguito di una parziale ammissione di colpa da parte di alcuni grossi istituti di credito e la condanna ad un sostanzioso risarcimento in favore delle vittime dell’olocausto. E ci sono voluti cinquant’anni prima che il sacrificio dello Schindler svizzero che salvò la vita a tremila ebrei, il comandante di polizia Paul Gruninger, fosse ricordato in un film del 1997: Grüningers Fall (Il caso Grüninger), di Richard Dindo).
E questo è certamente orribile ma questo crimine non è imputabile all’insieme del popolo svizzero. Come non si può condannare tutti i tedeschi per la criminalità di Hitler.
Ed è altrettanto vero che con il segreto bancario gli evasori fiscali ci vanno a nozze. In Svizzera l’evasione fiscale non costituisce un reato ma è soggetta a semplici sanzioni amministrative, e questo per gli evasori è un gran bel sollievo, perché significa essere sicuri che non saranno perseguiti. Addirittura un referendum popolare sull’eliminazione del segreto bancario proposto nel 1984 è stato nettamente respinto dal 73% dei votanti. Non è insomma un caso che l’industria del crimine abbia scelto la Svizzera per portare avanti i suoi loschi affari e riciclare i proventi delle attività illecite: qui le banche gestiscono, custodiscono e occultano immensi patrimoni, perpetuando la contraddizione tra un’ipocrita necessità di garantire la riservatezza e la contiguità con soggetti invischiati in operazioni poco trasparenti.
Sono dunque d’accordo sul fatto che ci siano stati e ci siano svizzeri figli di puttana, assassini, bastardi e imbroglioni. D’altra parte questi personaggi sono presenti in tutti i popoli e sarebbe sciocco aspettarsi che gli svizzeri siano sprovvisti di individui malfatti.
Non sostengo certo che in Svizzera sono tutti santi.
Ma l’aspetto interessante sta nel fatto che gli svizzeri hanno saputo utilizzare anche l’ingegno dei loro soggetti peggiori per ottenere un beneficio collettivo.
L’originalità dell’esperienza svizzera sta nel trovare il modo di conciliare gli interessi di tutti indirizzandoli verso il bene dell’insieme del popolo anziché verso un beneficio soltanto individuale.
Il capolavoro degli svizzeri come popolo è stato proprio questo: impedire che i peggiori danneggiassero più di tanto l’insieme della nazione. E non è poco per gente come noi italiani che abbiamo passato gli ultimi 2000 anni a osservare come l’interesse di pochi potesse devastare la vita di tutti.
In questo libro vogliamo capire perché gli svizzeri siano più furbi degli italiani. Non sosteniamo certo che gli svizzeri siano più buoni degli italiani. Anche perché la bontà d’animo (e l’etica) sono difficilmente paragonabili. Di certo chi stermina gli ebrei è più malvagio di chi approfitta dello sterminio per rubargli i soldi. L’etica non si giudica a chili. Se uno ammazza un bambino non è meno cattivo di uno che ne ammazza un milione. La scala morale sta comunque a zero.
Quindi vorrei approfondire questo aspetto non per assolvere o condannare ma per capire come gli svizzeri hanno costruito la loro furbizia strategica e perché.

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Carissimi,
questa settimana l’introduzione la ascoltiamo dal Maestro.
In fuga dal Senato
Franca, la donna con la quale ho trascorso quasi tutta la mia vita e che da qualche mese mi ha lasciato, ha detto e ripetuto, nei suoi scritti e negli interventi sia in teatro che in dibattiti pubblici, che noi stiamo vivendo in una società il cui programma fondamentale è: disinformare. Cioè attraverso la gran parte degli interventi televisivi, radiofonici, giornalistici, arrivare a ubriacare un pubblico a forza di fandonie e notizie scandalistiche ad effetto per giungere a ipnotizzare la gente dentro una caterva di interventi banali, vuoti di ogni valore culturale e soprattutto manipolati, cioè falsi. Perciò Franca ha voluto lasciare soprattutto ai giovani e in particolare alle donne questo scritto, frutto di un'esperienza che parte dalla sua giovinezza, dalle lotte sociali, gli interventi contro lo sfruttamento del lavoro spesso mafioso, contro le guerre di conquista camuffate da battaglie per la pace ma tempestate di cadaveri... Fino alla sua ultima esperienza, quella in Senato, e alle sue sofferte dimissioni”.
Dario Fo

Quando nel Cacao del Sabato facciamo la recensione di un testo io prendo il libro dallo scaffale e cerco di trovare un brano che sia interessante, magari divertente, autoconclusivo e dia l’idea di come è scritto il testo, di che informazioni ci sono ecc ecc.
Così stamattina ho preso il libro di Franca e ho iniziato a sfogliarlo, lo conosco bene, ci ho lavorato anche io per un periodo perdendomi nella marea di dati, di storie. Passavo dall’indignazione alla tristezza, al riso per tutte le assurdità raccontate al modo dei Fo, alla tenerezza per questa donna così determinata così forte nella sua fragilità, così femminile e così materna per tutti coloro che le chiedevano aiuto.
Sempre dalla parte dei deboli, si dice in un luogo comune, eppure è così vero per quanto riguarda Franca da dare un significato puro a queste parole fruste.
Quello che mi ha sempre colpito era il suo senso di responsabilità. Ho già detto spesso che è una parola che amo moltissimo: responsabilità come lei stessa scrive quasi alla fine del suo mandato:
“ Pronti si parte, si parte! Ma poi non si parte.
A ‘sto punto, voi che leggerete questa mia specie di diario vi chiederete: ma ci troviamo nel classico finale di un’opera buffa di Rossini, dove i protagonisti continuano a cantare “basta, or ce ne andiam da questo sito immantinente!”, e invece stanno sempre lì e non si muovono per un accidente!?
E lo ammetto, un po’ avete ragione a pensarla così, ma se rimando di continuo la partenza, la colpa è di una misteriosa regia occulta che aleggia sulla mia testa e me lo impedisce. Io me ne sto lì, con le valigie già pronte, per togliere il disturbo, ma ecco che all’istante capita un fatto nuovo, imprevedibile, che mi inchioda al Senato: una volta è la votazione per il rifinanziamento della missione in Afghanistan, un’altra il caso delle bambine della Bielorussia tolte all’istante alle loro famiglie italiane, e ancora i nostri soldati colpiti dall’uranio impoverito. Come posso piantare lì tragedie del genere evitando di intervenire? No! Non mi è possibile, la mia uscita di scena è da rimandare, e quando il problema in atto sarà risolto chiuderò la mia avventura in Senato e mi darò felice alla fuga. E speriamo per tutti che ciò accada presto.”

Fa sorridere di tenerezza questo brano, forse è il ricordo più forte che ho di questa fantastica signora, quando diceva: “No! Non mi è possibile non intervenire.”
E anche quando uscì dall’incubo della politica “dal di dentro” non smise certo di dire la sua, quando vedeva qualcosa che la indignava partivano telefonate e lettere, perché... perché non si può non farlo.

Questo libro è una fantastica testimonianza del nostro tempo, raccontato da una donna che l’ha vissuto tutto, e questa volta è Dario che cura la raccolta delle informazioni e cuce il testo, nel modo del Nobel e il risultato è imperdibile. Buona lettura e se potete andate ai prossimi spettacoli in cui Dario racconta In Fuga dal Senato.

PROSSIME DATE

Sabato 25 Gennaio: FERMO - Teatro dell'Aquila alle ore 21.00

Lunedì 3 Febbraio: MILANO - Piccolo Teatro Strehler alle ore 21.00

Domenica 16 Febbraio: BRA Aspettando Collisioni -Palazzetto Bra-Sport  alle ore 16.00

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Carissimi,
questa settimana vi presentiamo un libro veramente interessante e scritto in maniera divertente, appassionante e soprattutto: Ottimista!
Si tratta di “Un ottimista Razionale. Come evolve la prosperità” di Matt Ridley, edito da Codice Edizioni.
Matt Ridley è uno dei divulgatori scientifici più tradotti del mondo, già autore di volumi come Genoma e La regina rossa (Instar Libri).
Ridley, nel bel mezzo di una crisi economica mondiale, ci stupisce con un libro che canta le lodi del progresso e dell'innovazione spiegandoci i meccanismi attraverso i quali si evolve la prosperità. Facendoci scoprire, tra l'altro, che anche le idee hanno un sesso, e che proprio per questo seguono un naturale processo di selezione in forza del quale, se continueranno su questa strada, potremo abbandonare molte visioni apocalittiche sul futuro della nostra specie.
Non ci credete? Leggere per credere.

Nelle altre classi di animali l’individuo avanza dall’infanzia alla maturità e, nel giro di una singola vita, acquista tutta la perfezione che la sua natura è capace di conseguire; ma, per quello che concerne gli uomini, c’è progresso sia nella specie sia nell’individuo. Essi costruiscono, in ogni età successiva, su fondamenta che sono state poste nell’età precedente.
(Adam Ferguson, Saggio sulla storia della società civile)

Le menti si accoppiano
A un certo punto, più di 100.000 anni fa, la cultura cominciò a evolversi come mai era accaduto fra le altre specie e prese a replicarsi, mutare, competere, selezionarsi e accumularsi, un po’ come i geni già facevano da miliardi di anni. Proprio come la selezione naturale era riuscita a costruire cumulativamente un occhio, facendolo sviluppare pezzo per pezzo, così l’evoluzione culturale riuscì a costruire cumulativamente una macchina fotografica, o un’intera cultura.
Gli scimpanzé saranno anche in grado di insegnare ai loro simili a infilzare i galagoni con rami appuntiti, e le orche assassine ad agguantare i leoni marini in fuga sulle spiagge, ma solo gli esseri umani possiedono la cultura collettiva che permette di ottenere una forma di pane o di organizzare un concerto.
Sì, ma perché? Perché noi e non le orche? Rispondere che noi ci evolviamo culturalmente non è né originale né utile. Imitazione e apprendimento, per quanto praticati con ingegno e perseveranza, non sono sufficienti a spiegare perché gli esseri umani abbiano cominciato a cambiare in modo così singolare. Serve qualcos’altro, qualcosa che gli umani possiedono e le orche no. La risposta, a mio avviso, è che a un certo punto nella nostra storia le idee hanno cominciato a incontrarsi e ad accoppiarsi, a fare sesso.
Permettetemi di spiegarmi meglio. Il sesso è ciò che rende cumulativa l’evoluzione biologica, perché consente l’incontro fra i geni di due individui diversi. La mutazione avvenuta in un gene può unire le sue forze con quella di un altro. L’analogia è particolarmente chiara nei batteri, che si scambiano i geni senza replicarsi – da qui la loro capacità di acquisire la resistenza agli antibiotici da altre specie. Se i microbi non avessero cominciato a scambiarsi materiale genetico miliardi di anni fa, e gli animali non avessero continuato a farlo tramite il sesso, allora tutti i geni necessari per creare un occhio non avrebbero mai potuto convivere in un unico animale; lo stesso vale per quelli necessari a creare le gambe, i nervi o il cervello. Ogni mutazione sarebbe rimasta isolata nella sua stirpe, incapace di scoprire le gioie della sinergia. In termini fumettistici, immagino un pesce evolvere un protopolmone, un altro sviluppare due protogambe, senza che nessuno dei due riesca a uscire dall’acqua.
L’evoluzione è possibile anche senza il sesso, ma è molto, molto più lenta.
Lo stesso vale per la cultura. Se fosse limitata all’apprendimento di abitudini altrui, presto stagnerebbe. Affinché diventino cumulative, le idee devono incontrarsi e accoppiarsi. La “contaminazione delle idee” è senza dubbio un cliché, ma è un cliché involontariamente fecondo. «Creare significa ricombinare» scrisse il biologo molecolare François Jacob. Che cosa sarebbe successo se l’uomo che inventò la ferrovia e quello che inventò la locomotiva non si
fossero mai incontrati né parlati, nemmeno attraverso intermediari?
La carta e il torchio tipografico? Internet e i cellulari, il carbone e le turbine, il rame e lo stagno, la ruota e l’acciaio, il software e l’hardware? Come spiegherò più avanti, ci fu un momento nella nostra preistoria in cui alcuni esseri dotati di grandi cervelli, cultura e capacità di apprendimento cominciarono a scambiarsi oggetti e tecniche per la prima volta. Quando ciò accadde, all’improvviso la cultura divenne cumulativa e quel grande, irrefrenabile esperimento chiamato progresso economico ebbe inizio. Lo scambio sta all’evoluzione culturale come il sesso all’evoluzione biologica.
Grazie agli scambi, gli esseri umani scoprirono la divisione del lavoro e la specializzazione del talento individuale, ottenendo vantaggi reciproci.
...
Più gli esseri umani si sono diversificati come consumatori, si sono specializzati come produttori e hanno fatto scambi, e meglio hanno vissuto, vivono e vivranno. E la buona notizia è che questo processo non prevede una fine già scritta. Al crescere del numero di persone coinvolte nella divisione del lavoro su scala globale, si innalza quello di quanti si specializzano e scambiano i prodotti del proprio lavoro, e la prosperità di tutti noi aumenta. Inoltre, non c’è nessun motivo per cui non dovremmo essere in grado di risolvere i problemi che attualmente ci affliggono: crisi economiche, esplosioni demografiche, cambiamento climatico, terrorismo, povertà, AIDS, obesità o depressione. Non sarà facile, ma è decisamente possibile, e anzi probabile, che nel 2110, a un secolo dall’uscita di questo libro, l’umanità starà molto meglio di quanto stia ora, così come l’intero sistema ecologico del pianeta. Questo libro sfida la razza umana ad accogliere i cambiamenti a braccia aperte, ad adottare un atteggiamento di razionaleottimismo e quindi a lottare per migliorare l’umanità e il mondo in cui viviamo.
...
Scrivo in un’epoca di pessimismo economico senza precedenti. Sono un ottimista razionale. Razionale perché non sono arrivato a posizioni ottimiste per indole o per istinto, ma esaminando le prove. Nelle pagine che seguono spero di trasformare anche voi in ottimisti razionali. Innanzitutto devo convincervi che il progresso della razza umana è un fenomeno positivo e che, nonostante la nostra tendenza a lamentarci, il nostro pianeta è un posto bellissimo in cui vivere, almeno per l’essere umano medio: lo è sempre stato, e lo è persino oggi, in un’epoca di profonda recessione; che il mondo è più ricco, più sano e persino più “gentile” anche grazie al commercio e non a dispetto di esso. Poi intendo spiegare come e perché sia diventato così. Infine voglio capire se possa continuare a migliorare.”

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Su questo argomento vedi anche: Non è vero che tutto va peggio di Jacopo Fo e Michele Dotti, edizioni EMI

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Ieri, 4 ottobre alla libreria Feltrinelli di Milano Dario Fo, con Gianni Barbaceto, Stefano Benni e Giuseppina Manin hanno presentato il libro di Franca Rame: In fuga dal Senato edito da ChiareLettere.

“Mia mamma si presenta al Senato” mi disse Jacopo un giorno al telefono: Rimasi un po’ in silenzio. “Ehi, ci sei?”
“Sì, sono sbalordita” risposi e poi mi diedi anche della scema. Cosa c’era da sbalordirsi, non mi avevano abituata in tanti anni i signori Fo a sorprese di questo tipo?
“Con chi?”
“Con Di Pietro”.
Non sapevo cosa augurarmi, sapevo che Franca avrebbe intrapreso questa nuova avventura con vigore ed entusiasmo così come aveva sempre preso tutto. Da Soccorso Rosso, al Nobel per i Disabili. Sì, perché anche se diceva che il suo mestiere era fare l’attrice (ed era il mestiere più amato), in realtà nella vita ne aveva fatte mille e più. E non solo le grandi battaglie ma anche e soprattutto piccoli gesti quotidiani di solidarietà, aiuti silenziosi, fatti quasi di nascosto.
Temevo che ne sarebbe stata risucchiata, temevo la delusione, il grande impegno che l’avrebbe stancata, lei così fragile. Ma la fragilità di Franca avrebbe distrutto un esercito di Marines.
Il primo giorno entrò nell’aula del Senato con la sua splendida giacca rossa, i suoi orecchini di corallo, regalo di Dario da cui non si separava mai, i suoi capelli biondi e i grandi occhiali.
E che gruppo di diversamente emotivi ha potuto non accorgersi di tanta grazia?
Chi l’ha amata subito sono stati i dipendenti del Senato a cui si rivolgeva gentile, i militari davanti al Palazzo che si dispiacevano tanto di non poter rispondere al suo saluto, che arrivava puntuale tutte le mattine.
Un’altra cosa che la sconvolgeva era che nessuno degli eletti ascoltava cosa dicevano gli altri. Fece addirittura un saltafosso a un collega: una mattina gli raccontò che aveva appena fatto a pezzi Jacopo e ora aveva nella borsetta la sua mano e non sapeva cosa farne... Il senatore la guardava e continuava a ripete “Bene, bene...” si svegliò quando Franca si mise a urlare insultandolo.
E tutto il lavoro fatto sullo spreco della pubblica amministrazione, la battaglia per aiutare i soldati colpiti dal cancro dopo la contaminazione da uranio impoverito in Kosovo, le strazianti decisioni che andavano contro il suo pensiero per cercare di salvare il governo Prodi. Fino alla decisione di dimettersi, perché anche no... anche basta.
E’ fuggita dal Senato, Franca Rame.
Gabriella

Lascio ora la parola a Dario che nel sito di Grillo parla del libro e di Franca.

Il Passaparola di Dario Fo
Un benvenuto a tutti quanti. Sono qui per presentarvi un libro scritto da Franca, la donna con la quale ho trascorso quasi tutta la mia vita e che da qualche mese mi ha lasciato. Ci ha lasciato, figli, nipoti, amici... tanti amici, e in tutti noi che le volevamo bene, e siamo in tanti, ha lasciato un gran vuoto, davvero incolmabile. Ma prima di lasciarci, Franca ci ha regalato una memoria di sé, una specie di diario, a mio avviso e anche a giudizio di quanti l’hanno letto in questi giorni, molto bello, soprattutto importante. Perché importante? Perché oltre all’ironia e al sarcasmo verso molti personaggi innominabili della nostra storia più o meno recente, ci dà informazioni spesso inedite ed essenziali per capire in che folle mondo stiamo vivendo specie qui nel nostro paese: l’Italia.
Ma Franca, attenti, con questo libro di denuncia non ha voluto far scandalo, ha voluto informare... Lei ha detto e ripetuto, nei suoi scritti e negli interventi sia in teatro che in dibattiti pubblici, che noi stiamo vivendo in una società il cui programma fondamentale è: disinformare. Cioè attraverso la gran parte degli interventi televisivi, radiofonici, giornalistici, arrivare a ubriacare un pubblico a forza di fandonie e notizie scandalistiche ad effetto per giungere a ipnotizzare la gente dentro una caterva di interventi banali, vuoti di ogni valore culturale e soprattutto manipolati, cioè falsi.
Perciò Franca ha voluto lasciare soprattutto ai giovani e in particolare alle donne questo scritto, frutto di un’esperienza che parte dalla sua giovinezza, dalle lotte sociali, gli interventi contro lo sfruttamento del lavoro spesso mafioso, contro le guerre di conquista camuffate da battaglie per la pace ma tempestate di cadaveri... Fino alla sua ultima esperienza, quella in Senato, e alle sue sofferte dimissioni.
Sia chiaro, Franca non ha accettato d’entrare in Senato per provare qualcosa di diverso, gratificante, e soprattutto non ha pensato di guadagnarsi l’accesso grazie alla designazione di un leader padrone di un partito che sceglie i degni di tanto onore e stipendio secondo quello che gli garba...

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Carissimi,
questa settimana siamo molto contenti di presentarvi un libro di Paul Hawken dal titolo “Moltitudine Inarrestabile (Benedetta Irrequietezza). Come è nato il più grande movimento al mondo e perché nessuno se ne è accorto”, edizioni Ambiente, in vendita su Commercioetico.it.
Hawken, ambientalista, imprenditore, giornalista è anche autore di un libro straordinario che abbiamo tenuto in catalogo per anni: Capitalismo Naturale.

Sentiamo che dice del libro Dario Tamburrano dal sito Terranauta.it
“Hawken esordisce delineando un ampio panorama delle organizzazioni e delle comunità che attualmente operano nel pianeta per la difesa dei diritti umani e civili e per la sostenibilità ambientale. Emerge da questa sorta di censimento che questo numero è impressionante in ogni luogo e senza differenza di razza e cultura. Queste associazioni di individui costituiscono nel loro complesso un movimento spontaneo ed autorganizzato, senza un centro ed un'ideologia portante che sfugge alla categorizzazione classica al punto tale che i media non sono in grado di recepirne la portata ubiquitaria e di coglierne l'aspetto innovativo.

Secondo Hawken, in questo che egli definisce il “movimento senza nome”, stanno confluendo in un'unica visione sia gli insegnamenti e i valori delle culture indigene di ogni continente, sia le tematiche proprie dei movimenti ambientalisti, per la giustizia sociale ed i diritti umani. Per la prima volta nella storia dell'uomo si assiste ad una moltitudine di individui che a volte inconsapevolmente, pur nella loro diversità, operano nella stessa direzione.

Similmente ad un sistema immunitario che è formato da più parti che collaborano tra di loro per reagire agli attacchi infettivi, questo movimento è, per Hawken, paragonabile ad una risposta immune della specie umana nel suo complesso, come reazione di autodifesa alle politiche economiche di sfruttamento dei popoli e di distruzione degli ecosistemi che minano la sopravvivenza dell'umanità stessa.”

E ora lasciamo parlare Paul Hawken.
Estratto dal capitolo 1 Gli inizi

Negli ultimi quindici anni ho tenuto circa mille conferenze sull’ambiente e, ogni volta, mi sono sentito come un funambolo alla ricerca dell’equilibrio perfetto. Le persone desiderano sapere cosa sta succedendo al loro pianeta, ma nessuno vorrebbe mai deprimere il proprio pubblico, per quanto cupo e preoccupante sia il futuro previsto dalla scienza che studia i tassi di perdita ambientale. Tuttavia, essere ottimisti riguardo al futuro richiede delle basi convincenti per un’azione costruttiva: è impossibile descrivere le possibilità future senza prima definire accuratamente le problematiche attuali. Colmare tale divario ha sempre costituito per me una sfida e le platee, ignorando soavemente il mio turbamento intellettuale, mi hanno fornito un insolito punto di vista. Dopo ogni conferenza, una piccola folla mi circondava per parlare, porre domande e scambiare biglietti da visita.
Generalmente, queste persone si occupavano delle tematiche più dibattute ai nostri giorni: cambiamenti climatici, povertà, deforestazione, pace, risorse idriche, fame, conservazione, diritti umani. Provenivano dal mondo del non profit e delle organizzazioni non governative, noto anche come “società civile”: si erano presi cura di fiumi e golfi, avevano insegnato ai consumatori i principi dell’agricoltura sostenibile, installato pannelli solari sulle loro abitazioni, esercitato azioni di lobby sui legislatori nazionali per contrastare l’inquinamento, lottato contro politiche commerciali tagliate a misura d’impresa, lavorato per rendere verdi le principali metropoli e fornito un’istruzione ai bambini in materia di ambiente. Semplicemente, avevano dedicato le loro esistenze a cercare di salvaguardare la natura e a difendere diritti.
Malgrado fossimo negli anni Novanta e i mezzi d’informazione ignorassero queste persone, queste occasioni mi offrivano la possibilità di ascoltare le loro preoccupazioni. Incontravo studenti, nonne, adolescenti, membri di tribù, uomini d’affari, architetti, insegnanti, professori in pensione e genitori preoccupati. Dato che mi spostavo continuamente e che le organizzazioni rappresentate da queste persone erano radicate nelle loro comunità, in un anno iniziai a farmi un’idea della varietà di questi gruppi e del loro numero complessivo. I miei interlocutori avevano molto da dire. Erano informati, ricchi d’immaginazione e di vitalità; offrivano idee, spunti e intuizioni. In un certo senso, Moltitudine inarrestabile rappresenta la somma di ciò che mi hanno donato. I miei nuovi amici mi davano libri e articoli, infilavano piccoli regali nel mio zaino o avanzavano proposte per imprese verdi. Un nativo americano mi spiegò che la separazione fra ecologia e diritti umani è artificiale, che i movimenti ambientalisti e quelli per la giustizia sociale affrontano due aspetti dello stesso, grande dilemma. I danni inflitti alla Terra ricadono su tutte le persone e il modo in cui un uomo tratta un altro uomo si riflette sul nostro modo di trattare il pianeta.
Mano a mano che le mie conferenze iniziavano a rispecchiare una maggiore consapevolezza, il numero e la varietà di persone che offrivano biglietti da visita crebbero. A ogni conferenza collezionavo dai cinque ai trenta biglietti da visita e, dopo una settimana o due di viaggi, tornavo a casa con qualche centinaio di biglietti ficcati in tutte le tasche. Li disponevo sul tavolo della mia cucina, leggevo i nomi, guardavo i loghi, esaminavo la missione e rimanevo meravigliato dalla diversità di azioni e scopi che questi gruppi perseguivano a favore di altri. Quindi, conservavo i biglietti in cassetti o sacchetti di carta, come ricordi di viaggio. Negli anni, avevo raccolto migliaia di questi biglietti e, ogni volta che li guardavo, mi sorgeva spontanea la stessa domanda: esiste qualcuno realmente in grado di valutare il numero enorme di gruppi e organizzazioni coinvolti in queste cause? Dapprima, si trattò di semplice curiosità, ma lentamente si trasformò nella sensazione che qualcosa di molto più grande stesse nascendo, un importante movimento sociale che stava eludendo i radar della cultura di massa.
Sempre più curioso, iniziai a contarli. Consultai i documenti governativi disponibili per i diversi paesi e, utilizzando i dati dei censimenti fiscali, valutai in circa 30.000 il numero delle organizzazioni ambientaliste sparse per il mondo; quando poi presi in considerazione anche quelle per la giustizia sociale e per i diritti delle popolazioni indigene il numero superò le 100.000. Successivamente, feci delle ricerche per capire se era mai esistito un movimento uguale a questo per dimensioni o finalità, ma non riuscii a trovarne uno, passato o presente che fosse. Più indagavo, più approfondivo e più il numero continuava a salire: trovavo elenchi, indici e piccoli database specifici per settori o aree geografiche. Avevo iniziato un percorso che mi avrebbe portato molto più lontano di quanto avessi immaginato. Realizzai subito che la mia valutazione iniziale di 100.000 organizzazioni era sottostimata di almeno dieci volte, e attualmente credo che esistano più di un milione, forse anche due, di organizzazioni che operano per la sostenibilità ecologica e la giustizia sociale.
In base alle definizioni convenzionali, questa immensa varietà di individui impegnati non costituisce un movimento. I movimenti hanno leader e ideologie. Le persone “aderiscono” ai movimenti, ne studiano i testi e si identificano con un gruppo. Leggono le biografie del fondatore e ascoltano i suoi discorsi, con registrazioni o dal vivo. In breve, i movimenti hanno dei seguaci. Tuttavia, questo movimento non corrisponde ai modelli tradizionali. È frammentato, non organizzato e orgogliosamente indipendente. Nessun manifesto o dottrina, nessuna autorità che eserciti un controllo. Prende forma in scuole, fattorie, giungle, villaggi, aziende, deserti, aree di pesca, slum, persino negli alberghi di lusso di New York. Uno dei tratti che lo caratterizza consiste nel suo essere un movimento umanitario globale che, timidamente, sta emergendo dal basso verso l’alto. Una moltitudine unita da una condizione che non ha precedenti: il pianeta ha una malattia, caratterizzata da pesante degrado ecologico e rapidi cambiamenti climatici, che mette a rischio la sua esistenza.
A mano a mano che calcolavo il numero delle organizzazioni, nella mia testa si affacciò il dubbio di essere testimone della crescita di qualcosa di organico, se non biologico. Piuttosto che un movimento nel senso tradizionale del termine, non potrebbe trattarsi di una risposta istintiva e collettiva alla minaccia? La sua natura frammentaria non potrebbe rispondere a esigenze connaturate ai suoi scopi? Quali sono i meccanismi alla base del suo funzionamento? Qual è la sua velocità di crescita? E la natura dei suoi collegamenti? Perché continua a essere ignorato? Ha una storia? Riuscirà a fronteggiare con successo quelle problematiche che i governi non sono stati in grado di risolvere: energia, occupazione, conservazione, povertà e riscaldamento globale? Diventerà centralizzato o continuerà a essere frammentario? Si sfalderà davanti a ideologie e fondamentalismi?
Ho cercato un nome per questo movimento, ma non ne esistono. Ho incontrato persone che volevano conferirgli un assetto o dargli un’organizzazione, un compito difficile, si tratta del movimento più complesso che l’umanità abbia mai costituito. Molte persone esterne lo considerano privo di forza, ma ciò non arresta la sua crescita. Quando lo descrivo a politici, accademici e uomini d’affari, mi rendo conto che molti credono già di conoscere il movimento, i suoi modi d’operare, la sua natura e le sue dimensioni approssimative. Basano le loro convinzioni sui rapporti dei mezzi d’informazione su Amnesty International, Sierra Club, Oxfam o altre rispettabili istituzioni. Possono essere direttamente informati in merito ad alcune organizzazioni più piccole e possono addirittura far parte del consiglio direttivo di qualche piccolo gruppo. Per loro, e per altri, il movimento è piccolo, noto e circoscritto, è un tipo nuovo di volontariato con una manciata di attivisti fuori controllo che occasionalmente gli procurano una cattiva fama. Anche le persone all’interno del movimento possono sottostimarne l’ampiezza, basando il loro giudizio solo sull’organizzazione a cui appartengono, anche se i network sono in grado di comprendere solo una parte del tutto.
Dopo aver trascorso anni a studiare il fenomeno e aver creato insieme ad alcuni colleghi un database globale delle organizzazioni coinvolte, sono giunto alla seguente conclusione: si tratta del più grande movimento sociale in tutta la storia dell’umanità. Nessuno conosce il suo scopo e i meccanismi del suo funzionamento sono più misteriosi di quanto sembri. Quello che salta agli occhi è indiscutibile: aggregazioni coerenti, organiche, autorganizzate, che riuniscono decine di milioni di persone che operano per un cambiamento.”

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Già, questo nuovo movimento è veramente inarrestabile, chissà che accadrebbe se si mettessero insieme, così com’è accaduto nella straordinaria manifestazione contro la guerra in Iraq che ha raccolto in tutto il mondo più di 100 milioni di persone. 
Noi abbiamo un sogno, creare un database italiano di queste associazioni formate da persone di buona volontà, metterle in connessione, così da avere progetti più grandi e ottenere i finanziamenti che altrimenti andrebbero perduti per poter fare cose buone e giuste.
Sogniamo di dare uno strumento a chi ha bisogno perché possa trovare immediatamente quello che cerca.  Sogniamo di creare una rete che raccolga ogni offerta, ogni domanda, ogni esigenza, ogni bisogno, ogni disponibilità.
Abbiamo un sogno, ci aiutate a realizzarlo?
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Calendario corsi di formazione organizzati dal Nuovo Comitato Il Nobel per i disabili Onlus

6-8 novembre Libera Università di Alcatraz: Corso di formazione sull'imprenditoria cooperativa. Come costituire e gestire una società cooperativa.
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8-10 novembre Libera Università di Alcatraz: CORSO DI GESTIONE DELLA COMUNICAZIONE
Partendo da casi concreti vedremo come sviluppare al meglio la comunicazione, come fare arrivare meglio il messaggio che si vuole far passare.
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Gratuito per coloro che fanno parte già di cooperative sociali o di lavoro, per associazioni di volontariato e per chi ha un reddito basso grazie a un contributo del Nuovo Comitato Il Nobel per i disabili Onlus.

Su questo argomento vedi anche questo articolo di Jacopo Fo

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