Progetto Tell Me Alfabetizzazione dei migranti attraverso il teatro
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I libri consigliati da Cacaonline

Carissimi, questa settimana vi presentiamo un libro del nostro autore preferito (e non è il preferito perché è il nostro capo, maliziosi).
Erano anni che Jacopo voleva fare questo libro, e finalmente con Rosaria Guerra, nostra amica da secoli, ci è riuscito.
La tesi è già nel titolo “Perché gli svizzeri sono più intelligenti” e qui possiamo scatenare l’inferno... perché non è che gli svizzeri ci sono poi simpaticissimi, eh?
E invece, dopo aver letto questo libro penserete che magari potreste sposarne uno, purché alto e biondo.
Buona lettura!

Come gli svizzeri sono riusciti a evitare mille guerre
L’aspetto più notevole del popolo svizzero è che è riuscito a evitare di essere massacrato come gli altri popoli europei dalle infinite guerre che hanno costantemente dissanguato il continente eurasiatico e il bacino Mediterraneo, negli ultimi millenni. Certamente esistono altre zone montane dove la guerra non è arrivata o è giunta con limitata forza devastante. Ma fatta eccezione di qualche isola sperduta, qualche montagna impervia e qualche giungla impenetrabile, non esiste nessun altro posto che in epoca moderna sia riuscito a starsene fuori dalle guerre.
Sarà perché hanno dato retta al loro Santo protettore, frate Nicola da Flue (che più di cinquecento anni fa aveva ammonito i suoi concittadini di “non immischiarsi nelle questioni altrui”), sarà per altro, fatto sta che gli svizzeri, infischiandosene delle guerre e delle alleanze, hanno optato per la neutralità quattro secoli prima di Irlanda, Austria e Finlandia e da 500 anni a questa parte hanno combattuto solo qualche guerricciola interna fra cattolici e riformatori e sono stati invasi, nonostante il patto di neutralità, soltanto durante la guerra dei Trent’anni (nel 1633 e nel 1638) e al tempo di Napoleone.
Un’inezia, un nulla, una briciola di dolore rispetto ai laghi di sangue e di disperazione che hanno devastato il resto del continente e del mondo.
È in pratica dal 1515, l’anno della sconfitta di Marignano (oggi Melegnano) contro francesi e veneziani, che la Svizzera non partecipa a grossi conflitti; ed è dal 1848, data di nascita della moderna Confederazione, che la parola guerra è definitivamente scomparsa dal loro vocabolario.
Quando affronto questo argomento molti mi contestano dicendo: “Non hanno fatto guerre ma le hanno sfruttate”, citandomi alcune porcherie che i banchieri svizzeri hanno organizzato ai danni degli ebrei.
Effettivamente ci sono molte prove che durante la seconda guerra mondiale la Svizzera pacifista e neutrale, mentre si manteneva formalmente estranea alla guerra, nei fatti si comportava da segreta alleata dei nazisti, fornendogli aerei e munizioni, riciclando l’oro e i gioielli confiscati agli ebrei in contanti che servirono al Reich per finanziare l’industria bellica, chiudendo le frontiere e suggerendo la prassi di marcare i passaporti con la “J” di Jude (questo coinvolgimento delle banche svizzere nella tragedia degli ebrei è stato riconosciuto in giudizio soltanto nel ’98, a seguito di una parziale ammissione di colpa da parte di alcuni grossi istituti di credito e la condanna ad un sostanzioso risarcimento in favore delle vittime dell’olocausto. E ci sono voluti cinquant’anni prima che il sacrificio dello Schindler svizzero che salvò la vita a tremila ebrei, il comandante di polizia Paul Gruninger, fosse ricordato in un film del 1997: Grüningers Fall (Il caso Grüninger), di Richard Dindo).
E questo è certamente orribile ma questo crimine non è imputabile all’insieme del popolo svizzero. Come non si può condannare tutti i tedeschi per la criminalità di Hitler.
Ed è altrettanto vero che con il segreto bancario gli evasori fiscali ci vanno a nozze. In Svizzera l’evasione fiscale non costituisce un reato ma è soggetta a semplici sanzioni amministrative, e questo per gli evasori è un gran bel sollievo, perché significa essere sicuri che non saranno perseguiti. Addirittura un referendum popolare sull’eliminazione del segreto bancario proposto nel 1984 è stato nettamente respinto dal 73% dei votanti. Non è insomma un caso che l’industria del crimine abbia scelto la Svizzera per portare avanti i suoi loschi affari e riciclare i proventi delle attività illecite: qui le banche gestiscono, custodiscono e occultano immensi patrimoni, perpetuando la contraddizione tra un’ipocrita necessità di garantire la riservatezza e la contiguità con soggetti invischiati in operazioni poco trasparenti.
Sono dunque d’accordo sul fatto che ci siano stati e ci siano svizzeri figli di puttana, assassini, bastardi e imbroglioni. D’altra parte questi personaggi sono presenti in tutti i popoli e sarebbe sciocco aspettarsi che gli svizzeri siano sprovvisti di individui malfatti.
Non sostengo certo che in Svizzera sono tutti santi.
Ma l’aspetto interessante sta nel fatto che gli svizzeri hanno saputo utilizzare anche l’ingegno dei loro soggetti peggiori per ottenere un beneficio collettivo.
L’originalità dell’esperienza svizzera sta nel trovare il modo di conciliare gli interessi di tutti indirizzandoli verso il bene dell’insieme del popolo anziché verso un beneficio soltanto individuale.
Il capolavoro degli svizzeri come popolo è stato proprio questo: impedire che i peggiori danneggiassero più di tanto l’insieme della nazione. E non è poco per gente come noi italiani che abbiamo passato gli ultimi 2000 anni a osservare come l’interesse di pochi potesse devastare la vita di tutti.
In questo libro vogliamo capire perché gli svizzeri siano più furbi degli italiani. Non sosteniamo certo che gli svizzeri siano più buoni degli italiani. Anche perché la bontà d’animo (e l’etica) sono difficilmente paragonabili. Di certo chi stermina gli ebrei è più malvagio di chi approfitta dello sterminio per rubargli i soldi. L’etica non si giudica a chili. Se uno ammazza un bambino non è meno cattivo di uno che ne ammazza un milione. La scala morale sta comunque a zero.
Quindi vorrei approfondire questo aspetto non per assolvere o condannare ma per capire come gli svizzeri hanno costruito la loro furbizia strategica e perché.

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Carissimi,
questa settimana l’introduzione la ascoltiamo dal Maestro.
In fuga dal Senato
Franca, la donna con la quale ho trascorso quasi tutta la mia vita e che da qualche mese mi ha lasciato, ha detto e ripetuto, nei suoi scritti e negli interventi sia in teatro che in dibattiti pubblici, che noi stiamo vivendo in una società il cui programma fondamentale è: disinformare. Cioè attraverso la gran parte degli interventi televisivi, radiofonici, giornalistici, arrivare a ubriacare un pubblico a forza di fandonie e notizie scandalistiche ad effetto per giungere a ipnotizzare la gente dentro una caterva di interventi banali, vuoti di ogni valore culturale e soprattutto manipolati, cioè falsi. Perciò Franca ha voluto lasciare soprattutto ai giovani e in particolare alle donne questo scritto, frutto di un'esperienza che parte dalla sua giovinezza, dalle lotte sociali, gli interventi contro lo sfruttamento del lavoro spesso mafioso, contro le guerre di conquista camuffate da battaglie per la pace ma tempestate di cadaveri... Fino alla sua ultima esperienza, quella in Senato, e alle sue sofferte dimissioni”.
Dario Fo

Quando nel Cacao del Sabato facciamo la recensione di un testo io prendo il libro dallo scaffale e cerco di trovare un brano che sia interessante, magari divertente, autoconclusivo e dia l’idea di come è scritto il testo, di che informazioni ci sono ecc ecc.
Così stamattina ho preso il libro di Franca e ho iniziato a sfogliarlo, lo conosco bene, ci ho lavorato anche io per un periodo perdendomi nella marea di dati, di storie. Passavo dall’indignazione alla tristezza, al riso per tutte le assurdità raccontate al modo dei Fo, alla tenerezza per questa donna così determinata così forte nella sua fragilità, così femminile e così materna per tutti coloro che le chiedevano aiuto.
Sempre dalla parte dei deboli, si dice in un luogo comune, eppure è così vero per quanto riguarda Franca da dare un significato puro a queste parole fruste.
Quello che mi ha sempre colpito era il suo senso di responsabilità. Ho già detto spesso che è una parola che amo moltissimo: responsabilità come lei stessa scrive quasi alla fine del suo mandato:
“ Pronti si parte, si parte! Ma poi non si parte.
A ‘sto punto, voi che leggerete questa mia specie di diario vi chiederete: ma ci troviamo nel classico finale di un’opera buffa di Rossini, dove i protagonisti continuano a cantare “basta, or ce ne andiam da questo sito immantinente!”, e invece stanno sempre lì e non si muovono per un accidente!?
E lo ammetto, un po’ avete ragione a pensarla così, ma se rimando di continuo la partenza, la colpa è di una misteriosa regia occulta che aleggia sulla mia testa e me lo impedisce. Io me ne sto lì, con le valigie già pronte, per togliere il disturbo, ma ecco che all’istante capita un fatto nuovo, imprevedibile, che mi inchioda al Senato: una volta è la votazione per il rifinanziamento della missione in Afghanistan, un’altra il caso delle bambine della Bielorussia tolte all’istante alle loro famiglie italiane, e ancora i nostri soldati colpiti dall’uranio impoverito. Come posso piantare lì tragedie del genere evitando di intervenire? No! Non mi è possibile, la mia uscita di scena è da rimandare, e quando il problema in atto sarà risolto chiuderò la mia avventura in Senato e mi darò felice alla fuga. E speriamo per tutti che ciò accada presto.”

Fa sorridere di tenerezza questo brano, forse è il ricordo più forte che ho di questa fantastica signora, quando diceva: “No! Non mi è possibile non intervenire.”
E anche quando uscì dall’incubo della politica “dal di dentro” non smise certo di dire la sua, quando vedeva qualcosa che la indignava partivano telefonate e lettere, perché... perché non si può non farlo.

Questo libro è una fantastica testimonianza del nostro tempo, raccontato da una donna che l’ha vissuto tutto, e questa volta è Dario che cura la raccolta delle informazioni e cuce il testo, nel modo del Nobel e il risultato è imperdibile. Buona lettura e se potete andate ai prossimi spettacoli in cui Dario racconta In Fuga dal Senato.

PROSSIME DATE

Sabato 25 Gennaio: FERMO - Teatro dell'Aquila alle ore 21.00

Lunedì 3 Febbraio: MILANO - Piccolo Teatro Strehler alle ore 21.00

Domenica 16 Febbraio: BRA Aspettando Collisioni -Palazzetto Bra-Sport  alle ore 16.00

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Carissimi,
questa settimana vi presentiamo un libro veramente interessante e scritto in maniera divertente, appassionante e soprattutto: Ottimista!
Si tratta di “Un ottimista Razionale. Come evolve la prosperità” di Matt Ridley, edito da Codice Edizioni.
Matt Ridley è uno dei divulgatori scientifici più tradotti del mondo, già autore di volumi come Genoma e La regina rossa (Instar Libri).
Ridley, nel bel mezzo di una crisi economica mondiale, ci stupisce con un libro che canta le lodi del progresso e dell'innovazione spiegandoci i meccanismi attraverso i quali si evolve la prosperità. Facendoci scoprire, tra l'altro, che anche le idee hanno un sesso, e che proprio per questo seguono un naturale processo di selezione in forza del quale, se continueranno su questa strada, potremo abbandonare molte visioni apocalittiche sul futuro della nostra specie.
Non ci credete? Leggere per credere.

Nelle altre classi di animali l’individuo avanza dall’infanzia alla maturità e, nel giro di una singola vita, acquista tutta la perfezione che la sua natura è capace di conseguire; ma, per quello che concerne gli uomini, c’è progresso sia nella specie sia nell’individuo. Essi costruiscono, in ogni età successiva, su fondamenta che sono state poste nell’età precedente.
(Adam Ferguson, Saggio sulla storia della società civile)

Le menti si accoppiano
A un certo punto, più di 100.000 anni fa, la cultura cominciò a evolversi come mai era accaduto fra le altre specie e prese a replicarsi, mutare, competere, selezionarsi e accumularsi, un po’ come i geni già facevano da miliardi di anni. Proprio come la selezione naturale era riuscita a costruire cumulativamente un occhio, facendolo sviluppare pezzo per pezzo, così l’evoluzione culturale riuscì a costruire cumulativamente una macchina fotografica, o un’intera cultura.
Gli scimpanzé saranno anche in grado di insegnare ai loro simili a infilzare i galagoni con rami appuntiti, e le orche assassine ad agguantare i leoni marini in fuga sulle spiagge, ma solo gli esseri umani possiedono la cultura collettiva che permette di ottenere una forma di pane o di organizzare un concerto.
Sì, ma perché? Perché noi e non le orche? Rispondere che noi ci evolviamo culturalmente non è né originale né utile. Imitazione e apprendimento, per quanto praticati con ingegno e perseveranza, non sono sufficienti a spiegare perché gli esseri umani abbiano cominciato a cambiare in modo così singolare. Serve qualcos’altro, qualcosa che gli umani possiedono e le orche no. La risposta, a mio avviso, è che a un certo punto nella nostra storia le idee hanno cominciato a incontrarsi e ad accoppiarsi, a fare sesso.
Permettetemi di spiegarmi meglio. Il sesso è ciò che rende cumulativa l’evoluzione biologica, perché consente l’incontro fra i geni di due individui diversi. La mutazione avvenuta in un gene può unire le sue forze con quella di un altro. L’analogia è particolarmente chiara nei batteri, che si scambiano i geni senza replicarsi – da qui la loro capacità di acquisire la resistenza agli antibiotici da altre specie. Se i microbi non avessero cominciato a scambiarsi materiale genetico miliardi di anni fa, e gli animali non avessero continuato a farlo tramite il sesso, allora tutti i geni necessari per creare un occhio non avrebbero mai potuto convivere in un unico animale; lo stesso vale per quelli necessari a creare le gambe, i nervi o il cervello. Ogni mutazione sarebbe rimasta isolata nella sua stirpe, incapace di scoprire le gioie della sinergia. In termini fumettistici, immagino un pesce evolvere un protopolmone, un altro sviluppare due protogambe, senza che nessuno dei due riesca a uscire dall’acqua.
L’evoluzione è possibile anche senza il sesso, ma è molto, molto più lenta.
Lo stesso vale per la cultura. Se fosse limitata all’apprendimento di abitudini altrui, presto stagnerebbe. Affinché diventino cumulative, le idee devono incontrarsi e accoppiarsi. La “contaminazione delle idee” è senza dubbio un cliché, ma è un cliché involontariamente fecondo. «Creare significa ricombinare» scrisse il biologo molecolare François Jacob. Che cosa sarebbe successo se l’uomo che inventò la ferrovia e quello che inventò la locomotiva non si
fossero mai incontrati né parlati, nemmeno attraverso intermediari?
La carta e il torchio tipografico? Internet e i cellulari, il carbone e le turbine, il rame e lo stagno, la ruota e l’acciaio, il software e l’hardware? Come spiegherò più avanti, ci fu un momento nella nostra preistoria in cui alcuni esseri dotati di grandi cervelli, cultura e capacità di apprendimento cominciarono a scambiarsi oggetti e tecniche per la prima volta. Quando ciò accadde, all’improvviso la cultura divenne cumulativa e quel grande, irrefrenabile esperimento chiamato progresso economico ebbe inizio. Lo scambio sta all’evoluzione culturale come il sesso all’evoluzione biologica.
Grazie agli scambi, gli esseri umani scoprirono la divisione del lavoro e la specializzazione del talento individuale, ottenendo vantaggi reciproci.
...
Più gli esseri umani si sono diversificati come consumatori, si sono specializzati come produttori e hanno fatto scambi, e meglio hanno vissuto, vivono e vivranno. E la buona notizia è che questo processo non prevede una fine già scritta. Al crescere del numero di persone coinvolte nella divisione del lavoro su scala globale, si innalza quello di quanti si specializzano e scambiano i prodotti del proprio lavoro, e la prosperità di tutti noi aumenta. Inoltre, non c’è nessun motivo per cui non dovremmo essere in grado di risolvere i problemi che attualmente ci affliggono: crisi economiche, esplosioni demografiche, cambiamento climatico, terrorismo, povertà, AIDS, obesità o depressione. Non sarà facile, ma è decisamente possibile, e anzi probabile, che nel 2110, a un secolo dall’uscita di questo libro, l’umanità starà molto meglio di quanto stia ora, così come l’intero sistema ecologico del pianeta. Questo libro sfida la razza umana ad accogliere i cambiamenti a braccia aperte, ad adottare un atteggiamento di razionaleottimismo e quindi a lottare per migliorare l’umanità e il mondo in cui viviamo.
...
Scrivo in un’epoca di pessimismo economico senza precedenti. Sono un ottimista razionale. Razionale perché non sono arrivato a posizioni ottimiste per indole o per istinto, ma esaminando le prove. Nelle pagine che seguono spero di trasformare anche voi in ottimisti razionali. Innanzitutto devo convincervi che il progresso della razza umana è un fenomeno positivo e che, nonostante la nostra tendenza a lamentarci, il nostro pianeta è un posto bellissimo in cui vivere, almeno per l’essere umano medio: lo è sempre stato, e lo è persino oggi, in un’epoca di profonda recessione; che il mondo è più ricco, più sano e persino più “gentile” anche grazie al commercio e non a dispetto di esso. Poi intendo spiegare come e perché sia diventato così. Infine voglio capire se possa continuare a migliorare.”

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Su questo argomento vedi anche: Non è vero che tutto va peggio di Jacopo Fo e Michele Dotti, edizioni EMI

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Ieri, 4 ottobre alla libreria Feltrinelli di Milano Dario Fo, con Gianni Barbaceto, Stefano Benni e Giuseppina Manin hanno presentato il libro di Franca Rame: In fuga dal Senato edito da ChiareLettere.

“Mia mamma si presenta al Senato” mi disse Jacopo un giorno al telefono: Rimasi un po’ in silenzio. “Ehi, ci sei?”
“Sì, sono sbalordita” risposi e poi mi diedi anche della scema. Cosa c’era da sbalordirsi, non mi avevano abituata in tanti anni i signori Fo a sorprese di questo tipo?
“Con chi?”
“Con Di Pietro”.
Non sapevo cosa augurarmi, sapevo che Franca avrebbe intrapreso questa nuova avventura con vigore ed entusiasmo così come aveva sempre preso tutto. Da Soccorso Rosso, al Nobel per i Disabili. Sì, perché anche se diceva che il suo mestiere era fare l’attrice (ed era il mestiere più amato), in realtà nella vita ne aveva fatte mille e più. E non solo le grandi battaglie ma anche e soprattutto piccoli gesti quotidiani di solidarietà, aiuti silenziosi, fatti quasi di nascosto.
Temevo che ne sarebbe stata risucchiata, temevo la delusione, il grande impegno che l’avrebbe stancata, lei così fragile. Ma la fragilità di Franca avrebbe distrutto un esercito di Marines.
Il primo giorno entrò nell’aula del Senato con la sua splendida giacca rossa, i suoi orecchini di corallo, regalo di Dario da cui non si separava mai, i suoi capelli biondi e i grandi occhiali.
E che gruppo di diversamente emotivi ha potuto non accorgersi di tanta grazia?
Chi l’ha amata subito sono stati i dipendenti del Senato a cui si rivolgeva gentile, i militari davanti al Palazzo che si dispiacevano tanto di non poter rispondere al suo saluto, che arrivava puntuale tutte le mattine.
Un’altra cosa che la sconvolgeva era che nessuno degli eletti ascoltava cosa dicevano gli altri. Fece addirittura un saltafosso a un collega: una mattina gli raccontò che aveva appena fatto a pezzi Jacopo e ora aveva nella borsetta la sua mano e non sapeva cosa farne... Il senatore la guardava e continuava a ripete “Bene, bene...” si svegliò quando Franca si mise a urlare insultandolo.
E tutto il lavoro fatto sullo spreco della pubblica amministrazione, la battaglia per aiutare i soldati colpiti dal cancro dopo la contaminazione da uranio impoverito in Kosovo, le strazianti decisioni che andavano contro il suo pensiero per cercare di salvare il governo Prodi. Fino alla decisione di dimettersi, perché anche no... anche basta.
E’ fuggita dal Senato, Franca Rame.
Gabriella

Lascio ora la parola a Dario che nel sito di Grillo parla del libro e di Franca.

Il Passaparola di Dario Fo
Un benvenuto a tutti quanti. Sono qui per presentarvi un libro scritto da Franca, la donna con la quale ho trascorso quasi tutta la mia vita e che da qualche mese mi ha lasciato. Ci ha lasciato, figli, nipoti, amici... tanti amici, e in tutti noi che le volevamo bene, e siamo in tanti, ha lasciato un gran vuoto, davvero incolmabile. Ma prima di lasciarci, Franca ci ha regalato una memoria di sé, una specie di diario, a mio avviso e anche a giudizio di quanti l’hanno letto in questi giorni, molto bello, soprattutto importante. Perché importante? Perché oltre all’ironia e al sarcasmo verso molti personaggi innominabili della nostra storia più o meno recente, ci dà informazioni spesso inedite ed essenziali per capire in che folle mondo stiamo vivendo specie qui nel nostro paese: l’Italia.
Ma Franca, attenti, con questo libro di denuncia non ha voluto far scandalo, ha voluto informare... Lei ha detto e ripetuto, nei suoi scritti e negli interventi sia in teatro che in dibattiti pubblici, che noi stiamo vivendo in una società il cui programma fondamentale è: disinformare. Cioè attraverso la gran parte degli interventi televisivi, radiofonici, giornalistici, arrivare a ubriacare un pubblico a forza di fandonie e notizie scandalistiche ad effetto per giungere a ipnotizzare la gente dentro una caterva di interventi banali, vuoti di ogni valore culturale e soprattutto manipolati, cioè falsi.
Perciò Franca ha voluto lasciare soprattutto ai giovani e in particolare alle donne questo scritto, frutto di un’esperienza che parte dalla sua giovinezza, dalle lotte sociali, gli interventi contro lo sfruttamento del lavoro spesso mafioso, contro le guerre di conquista camuffate da battaglie per la pace ma tempestate di cadaveri... Fino alla sua ultima esperienza, quella in Senato, e alle sue sofferte dimissioni.
Sia chiaro, Franca non ha accettato d’entrare in Senato per provare qualcosa di diverso, gratificante, e soprattutto non ha pensato di guadagnarsi l’accesso grazie alla designazione di un leader padrone di un partito che sceglie i degni di tanto onore e stipendio secondo quello che gli garba...

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Carissimi,
questa settimana siamo molto contenti di presentarvi un libro di Paul Hawken dal titolo “Moltitudine Inarrestabile (Benedetta Irrequietezza). Come è nato il più grande movimento al mondo e perché nessuno se ne è accorto”, edizioni Ambiente, in vendita su Commercioetico.it.
Hawken, ambientalista, imprenditore, giornalista è anche autore di un libro straordinario che abbiamo tenuto in catalogo per anni: Capitalismo Naturale.

Sentiamo che dice del libro Dario Tamburrano dal sito Terranauta.it
“Hawken esordisce delineando un ampio panorama delle organizzazioni e delle comunità che attualmente operano nel pianeta per la difesa dei diritti umani e civili e per la sostenibilità ambientale. Emerge da questa sorta di censimento che questo numero è impressionante in ogni luogo e senza differenza di razza e cultura. Queste associazioni di individui costituiscono nel loro complesso un movimento spontaneo ed autorganizzato, senza un centro ed un'ideologia portante che sfugge alla categorizzazione classica al punto tale che i media non sono in grado di recepirne la portata ubiquitaria e di coglierne l'aspetto innovativo.

Secondo Hawken, in questo che egli definisce il “movimento senza nome”, stanno confluendo in un'unica visione sia gli insegnamenti e i valori delle culture indigene di ogni continente, sia le tematiche proprie dei movimenti ambientalisti, per la giustizia sociale ed i diritti umani. Per la prima volta nella storia dell'uomo si assiste ad una moltitudine di individui che a volte inconsapevolmente, pur nella loro diversità, operano nella stessa direzione.

Similmente ad un sistema immunitario che è formato da più parti che collaborano tra di loro per reagire agli attacchi infettivi, questo movimento è, per Hawken, paragonabile ad una risposta immune della specie umana nel suo complesso, come reazione di autodifesa alle politiche economiche di sfruttamento dei popoli e di distruzione degli ecosistemi che minano la sopravvivenza dell'umanità stessa.”

E ora lasciamo parlare Paul Hawken.
Estratto dal capitolo 1 Gli inizi

Negli ultimi quindici anni ho tenuto circa mille conferenze sull’ambiente e, ogni volta, mi sono sentito come un funambolo alla ricerca dell’equilibrio perfetto. Le persone desiderano sapere cosa sta succedendo al loro pianeta, ma nessuno vorrebbe mai deprimere il proprio pubblico, per quanto cupo e preoccupante sia il futuro previsto dalla scienza che studia i tassi di perdita ambientale. Tuttavia, essere ottimisti riguardo al futuro richiede delle basi convincenti per un’azione costruttiva: è impossibile descrivere le possibilità future senza prima definire accuratamente le problematiche attuali. Colmare tale divario ha sempre costituito per me una sfida e le platee, ignorando soavemente il mio turbamento intellettuale, mi hanno fornito un insolito punto di vista. Dopo ogni conferenza, una piccola folla mi circondava per parlare, porre domande e scambiare biglietti da visita.
Generalmente, queste persone si occupavano delle tematiche più dibattute ai nostri giorni: cambiamenti climatici, povertà, deforestazione, pace, risorse idriche, fame, conservazione, diritti umani. Provenivano dal mondo del non profit e delle organizzazioni non governative, noto anche come “società civile”: si erano presi cura di fiumi e golfi, avevano insegnato ai consumatori i principi dell’agricoltura sostenibile, installato pannelli solari sulle loro abitazioni, esercitato azioni di lobby sui legislatori nazionali per contrastare l’inquinamento, lottato contro politiche commerciali tagliate a misura d’impresa, lavorato per rendere verdi le principali metropoli e fornito un’istruzione ai bambini in materia di ambiente. Semplicemente, avevano dedicato le loro esistenze a cercare di salvaguardare la natura e a difendere diritti.
Malgrado fossimo negli anni Novanta e i mezzi d’informazione ignorassero queste persone, queste occasioni mi offrivano la possibilità di ascoltare le loro preoccupazioni. Incontravo studenti, nonne, adolescenti, membri di tribù, uomini d’affari, architetti, insegnanti, professori in pensione e genitori preoccupati. Dato che mi spostavo continuamente e che le organizzazioni rappresentate da queste persone erano radicate nelle loro comunità, in un anno iniziai a farmi un’idea della varietà di questi gruppi e del loro numero complessivo. I miei interlocutori avevano molto da dire. Erano informati, ricchi d’immaginazione e di vitalità; offrivano idee, spunti e intuizioni. In un certo senso, Moltitudine inarrestabile rappresenta la somma di ciò che mi hanno donato. I miei nuovi amici mi davano libri e articoli, infilavano piccoli regali nel mio zaino o avanzavano proposte per imprese verdi. Un nativo americano mi spiegò che la separazione fra ecologia e diritti umani è artificiale, che i movimenti ambientalisti e quelli per la giustizia sociale affrontano due aspetti dello stesso, grande dilemma. I danni inflitti alla Terra ricadono su tutte le persone e il modo in cui un uomo tratta un altro uomo si riflette sul nostro modo di trattare il pianeta.
Mano a mano che le mie conferenze iniziavano a rispecchiare una maggiore consapevolezza, il numero e la varietà di persone che offrivano biglietti da visita crebbero. A ogni conferenza collezionavo dai cinque ai trenta biglietti da visita e, dopo una settimana o due di viaggi, tornavo a casa con qualche centinaio di biglietti ficcati in tutte le tasche. Li disponevo sul tavolo della mia cucina, leggevo i nomi, guardavo i loghi, esaminavo la missione e rimanevo meravigliato dalla diversità di azioni e scopi che questi gruppi perseguivano a favore di altri. Quindi, conservavo i biglietti in cassetti o sacchetti di carta, come ricordi di viaggio. Negli anni, avevo raccolto migliaia di questi biglietti e, ogni volta che li guardavo, mi sorgeva spontanea la stessa domanda: esiste qualcuno realmente in grado di valutare il numero enorme di gruppi e organizzazioni coinvolti in queste cause? Dapprima, si trattò di semplice curiosità, ma lentamente si trasformò nella sensazione che qualcosa di molto più grande stesse nascendo, un importante movimento sociale che stava eludendo i radar della cultura di massa.
Sempre più curioso, iniziai a contarli. Consultai i documenti governativi disponibili per i diversi paesi e, utilizzando i dati dei censimenti fiscali, valutai in circa 30.000 il numero delle organizzazioni ambientaliste sparse per il mondo; quando poi presi in considerazione anche quelle per la giustizia sociale e per i diritti delle popolazioni indigene il numero superò le 100.000. Successivamente, feci delle ricerche per capire se era mai esistito un movimento uguale a questo per dimensioni o finalità, ma non riuscii a trovarne uno, passato o presente che fosse. Più indagavo, più approfondivo e più il numero continuava a salire: trovavo elenchi, indici e piccoli database specifici per settori o aree geografiche. Avevo iniziato un percorso che mi avrebbe portato molto più lontano di quanto avessi immaginato. Realizzai subito che la mia valutazione iniziale di 100.000 organizzazioni era sottostimata di almeno dieci volte, e attualmente credo che esistano più di un milione, forse anche due, di organizzazioni che operano per la sostenibilità ecologica e la giustizia sociale.
In base alle definizioni convenzionali, questa immensa varietà di individui impegnati non costituisce un movimento. I movimenti hanno leader e ideologie. Le persone “aderiscono” ai movimenti, ne studiano i testi e si identificano con un gruppo. Leggono le biografie del fondatore e ascoltano i suoi discorsi, con registrazioni o dal vivo. In breve, i movimenti hanno dei seguaci. Tuttavia, questo movimento non corrisponde ai modelli tradizionali. È frammentato, non organizzato e orgogliosamente indipendente. Nessun manifesto o dottrina, nessuna autorità che eserciti un controllo. Prende forma in scuole, fattorie, giungle, villaggi, aziende, deserti, aree di pesca, slum, persino negli alberghi di lusso di New York. Uno dei tratti che lo caratterizza consiste nel suo essere un movimento umanitario globale che, timidamente, sta emergendo dal basso verso l’alto. Una moltitudine unita da una condizione che non ha precedenti: il pianeta ha una malattia, caratterizzata da pesante degrado ecologico e rapidi cambiamenti climatici, che mette a rischio la sua esistenza.
A mano a mano che calcolavo il numero delle organizzazioni, nella mia testa si affacciò il dubbio di essere testimone della crescita di qualcosa di organico, se non biologico. Piuttosto che un movimento nel senso tradizionale del termine, non potrebbe trattarsi di una risposta istintiva e collettiva alla minaccia? La sua natura frammentaria non potrebbe rispondere a esigenze connaturate ai suoi scopi? Quali sono i meccanismi alla base del suo funzionamento? Qual è la sua velocità di crescita? E la natura dei suoi collegamenti? Perché continua a essere ignorato? Ha una storia? Riuscirà a fronteggiare con successo quelle problematiche che i governi non sono stati in grado di risolvere: energia, occupazione, conservazione, povertà e riscaldamento globale? Diventerà centralizzato o continuerà a essere frammentario? Si sfalderà davanti a ideologie e fondamentalismi?
Ho cercato un nome per questo movimento, ma non ne esistono. Ho incontrato persone che volevano conferirgli un assetto o dargli un’organizzazione, un compito difficile, si tratta del movimento più complesso che l’umanità abbia mai costituito. Molte persone esterne lo considerano privo di forza, ma ciò non arresta la sua crescita. Quando lo descrivo a politici, accademici e uomini d’affari, mi rendo conto che molti credono già di conoscere il movimento, i suoi modi d’operare, la sua natura e le sue dimensioni approssimative. Basano le loro convinzioni sui rapporti dei mezzi d’informazione su Amnesty International, Sierra Club, Oxfam o altre rispettabili istituzioni. Possono essere direttamente informati in merito ad alcune organizzazioni più piccole e possono addirittura far parte del consiglio direttivo di qualche piccolo gruppo. Per loro, e per altri, il movimento è piccolo, noto e circoscritto, è un tipo nuovo di volontariato con una manciata di attivisti fuori controllo che occasionalmente gli procurano una cattiva fama. Anche le persone all’interno del movimento possono sottostimarne l’ampiezza, basando il loro giudizio solo sull’organizzazione a cui appartengono, anche se i network sono in grado di comprendere solo una parte del tutto.
Dopo aver trascorso anni a studiare il fenomeno e aver creato insieme ad alcuni colleghi un database globale delle organizzazioni coinvolte, sono giunto alla seguente conclusione: si tratta del più grande movimento sociale in tutta la storia dell’umanità. Nessuno conosce il suo scopo e i meccanismi del suo funzionamento sono più misteriosi di quanto sembri. Quello che salta agli occhi è indiscutibile: aggregazioni coerenti, organiche, autorganizzate, che riuniscono decine di milioni di persone che operano per un cambiamento.”

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Già, questo nuovo movimento è veramente inarrestabile, chissà che accadrebbe se si mettessero insieme, così com’è accaduto nella straordinaria manifestazione contro la guerra in Iraq che ha raccolto in tutto il mondo più di 100 milioni di persone. 
Noi abbiamo un sogno, creare un database italiano di queste associazioni formate da persone di buona volontà, metterle in connessione, così da avere progetti più grandi e ottenere i finanziamenti che altrimenti andrebbero perduti per poter fare cose buone e giuste.
Sogniamo di dare uno strumento a chi ha bisogno perché possa trovare immediatamente quello che cerca.  Sogniamo di creare una rete che raccolga ogni offerta, ogni domanda, ogni esigenza, ogni bisogno, ogni disponibilità.
Abbiamo un sogno, ci aiutate a realizzarlo?
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Su questo argomento vedi anche questo articolo di Jacopo Fo

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Cari amici,
con enorme piacere oggi vi presentiamo un nuovo libro scritto da Franca Rame insieme a Joseph Farrell, Professore Emerito di Italianistica presso la University of Strathclyde, a Glasgow, Scozia. "Non è tempo di nostalgia" è una lunga intervista in cui Franca racconta di sè, della famiglia e del lavoro, di una vita al fianco di Dario: “... il mio contributo è riconosciuto ma d’altro canto il genio è lui”.
Un libro dolcissimo, che ricorda una donna straordinaria. Franca ci manchi un sacco...
Di seguito, dal sito Sololibri.net, un'intervista a Joseph Farrell rilasciata in occasione del lancio del libro.
Buona lettura! Per acquistare online il libro su Commercioetico.it clicca qui

Professor Farrell, com’è nata l’idea del libro e dove è avvenuta l’intervista tra Lei e Franca Rame?

Ho incontrato Dario e Franca negli anni Ottanta, credo sia stato il 1984 quando sono venuti a Edimburgo per recitare, Dario portava in scena Mistero Buffo, mentre Franca interpretava alcuni atti unici aventi come argomento la condizione femminile. Conoscevo già il loro teatro, avevo letto molto... la prima intervista a Franca l’avevo fatta negli anni Ottanta per un giornale di Edimburgo e altre gliene ho fatte nel corso degli ultimi decenni. Per quanto riguarda il libro, l’intento era di dare a Franca la possibilità di esprimere le proprie idee, anche se Franca non ha mai vissuto all’ombra di Dario Fo. Volevo offrire a Franca Rame il modo di parlare di se stessa separatamente da Dario Fo per permettere all’attrice di dire come la pensava sul teatro, sulla sua vita, sulla società italiana, nonché ricordare le sue varie attività politiche e sociali come Soccorso Rosso, la sua partecipazione alle grandi campagne per il divorzio, per l’aborto e anche contro la droga. L’idea era quella di dare a Franca l’opportunità di parlare per se stessa di se stessa. L’intervista è avvenuta nel febbraio di quest’anno a Milano presso l’abitazione di Dario Fo e Franca Rame, purtroppo Franca già non stava molto bene.

Nell’introduzione del volume scrive che Franca “nasce nel cuore della tradizione centrale del teatro italiano”. Desidera chiarire il Suo pensiero?

Ho curato insieme al mio amico, il Professor Paolo Puppa di Cà Foscari, una storia del teatro italiano che è stato pubblicato dall’Università di Cambridge. È una cosa che mi è venuta in mente lavorando su quel volume e l’ho espressa nell’Introduzione di questo libro – intervista. Mi pare che il teatro italiano se da una parte abbia dato un grande apporto per lo sviluppo del teatro europeo occidentale, dall’altra parte, paradossalmente, ha dato relativamente pochi scrittori al canone convenzionale del teatro europeo. Penso che questo sia dovuto al fatto che il teatro italiano nel contesto di quello europeo sia anomalo, nel senso che è essenzialmente un teatro attoriale e non autoriale. Secondo il mio parere nella tradizione del teatro italiano il personaggio dominante sia sempre stato l’attore, l’attore di un tipo molto particolare. Franca è figlia d’arte, come Eleonora Duse, come Adelaide Ristori e molte altre. È importante sottolineare che l’attrice era nata in una famiglia di attori girovaghi, la Compagnia Rame si ritiene che affondi le sue radici nel Settecento. Fino alla fondazione dei teatri stabili erano famiglie di quel tipo che erano il cuore del teatro italiano, attori che improvvisavano. La Rame è nata praticamente sulla scena, ha fatto la sua prima comparsa quando aveva solamente otto giorni. Nel corso dell’intervista Franca ha spiegato come la Compagnia Rame producesse i propri testi, suo padre era il capocomico, radunava la famiglia e distribuiva i vari ruoli. Questa è la tradizione del teatro italiano, è una tradizione essenzialmente ed esclusivamente italiana e Franca Rame è stata l’ultima grande rappresentante di quella tradizione, perché adesso non esiste più.

Quando Milano ha salutato per l’ultima volta l’attrice, il figlio Jacopo ha dichiarato che “ancora oggi i miei genitori sono amati nel mondo ma l’Italia li considera nemici”. Che cosa ne pensa al riguardo?

Certamente Dario e Franca sono stati molto ammirati e amati all’estero, è quasi un luogo comune ripetere che Dario Fo è l’autore vivente più rappresentato al mondo. Quando Franca ha recitato qui in Gran Bretagna, in America o in Francia le sue performance sono state osannate, perché era una grande attrice. In Italia ovviamente la situazione è più complicata, perché loro – questa è una banalità – avevano una posizione politica ben precisa e questo ovviamente ha suscitato l’ammirazione di una parte della società e anche l’odio di un’altra parte. Con tutto il rispetto che ho per Jacopo, non penso che si possa dire che Franca sia stata ritenuta una nemica da tutta la società italiana, ma dal momento che era una donna così forte che ha partecipato a iniziative precise è ovvio che le sue campagne politiche e sociali abbiano suscitato l’antagonismo di una parte della società. Questo ha portato a episodi vergognosi, mi riferisco al sequestro e allo stupro che Franca ha dovuto subire. Ora sappiamo senza ombra di dubbio, grazie alle indagini condotte dal giudice Guido Salvini, che questo doloroso episodio è stato orchestrato in Italia da alcuni ufficiali appartenenti alle forze dell’Ordine e perpetrato da cinque neofascisti. Non credo però che Franca fosse odiata dalla società in quanto tale.

Possiamo dire che Franca Rame rappresentava e tuttora rappresenta quella parte di Italia ancora capace di indignarsi e di sognare?

È una bellissima frase questa... Dario una volta in Spagna, in Catalogna disse che nel suo teatro lui mirava all’unione del riso con la rabbia. Questi due termini indignarsi e sognare mi pare che abbiano la stessa forza. Indignarsi ma non fine a se stesso, anche sognare, essere attivi, muoversi per migliorare le cose è un sogno dei migliori esseri umani, maschi e femmine. Franca aveva senz’altro quella capacità di indignarsi di fronte alle ingiustizie. Questo era l’impulso dietro alle sue attività. Aveva dei principi molto fermi. Lei si è indignata quando ha visto delle scene d’ingiustizia, quando ha visto l’immobilità del potere e della politica italiana di fronte alla povertà per esempio, si è indignata contro ingiustizie perpetrate contro donne e contro bambini. Lo scrittore e poeta irlandese Jonathan Swift, l’autore de I viaggi di Gulliver, usava l’espressione indignazione amara... Franca aveva anche la capacità di sognare un mondo migliore, lei ha militato tutta la sua vita in favore di questo mondo migliore. Era un sogno, sì... ma era un bel sogno.

Intervista all’editrice Silvia Della Porta che ha pubblicato il libro

Silvia, Franca Rame non ha fatto in tempo a veder pubblicato il volume...

Sì, purtroppo è vero, il libro, fisicamente, non l’ha mai avuto tra le mani, e questo per noi è un grande dispiacere. Il lavoro di editing era ormai giunto alla fine e non vedevamo l’ora di consegnarle il testo finito, per poi scegliere insieme le foto di accompagnamento. La notizia della sua scomparsa è stata, per noi, inaspettata e triste. Ho passato mesi ad ascoltare la sua voce, mentre trascrivevo il dialogo fra lei e Joseph Farrell, e – anche se ho avuto modo di conoscerla soltanto quest’anno – per me è stato come perdere, se posso permettermi il termine, un’amica. Da subito Franca Rame mi ha dato l’impressione di essere una persona estremamente buona e generosa, magnetica, non potevo fare a meno di guardarla e di ascoltarla. Ci ha accolto con amicizia e infinita gentilezza, era contenta di parlare, di raccontarci la sua storia, mi disse.

Qual è la lezione di vita che l’attrice ha lasciato in eredità?

Direi che alla generazione alla quale io appartengo abbia lasciato un’eredità fondamentale: restare fedeli ai propri valori. Franca Rame ha combattuto molte battaglie, ma mai sotto un’etichetta o un simbolo, guidata solo da un’ideale, quello di voler migliorare la vita degli altri. Molte persone hanno un feeling con gli animali, ci disse, lei lo aveva con i cristiani. Mi ha colpito la sua concezione di femminismo, l’uomo c’è ed è importante, si cresce insieme. Era per l’uguaglianza delle donne, ma non accettava la definizione di femminista. Ha portato il teatro nelle case del popolo, ma a un certo punto ha deciso di strappare la tessera del PCI. Ha fondato Soccorso Rosso, ma non ha certo mai condiviso gli obiettivi del terrorismo armato. Essere se stessi, quindi, anche se non è facile essere Franca Rame. Come lei stessa disse, riferendosi agli attori che recitano i suoi spettacoli:
“Scimmiottami, va’ a pappagallo. Quando l’avrai bene in testa, ti accorgerai che il personaggio è diventato tuo”.
Anche noi dovremmo cercare di imitarla, e non solo sul palcoscenico.

Natalia Aspesi all’indomani dei funerali laici di Franca Rame nel suo articolo L’Italia invisibile ritrova se stessa, pubblicato su Repubblica, tra le altre cose ha scritto: “... bellissima signora che con la sua morte ha risvegliato un mondo che pareva sepolto da anni, ma anche la memoria, la coscienza di quei milanesi ignoti che si stavano adattando al silenzio e alla rinuncia, senza reagire”.
Condivide la riflessione della giornalista?

Mi sembrano senz’altro delle parole belle e appropriate. Franca Rame rappresenta cinquant’anni di storia del nostro paese, spetta a noi tutti italiani, non solo ai milanesi, ricordarla e portare avanti il suo insegnamento di vita. Mi ha commosso in modo particolare l’articolo di Lella Costa, dove ho rivisto ’la Franca’ che ho avuto la fortuna di incontrare a Milano lo scorso febbraio.

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Cari amici,
nel Cacao di oggi pubblichiamo le prime pagine del nuovo libro di Dario Fo “Un clown vi seppellirà”, scritto a quattro mani con la giornalista del Corriere della Sera Giuseppina Manin.
Un'ironica riflessione sullo stato attuale della politica italiana, dalla figura di Beppe Grillo ai tentativi di nuove alleanze governative: “Abbiamo sopportato a testa china una situazione stagnante e disgustosa, ci siamo assuefatti a tutto, agli scandali, alle vergogne, alle pubbliche ostentazioni di ruberie e corruzioni, abbiamo assistito alle incoronazioni di prostitute e lenoni. Che altro dire se non: Benvenuta catastrofe!”.
E ancora: “Grillo è come uno dei personaggi delle mie commedie. Esce da quella scuola dei Misteri Medievali che gioca con il paradosso e l’assurdo. Un visionario surrealista la cui fantasia e le cui battute hanno avuto il merito di svegliare il Paese dormiente.”
Potete acquistare il libro direttamente online su Commercioetico.it clicca qui.

Buuuuum!!!

Dario! Ma cosa è successo?
Eh, Giuseppina, c'è stato un gran botto...

Tuoni e fulmini a febbraio. Forse una cometa come quella dei Re Magi, in ritardo sull'Epifania.

Facciamo cinque stelle. Tutte comparse d'improvviso in piena notte della Repubblica... Una luce inattesa, abbagliante. Come quella cascata di meteoriti che, solo pochi giorni prima del voto italiano, erano piovute sugli Urali. Un bombardamento siderale, una gragnuola di corpi celesti in caduta libera. Qualcuno si è beccato certi bozzi in testa da tramortire, qualcun altro invece si è svegliato dal coma... In ogni caso, in gran parte non ci siamo ancora riavuti.

Sembrano i segni di un'apocalisse. Di uno sbarco degli alieni.

Difatti sono sbarcati 163 marziani in Parlamento. Ennio Flaiano si sarebbe divertito un sacco. E mica con le antennine verdi in testa. Questi sono giovani, carini, un po' laureati, un po' precari, molto emozionati. Anche loro alquanto storditi da quell'atterraggio brusco e improvviso su un altro mondo. Ma determinati a stordire anche di più gli indigeni del posto, quelli che su quei seggi pubblici ci hanno messo radici millenarie, che considerano quella tribuna roba loro. Insomma, i veri ufo, malandati in apparenza, in realtà temibili e insidiosi. Nessun film di fantascienza aveva mai immaginato tanto. Altro che Spielberg, ci voleva Beppe Grillo.

Certo, ben pochi si immaginavano un tale sciame di stelle cadenti a ciel sereno.

Le avvisaglie c'erano state, eccome. Ma essendo i nostri indigeni plantigradi poco svegli per natura, sonnolenti e distratti dai loro continui baratti sottobanco, nessuno ci aveva fatto mai caso. Anche perché, oltre a esser ciechi come talpe, costoro devono anche essere sordi come campane, visto che nemmeno un'eco di quelle tante grida di piazza, via via sempre più alte e insistenti, sembrava esser mai stata intesa da loro...

Le cinque stelle sono state miracolose per tanti, di colpo hanno fatto riacquistare la vista e pure l'udito.

Mi viene in mente la storia della “stella nova” di Galileo. Verissima quanto istruttiva. Il 10 ottobre del 1604 comparve nel cielo sopra Padova una nuova stella. Prima un flebile brillio, poi, con il passare dei giorni, un chiarore sempre più forte. Tanto da superare in “luce splendidissima e sfavillante” ogni altro astro.
L'evento fece naturalmente gran scalpore. E anche molta paura. La Chiesa lo interpretò subito come un segno divino. Le comete, si sa, per loro hanno sempre annunciato qualcosa di grosso. Gli scienziati invece annaspavano alla ricerca di spiegazioni plausibili. Un tale prodigio non lasciò indifferente neanche Galileo, che proprio in quel periodo insegnava astronomia all'università della città veneta. In tre pubbliche lezioni sull'argomento, contraddicendo le tesi miracolistiche dei preti e quelle meteorologiche dei sapienti, sostenne che quell'astro non era altro che una “stella nova”. Nuova di zecca, qualcosa che prima non esisteva proprio. Teoria audace quanto insidiosa.

Mi ricordo questa tua concione in teatro. Facendo il verso a Galileo, sostenevi che ai tempi le opinioni sulla volta stellata erano appannaggio dei filosofi e dei teologi, il cui compito era sostanzialmente quello di tutelare la dottrina ufficiale di un universo finito, eterno, modellato una volta per tutte dalle mani del Creatore.

Certo, introducendo in quella volta immobile la comparsa di un nuovo corpo celeste, ecco che quel sistema immutabile diventava di colpo mutabile. Si apriva il varco a un universo illimitato, dove tutto poteva accadere. L'esplosione di quella supernova, perché tale doveva essere l'astro che dopo pochi giorni di fulgore sparì dal cielo, segnò l'avvio della rivoluzione galileiana che pochi anni dopo, nel 1610, avrebbe trovato il suo strumento principe nel telescopio.

Quel Galileo era un vero sovversivo dell'ordine celeste costituito. Naturalmente non la passò liscia. Attacchi e irrisioni gli piovvero addosso da ogni parte...

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Cacao di oggi lo dedichiamo a “Nessuno può farlo al posto tuo”, il nuovo libro di Marco Boschini, un “piccolo ideario di resistenza quotidiana”. Come spiega lo stesso Boschini, il libro poteva intitolarsi anche “La crisi non esiste: io ho le prove”. 62 pagine, stampato su carta riciclata, è in vendita su Commercioetico.it a 4,50 euro.
Riportiamo di seguito il primo capitolo: “Decidersi a cambiare”. Buona lettura!

La prima cosa da fare per cambiare rotta o direzione, è osservare i passi che si stanno compiendo ora. La strada su cui stiamo viaggiando. Insomma, conoscere è la premessa fondamentale per poter agire con cognizione di causa.
Bel consiglio della suocera, direte voi... Il punto è che se sei dentro a un sistema che ti toglie tempo e spazio, obbligandoti tutto il giorno a rincorrere le cose, a fare slalom tra gli eventi di una quotidianità caotica, alla fine le scelte le subisci, nel senso che non le fai. Ci pensa l'inerzia, per te. L'abitudine, la routine di ciò che hai fatto ieri, e l'altro ieri.
La prima cosa che ho fatto quando ho iniziato a occuparmi di ambiente ed energia nel mio Comune è stata adottare un piano energetico comunale, in modo da conoscere, edificio per edificio, quanti e quali fossero i consumi dei cittadini dal punto di vista della bolletta energetica (luce, riscaldamento, acqua, condizionamento...).
La stessa cosa ho deciso di fare, con mia moglie, quando abbiamo condiviso la scelta di uno stile di vita sostenibile: nella spesa settimanale, nel modo di muoverci in città, nei detersivi per pulire casa, nel tipo di pannolini da mettere al bimbo, nell'uso e consumo d'acqua.
Il primo suggerimento che mi sento di dare è quello di registrare, per almeno un mese, tutte le spese che fate. Su un taccuino, o una pagina Excel del computer. Annotare le spese inevitabili (mutuo o affitto, bollette, tasse...), ma anche e soprattutto catalogare tutte le situazioni in cui spendiamo anche solo pochi centesimi di euro nell'arco di una giornata, meglio se divisi per categoria.
Alla fine dell'esperimento potrete vedere, concretamente, quanti soldi state buttando dalla finestra (oppure no) e quale sia il potenziale margine di risparmio per realizzare nella dimensione familiare o personale ciò che abbiamo iniziato a fare nel mio Comune (Colorno, in provincia di Parma), riqualificando impianti e involucri degli edifici pubblici per renderli più efficienti e quindi “risparmiosi” dal punto di vista energetico.
Noi abbiamo cominciato la nostra piccola rivoluzione domestica così, dal qui e ora di una famiglia normale, nel bel mezzo dell'ingranaggio onnipresente del consumo e dello spreco. Abbiamo fotografato nitidamente ciò che in parte già sospettavamo e che di fatto alimentavamo e continuiamo a volte ad alimentare. Perché una cosa è certa: uscire dalla crisi e dai suoi ingranaggi che ti trascinano s terra con lei non è per niente facile e scontato. E' possibile, viste le migliaia di esperienze che costituiscono gli esempi di un'altra storia, ma complicato. E parecchio, a volte!
Ogni cambiamento, dal più rivoluzionario e completo al più piccolo e insignificante, passa quindi da una visione del qui e ora. Dal come siamo adesso.
Del resto, se vi fermate un attimo a far mente locale scoprirete, nei viavai frenetico dei vostri giorni, oggetti e servizi e cose che avete acquistato, ma di cui vi siete liberati molto in fretta: perché inutili, o semplicemente diversi da come ve li eravate immaginati quando, magari spinti da una pubblicità ingannevole o dal consiglio di un amico, avevate varcato la soglia del centro commerciale: icona perfetta per incorniciare un momento storico, il nostro, che ha fatto del consumo, dello spreco e dell'usa e getta il santuario a cui tutti ci rivolgiamo, chi più chi meno, in silenziosa e supina venerazione.
Cambiare si può, però. Conoscere è il primo passo che ci può portare altrove, oltre la crisi.

Per acquistare il libro “Nessuno lo farà al posto tuo” di Marco Boschini direttamente online clicca qui

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Questo libro documenta la guerra in atto contro la Terra e i suoi abitanti, ma anche la lotta in sua difesa, per il diritto dei popoli a godere del suolo e dell’acqua, delle foreste, delle sementi e della biodiversità. Spiega come le nostre residue speranze di sopravvivenza dipendano dal passaggio a un paradigma basato su un’economia, una politica e una cultura della Terra. Fare pace con la Terra è un imperativo per la sopravvivenza e per la libertà.

Così racconta il suo libro la stessa Vandana Shiva riprendendo una bellissima frase di Gandhi:
“La Terra ha abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità delle persone”.

Oggi vi presentiamo questo documentatissimo e interessantissimo libro a soli due euro: Non fatevelo scappare!

Guerra e pace per le foreste
La mia esistenza biologica – come il mio viaggio nell’ecologia – è iniziata nelle foreste dell’Himalaya. L’interesse per il movimento ambientalista contemporaneo è iniziato con Chipko, una risposta non violenta alla deforestazione su vasta scala in corso in quel periodo. “Chipko” significa “abbracciare”, “stringere a sé”. Le donne dichiararono che avrebbero abbracciato gli alberi, così che i taglialegna avrebbero dovuto ucciderle prima di uccidere gli alberi. Negli anni settanta le contadine della mia regione, il Garhwal himalaiano, lasciarono le loro case per difendere le foreste. Il disboscamento aveva provocato inondazioni e frane, scarsità d’acqua, di foraggio e di combustibile; beni primari il cui reperimento ricadeva sulle donne e la cui penuria significava, tra l’altro, una strada più lunga per raccogliere acqua e legna da ardere e un fardello più pesante. Le donne sapevano bene che il valore principale delle foreste non era costituito dalla legna degli alberi secchi, ma dai torrenti e dai ruscelli, dal cibo per il bestiame e dal combustibile per il focolare domestico. Una canzone folk del periodo recitava: “ Queste bellissime querce, questi rododendri/ ci donano fresche acque/ Non tagliate questi alberi/ dobbiamo tenerli in vita”.
Nel 1973, prima di partire per il dottorato in Canada, decisi di fare visita alle mie foreste e di bagnarmi nel mio ruscello preferito. Le foreste però non c’erano più e il ruscello era diventato un rigagnolo.
Fu allora che decisi di impegnarmi come volontaria per Chipko e di trascorrere tutte le mie vacanze a fare la pad yatras (“passeggiate della presa di coscienza”), a raccogliere documentazione, a scrivere articoli e diffondere il messaggio Chipko nel mondo. Una delle azioni più clamorose si svolse ad Adwani, stato di Uttarakhand, nel 1977, quando Bachni Devi guidò la resistenza non solo contro l’abbattimento della foresta, ma anche contro suo marito, l’intestatario della concessione per il taglio del legname.
Le guardie forestali, giunte sul posto per minacciare e intimidire gli attivisti del Chipko, trovarono le donne intente ad agitare lanterne accese in pieno giorno. Alla richiesta di spiegazioni del guardaboschi, risposero: “Siamo venute a illuminarvi sulla difesa dei boschi”. Questi si stizzì: “Stupide! Come potete impedire il taglio degli alberi? Non conoscete il valore delle foreste? Non sapete quanto fruttano le foreste? Fruttano profitti, resina, legna!”.
A quel punto le donne in coro cantarono: “Cosa fruttano le foreste?/ Suolo, acqua e aria pura/ Suolo acqua e aria pura./ Salvaguardiamo la terra e tutti i suoi frutti”.

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Cari lettori,
in questo sabato di Maggio dei Libri parliamo del libro “Generazione smarrita. Il mondo dei trentenni” edito da Nuovi Mondi Media (solo oggi a 2,00 euro).
I trent'anni sono diventati l'eta' dei dubbi, delle prime separazioni, della ricerca di un impiego gratificante, del disincanto, del primo figlio o del desiderio di un figlio. Si sono rivelati l'osservatorio privilegiato dei processi di trasmissione intergenerazionale, considerato come sempre più spesso i genitori dei trentenni di oggi abbiano ancora un ruolo attivo e influenzino in modo decisivo le scelte di vita dei loro figli.
Ma chi sono esattamente questi trentenni, forza vitale del loro paese e bersaglio preferito dei pubblicitari? Qual è il loro vero volto? Qual è l'origine della disillusione che li distingue? Chi sono stati i loro genitori?
Bernadette Bawin-Legros, sociologa della famiglia, ha realizzato tra l'inverno del 2004 e la primavera del 2005 quarantadue interviste con trentenni francesi e belgi – ognuna basata su colloqui "qualitativi", approfonditi – a cui si aggiungono alcuni dati di ricerche statistiche tratte da una vasta inchiesta che la stessa autrice ha co-diretto fino al 2002 all'Università di Liegi.
Di incontro in incontro, di famiglia in famiglia, di valore in valore, di coscienza in coscienza, il risultato è illuminante.
Il ritratto che esce è quello di una generazione sì individualista e quasi mai totalmente indipendente, ma allo stesso tempo solidale e disposta ad ascoltare, in perenne bilico tra la speranza di una società nuova e il fallimento della diplomazia di turno. Soprattutto, una generazione segnata da fattori di crisi repentini e continui, dal crollo della famiglia tradizionale al deterioramento del capitalismo, dal trionfo di una tecnologia senz'anima al declino generale dei valori e delle istituzioni. Una generazione che, significativamente, come ricorda l'autrice, "non gode nemmeno di uno status ufficiale, che statisticamente non esiste".
Ecco a voi un brano del libro tratto dal primo capitolo:

Sull’amore. Sesso ma anche amore.
Una sfera della vita che è molto cambiata rispetto agli anni ’60 è quella dei costumi e delle abitudini sessuali. Il vecchio modello di matrimonio, in cui il sesso era concepito solo come un dovere coniugale, è stato sostituito dall’idea di una vita di coppia in cui la sessualità è espressione dell’amore.
L’istituzione del matrimonio ha cominciato a entrare in crisi all’inizio degli anni ’70. Attualmente, anche se il numero dei matrimoni è in leggero aumento, la situazione è molto diversa rispetto a quella antecedente al 1968. In Belgio, infatti, nel 2002, solo il 75,3% dei matrimoni celebrati erano prime nozze e il numero dei matrimoni è in continua diminuzione, proporzionalmente con l’aumento del numero dei divorzi. Nel 2003 in Belgio, su 40.434 coppie che si sono unite in matrimonio, 30.628 hanno divorziato, il che equivale a tre divorzi ogni quattro matrimoni.
Il Belgio è uno dei paesi europei con il più alto tasso di divorzi, anche perché la legislazione in merito è particolarmente accomodante. I dati sulla Francia sono meno appariscenti: nel 2003 ci sono stati 275.963 matrimoni e 125.175 divorzi. Tuttavia, in generale si può sostenere che, nella postmoderni, gli uomini e le donne siano sempre più affascinati dalle avventure sentimentali e che preferiscano lasciarsi aperte delle opportunità piuttosto che impegnarsi in maniera definitiva.
Quando una persona su tre vive “da single”, per riprendere il termine del sociologo Jean-Claude Kaufmann, è ragionevole interrogarsi sulle motivazioni di questo nuovo celibato. La vita di coppia sempre essere poco interessante. Le ragioni sono da ricercare anche nel nuovo contesto, in gran parte creato dal movimento femminista, di un mercato interamente organizzato attorno alla domanda del consumatore, il cui obiettivo è quello di mantenere continuamente insoddisfatta la richiesta per perpetuare la dinamica del desiderio.
Invece di costruire l’identità come si costruisce una casa, cioè con pazienza, in maniera graduale, pietra dopo pietra, si è tentati, sia in campo affettivo che in campo lavorativo, di cominciare ogni volta daccapo, con unioni spesso improvvise e svincolate le une dalle altre. Max Weber vedeva l’identità come una gabbia d’acciaio. Oggi, la si può definire piuttosto come un leggero mantello gettato sulle spalle di un individuo che cerca, a tutti i costi, di evitare l’immobilità. Che sia nella vita affettiva o in quella lavorativa, i rapporti sono dei “campeggi”, non certo delle dimore stabili e definitive. Le radici sono superficiali come le relazioni: quello che conta è non ipotecare il futuro. Viviamo in un mondo in cui, come scrive lo sociologo Zygmunt Bauman, i residenti sono dei nomadi che non appartengono a un luogo preciso, mentre coloro che vorrebbero ottenere la residenza non hanno il permesso di soggiorno e la loro vita si disperde tra avventure diverse. I trentenni sono sempre più spesso coinvolti in questa problematica del “nomadismo” e la loro “memoria” è riscrivibile: ogni nuovo episodio cancella quello precedente, sostituendolo.
Anche se la vita sessuale e la riproduzione si sono progressivamente sganciati dall’idea di matrimonio o di monogamia, anche questi aspetti sono ugualmente oggetto di progettazione e pianificazione. I giovani aspettano in media i 15-17 anni per fare le loro prime esperienze sessuali e i 24-25 per fidanzarsi. Tra i 20-25 anni, età media in cui si lascia definitivamente il focolare domestico, i giovani si muovono spesso tra il proprio alloggio e quello dei genitori. Dall’inizio degli anni ’70 i modelli di comportamento sono molto cambiati, ma permane lo stesso modello di razionalità che vigila sull’economia generale e su quella libidica: un accoppiamento eterosessuale con sfondo patriarcale.
L’individuo contemporaneo vuol vedere riconosciuta dal partner l’identità che rivendica nell’interazione. Attualmente, l’individuo non e' mai sicuro di essere amato per quello che è. E’ questa particolare tensione che rende oggi la relazione amorosa così fragile e insoddisfacente, Anche in amore, scrive il sociologo Francois de Singly, non si può essere sicuri di essere felici. Uno dei due amanti può avere l’impressione di avere nella coppia un atteggiamento diverso da se', magari troppo rigido, o troppo gerarchico, o troppo chiuso. Allora si domanda se, nel coinvolgimento nella relazione, riesce a rimanere se stesso. E’ senza dubbio per questo motivo, scrive de Singly, che al giorno d’oggi gli uomini hanno un rapporto ambiguo con l’amore: desiderano un amore libero, privo di eccessi e che, allo stesso tempo preservi, l’identità.
La maggior parte dei trentenni ha paura dell’amore, non si fida e preferisce fermarsi a sentimenti più superficiali.

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