Progetto Tell Me Alfabetizzazione dei migranti attraverso il teatro
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I libri consigliati da Cacaonline

Carissimi,
in questi giorni ad Alcatraz si è parlato molto di mammut. Il nostro era bellissimo, fatto di legno e stoffa, tenuto su con una carrucola, ondeggiava sinuosamente mentre quattro ragazze stranamente vestite facevano le gambe e Mario Pirovano manovrava la proboscide molto compreso nel suo ruolo.
Ma c'era anche un gran lumacone e una pentola con altri lumaconi.
Tutto questo perchè abbiamo girato un video di una canzone con la Bandabardò dove cercavano di spiegare come mai molto probabilmente i nostri antenati non si cibavano di grandi mammiferi.
Tutta questa storia è raccontata nel libro di Jacopo Fo & C. dal titolo La Vera Storia del Mondo che vi ripresentiamo oggi.
Buona lettura!

PERCHÉ I CACCIATORI DI MAMMUTH NON SONO MAI ESISTITI
Nelle pitture rupestri preistoriche troviamo sovente scene di caccia ad animali di taglia media o grande.
E questa circostanza ha indotto a pensare che quella fosse un'attività abituale dei primitivi. Io credo, al contrario, che essi trovassero interesse a dipingere quelle scene proprio perché non erano fatti abituali ma straordinari avvenimenti da ricordare con pitture celebrative.
Sui libri di storia scolastici vediamo spesso disegni di uomini primitivi che circondano giganteschi mammut e li uccidono con lance di legno e pietra.
Credo proprio che a quei tempi scene del genere fossero molto improbabili. Anche se i nostri progenitori erano probabilmente più forti di noi, a causa della vita selvaggia, è difficile che siano riusciti in simili imprese.
La caccia era indirizzata verso piccole prede come topi, conigli e serpenti.
Già la cattura di un cervo era una cosa eccezionale. Provate voi, se ci riuscite, ad avvicinarvi a un cervo tanto da poterlo colpire con una lancia. E anche se ci riuscite, quante probabilità avete di ucciderlo o di ferirlo gravemente?
Le tecniche di caccia ai grandi animali dovevano tener conto dell'enorme disparità di forze ed erano ben più astute e complesse di un attacco con lance e pietre. L'umanità cacciò all'inizio soprattutto sfruttando alcune particolarità del territorio.
Ad esempio, si approfittava di burroni verso i quali decine di battitori armati di bastoni sospingevano un branco di cavalli facendoli precipitare. Una volta feriti o morti, gli animali erano facile preda degli uomini. In altre situazioni le prede venivano spinte in gole o valli ristrette dove venivano bloccate e poi abbattute con una pioggia di macigni.
Queste tecniche di caccia richiedevano molta organizzazione e l'uso delle grida e di rumori di sassi o legni percossi diede probabilmente origine al gusto per la musica.
Di certo una battuta di caccia preistorica doveva essere un intrattenimento musicale da non perdere.
Comunque la caccia grossa era una cosa di una durezza inimmaginabile.
La difficoltà di trovare luoghi adatti e di costruire tra i cacciatori un coordinamento sufficiente al buon esito dell'impresa faceva sì che, molto spesso, ci si limitasse a contendere a iene e avvoltoi le carcasse di animali abbattuti dalle belve. Ma nonostante l'evidenza dei fatti, la maggioranza degli accademici stenta a rinunciare all'idea degli uomini primitivi cacciatori di grandi animali.
La caccia ai grossi animali divenne conveniente soltanto millenni più tardi, quando apparvero i primi cacciatori a cavallo, equipaggiati con archi efficientissimi e frecce piumate e coadiuvati da grosse squadre di battitori. E, tra l'altro, tutti sono d'accordo sul fatto che le bande primitive fossero composte da circa sessanta individui tra i quali gli uomini con più di 16 anni non erano più di una quindicina. Come facevano a massacrare tanti grossi animali? Per nutrire con una dieta carnivora 60 persone bisognava fare fuori un cavallo o un elefante ogni quattro o cinque giorni e poi trascinarlo a casa per decine di chilometri. Infatti non c'erano frigoriferi e nei climi caldi la carne marciva
subito. (...)
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Si tratta del primo esperimento in Italia di "biblioteca pubblica in condominio privato", si trova nei locali dell'ex portineria del palazzo in via Rembrandt 12, a Milano, e può essere frequentata anche da chi non abita in zona.
Roberto Chiapella, l'ideatore del progetto, ha spiegato che lo scopo per cui è nata la biblioteca è quello di agevolare il rapporto tra i condomini che, in effetti, "è nettamente migliorato".
Alle riunioni per prima cosa si cita Dante.
(Fonte: Il libraio)

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Carissimi,
oggi per il Maggio dei libri, in offerta il libro di Jacopo Fo: La scopata galattica!
Questo libro raccoglie quanto scritto ne Lo Zen e l'arte di Scopare e aggiunge moltissime cose: si parla di storia, di amore e sentimenti, di tecniche, di difficoltà, di malintesi e ci spiega come risolvere in modo semplice ed efficace i mille problemi legati alla sessualità. Che sono molti, psicologici e fisici.
E lo fa, come sempre nei libri di Jacopo, in modo divertente, leggero, semplice e mai volgare.
Di sesso si parla tantissimo, se ne ride tanto, i cabarettisti ne fanno il loro pezzo forte ma pochissimi danno le informazioni essenziali, quasi nessuno ti dice quello che veramente serve sapere.
Lo fa questo libro di cui vi anticipiamo un brano che parla d'amore.
Buon divertimento!

Seduzione e colpi di fulmine
Che cos'è l'amore? Che cosa succede quando ci si innamora?
Rispondere a questa domanda in modo esauriente è impossibile. L'amore è un sentimento talmente grande che, come il concetto di zen, sfugge alla definizione verbale.
Se ti sei innamorato sa cos'è l'amore.
Solo ascoltando il proprio cuore si può sentire (e non "capire") la natura di questo sentimento. (...)

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Carissimi,
questa settimana vi presentiamo un libricino scritto da Dario Fo con Floriana Cazacu dal titolo "Un uomo bruciato vivo" che racconta una storia tragica, quella di Ion Cazacu, padre di Floriana, piastrellista romeno, bruciato vivo nel 2000 da un impresario edile di Gallarate, per aver chiesto lo stipendio che gli spettava.
Nella pagina di presentazione del libro sul sito di Commercioetico.it troverete anche un video dove Dario ne parla alle Invasioni Barbariche di Daria Bignardi.

Vi riportiamo qui la seconda di copertina e l'introduzione al libro. Poche pagine, un racconto per non dimenticare, per aiutare Floriana e proteggere anche suo marito, anch'egli minacciato e vittima di violenze e soprusi. Se volete, aiutateci a diffondere questa testimonianza, perchè l'attenzione, la memoria, la conoscenza possano fermare l'orrore che prospera nel silenzio.

Un esercito di nuovi schiavi
Pensiamo sia bene aprire il racconto a dialogo, che verte soprattutto su un aberrante fatto di cronaca avvenuto all'inizio di questo secolo, con una notizia quasi del tutto sconosciuta: secondo il rapporto realizzato da Fillea e Ires-Cgil, l'evasione e l'elusione fiscale nell'edilizia, per quanto riguarda la sola Lombardia, nel 2010 ammontava a un miliardo e 100 milioni di euro.
Il 2 luglio 2012, alla Procura della Repubblica di Busto Arsizio, il sostituto procuratore Nadia Calcaterra e il capitano delle fiamme gialle Paolo Pettine indicono all'improvviso una conferenza stampa, nella quale danno notizia di un'operazione, condotta simultaneamente dalla procura e dalla finanza, attraverso la quale è stata portata alla luce una vera e propria organizzazione criminale che dal 2005 ha messo in atto in Brianza e dintorni un'ingente frode contributiva e fiscale per oltre 23 milioni di euro, utilizzando lavoratori, prevalentemente extracomunitari, che figuravano impiegati presso una medesima impresa, con legale contratto e pagamento dei contributi, quando in verità costoro erano assunti da altre aziende, che fungevano da copertura per l'impresa principale. Tali società, tutte riconducibili a soggetti partecipi della frode, erano di fatto inesistenti e provvedevano a mascherare la costante somministrazione illecita di manodopera con delle fatture che non trovavano però riscontro nella relativa dichiarazione dei redditi.
I responsabili delle varie società, undici persone, sono stati incriminati per reati di emissione e utilizzo di fatture, naturalmente false, per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione dei redditi, indebita compensazione d'imposta, nonché somministrazione e utilizzo irregolare di manodopera. Gli inquirenti hanno indagato per due anni consecutivi con grande impegno, prima di arrivare all'incriminazione di tutto il gruppo.
Ma quanti sono gli operai, provenienti dall'Est e dall'Africa, che dall'inizio di questo secolo, in Italia, sono caduti vittime di questi biechi sfruttatori? C'è da non crederci: sono circa 1400. Spesso, a questi operai, oltre ai contributi, si è fatta mancare anche la paga. E' risaputo che con questo atto indegno si giungeva a non versare milioni di euro, che naturalmente diventavano il bottino principale di questi sfruttatori. Come potevano costoro permettersi di negare la paga stabilita agli operai per mesi e mesi? E' semplice, con il ricatto, e spesso con la violenza.
Davanti alle richieste di saldare il dovuto si iniziava col rimandare il versamento per mancanza temporanea di liquidità. Ma quando i richiedenti sollecitavano il dovuto residuo, poiché si trovavano a non poter mantenere la famiglia e pagare i debiti, spesso contratti con gli strozzini, ecco che si arrivava, da parte dei datori di lavoro, alla minaccia, che consisteva nel denunciare gli operai in quanto privi di permesso di soggiorno. E, se costoro insistevano, ecco che la denuncia, sempre anonima, in cui si insinuava perfino che il lavoratore fosse parte di un giro di spacciatori, giungeva puntualmente alla polizia, che procedeva all'arresto e al rimpatrio forzato dello sventurato clandestino.
Perchè ci siamo preoccupati fin dal prologo di questo testo di denunciare una situazione tanto drammatica e indegna, che si perpetua da anni nel nostro Paese? Soprattutto per la ragione che di questa infamità vergognosa, noi, spettatori spesso indifferenti, siamo del tutto colpevoli.

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Carissimi,
lunedì prossimo 20 aprile alle 21, su Rai 5, andrà in onda la seconda parte dello spettacolo-lezione di Dario Fo: Giotto o non Giotto. Riprendiamo anche noi dal libro edito dalla Franco Panini Editore e parliamo degli affreschi del Maestro toscano alla Cappella degli Scrovegni a Padova.
La parola a Dario Fo, buona lettura!

Giotto a Padova
Sul rovescio della grande parete d'ingresso alla Cappella degli Scrovegni sta dipinto un imponente affresco colmo di figure: si tratta del giudizio Universale aperto da una miriade di angeli che si levano in alto come un sipario. Sotto, quasi in mostra, uno dietro l'altro vediamo i dodici apostoli. In basso nel proscenio, a sinistra le anime degne, dal lato opposto i reprobi aggrediti da demoni che ne fanno scempio. Sono anime dannate, ma i loro corpi soffrono come da vivi, insomma siamo all'Inferno.
Dalla calca degli uomini eccelsi addobbati alla maniera trecentesca spunta un volto ornato da uno zuccotto giallo: secondo la tradizione dei Padovani, quello è Giotto o, meglio, il suo autoritratto.
Osservando più da vicino scopriamo nel mezzo la figura di Enrico Scrovegni, il banchiere committente della Cappella omonima, inginocchiato nell'atto di offrire alla Vergine il progetto in scala ridotta del monumento. A reggere la maquette della Cappella c'è un arciprete a sua volta in ginocchio. Si tratta di Altegrado de' Cattanei, l'erudito che ha aiutato Giotto nella scelta delle storie da affrescare; in verità non s'è trattato solo di un aiuto sul piano esecutivo: la presenza di tanto sapiente faceva da garanzia verso la Chiesa e da copertura teologica, morale e soprattutto politica.
Tornando al ritratto di Giotto, ci rendiamo conto che il pittore si è voluto sistemare, ma con una certa modestia, quasi nascosto, nella calca dei beati in Paradiso. Intorno a lui una folla di personaggi rappresentanti di profilo che puntano lo sguardo verso l'alto, nella parte superiore del grande affresco dove ci appare Gesù nell'atto di dividere i buoni dai cattivi. Gesù se ne sta imponente seduto su un tronco di nubi, il suo sguardo è severo, osserva solenne e privo d'ogni benevolo accoglimento quell'umanità per cui la redenzione ha fatto dono del suo corpo.
Sembra di ascoltare il ritmo immaginato da Carlo Porta che descrivendo l'atto finale così si esprime:
"Gesù stèva sentàr su 'na palandrana de' nivul
tuta trapuntàda de' teste de' cherubìt
ma la sua fàcia no' prumetèva negòta de bon:
con un sègn l'ha dat l'òrden ai angeli sonadòr del bofàr in le trombe
per revegià quei che dorme, inciuchìt dal De Profunde
"tirève su de drita che chi se sèrà su tuto el marchingègn:
tuto quel che ve 'rivàt conta pù nagòt.
La festa l'è finida e se fa fagòt!"

(Gesù stava seduto su una palandrana di nuvole
tutte trapunte di teste di cherubini
ma la sua faccia non prometteva niente di buono
con un segno ha dato ordine agli angeli suonatori di soffiare nelle trombe
per risvegliare quelli che dormono ubriachi dal De Profundis:
"Alzatevi che qui si chiude tutto il marchingegno:
tutto quello che avete raccolto non conta più niente
la festa è finita e si fa fagotto!")

Infatti due potenti angeli, in alto, stanno ognuno arrotolando il cielo e meglio il telo sul quale è dipinto lo scenario di nubi, cherubini e beati. Quindi lo spettacolo è finito, si raccoglie ogni cosa e si va tutti a dormire il sonno eterno. Guardate che stupenda idea è questa di incaricare gli angeli di raccogliere il gran fondale!

Per acquistare su Commercioetico.it il libro "Giotto o non Giotto" di Dario clicca qui

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Carissimi, lunedì prossimo, 13 aprile, Dario Fo su Rai 5 presenta una straordinaria lezione su Giotto.
Chi ha affrescato la Basilica Superiore di Assisi? Per svelare questo enigma il premio Nobel per la letteratura ha indagato l'opera del geniale artista, portando alla luce sorprendenti intuizioni. È così nato anche il volume "Giotto o non Giotto", curato da Franca Rame e pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore che trovate qui.

Punto di partenza del libro e dello spettacolo è l'enigma che da oltre sette secoli divide la critica d'arte: fu Giotto ad affrescare le celeberrime Storie di San Francesco nella Basilica Superiore di Assisi?
Per rispondere all'affascinante quesito, nella sua opera Dario Fo intraprende un'esplorazione che parte da Assisi, tocca Padova con l'analisi della Cappella degli Scrovegni e arriva fino agli ultimi capolavori di Santa Croce a Firenze. Un'indagine che riserverà al lettore numerose sorprese, e farà luce su aspetti della vita e dell'arte di Giotto poco esplorati dalla critica d'arte ufficiale: dall'attività di usuraio del pittore alle segrete influenze dei Vangeli apocrifi sulla sua opera. Un viaggio reso ancor più suggestivo dai racconti, dai dialoghi in volgare e dalle "giullarate" che impreziosiscono il testo, a corredo del quale sono presenti oltre duecento illustrazioni tra riproduzioni a colori delle opere di Giotto e personali creazioni del premio Nobel.
Lo spettacolo inizialmente avrebbe dovuto essere registrato davanti alla Basilica Superiore di Assisi ma poi il vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, si rifiutò di farlo rappresentare nella città di San Francesco, e il tutto si è spostato a Perugia. L'"incidente" non toglie nulla all'assoluto fascino di questa rappresentazione che cerca di rivalutare un pittore sconosciuto: Pietro Cavallini. Dice Dario: "Voglio ridare a un grande artista, un grande innovatore, ciò che gli spetta. Gran parte dei ventotto riquadri della Basilica Superiore di Assisi sono di sua mano. E in questa operazione di giustizia non sono solo. Anche Bruno Zanardi, insigne restauratore e storico dell'Arte, la pensa come me. Anche lui ritiene che, a parte la giovinezza di Giotto, all'epoca causa di impedimenti per l'affidamento di una commessa così importante, è lo stile a far pensare alla mano dell'artista romano".
Prima di decidersi ad affrontare un argomento che i fedeli alla tradizione giottesca preferiscono evitare, Dario ha fatto ricerche specifiche per quattro anni. "La questione della giovinezza di Giotto, che ho ricordato prima, è indubbia, anche se all'epoca, essendo considerati vecchi a cinquant'anni, un uomo di venticinque poteva dirsi maturo. Ma parliamo di tecnica e stile. Stesura del colore, ombre, velature, uso dell'appretto sono quelli del Cavallini. Zanardi, che citavo all'inizio, restauratore della Basilica di Assisi dopo il terremoto del 1997, ha messo in discussione da vicino l'attribuzione a Giotto, sostenuta dal Vasari, degli affreschi della vita di Francesco della Basilica Superiore. Riconoscendo nelle opere la mano di un artista di scuola romana, sottolineò come fosse strana l'assenza del solo Cavallini, tra i pittori gotici, dal Cantiere di Assisi. Federico Zeri gli diede ragione. Oggi gliela dà anche Vittorio Sgarbi. Bisogna riparare, fare giustizia nei suoi confronti. Cavallini, ovvero Petrus Caballinus de Cerronibus, attivo soprattutto a Roma, dalla seconda metà del Duecento fino al 1330 circa, è stato un pittore sommo e insieme sfortunato. Il sessanta per cento del suo lavoro è andato distrutto. Merita di più. Una riabilitazione, appunto. Il riconoscerlo protagonista del ciclo della vita di Francesco ad Assisi nulla toglierà al valore e alla fama di Giotto".
Dario ricorda come Lorenzo Ghiberti, nei suoi Commentarii, parli in modo assai lusinghiero del romano: "Pietro Cauallini, ... dottissimo infra tutti gli altri maestri". Cita inoltre le sue pitture miliari: a San Pietro (i quattro Evangelisti nella controfacciata), a Santa Cecilia in Trastevere (affreschi), a San Crisogono, a Santa Maria in Trastevere (gli splendidi mosaici), a San Francesco a Ripa (affreschi), a San Paolo fuori le mura (mosaico sulla facciata e affreschi della navata e nel capitolo). Fa memoria della partigianeria del Vasari, che per amor di territorio e senza curarsi dell'anacronismo insostenibile al quale andava incontro, definisce il Cavallini un "discepolo di Giotto" e ne provoca l'ingiusta ghettizzazione.
(Fonte di parte dell'articolo: Il Messaggero)
Buona visione!

Trovate qui il libro tratto dallo spettacolo edito dalla Cosimo Panini Editore

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Carissimi,
continuiamo con la presentazione dei libri tratti dagli spettacoli che vanno in onda su Rai5 ogni lunedì e che hanno come protagonista il nostro premio Nobel preferito.
Lunedì 16 marzo, ore 21:15, andrà in onda Raffaello.
Il libro, edito dalla Franco Panini Editore, ha per titolo: Bello figliolo che tu se' Raffaello. E bello lo era davvero Raffaello tanto che come scrive Dario Fo: "Quando morì aveva appena trentasette anni. Si racconta che per il dolore anche i sanpietrini si staccavano, rotolando fuori dal selciato e mezza Roma urlando piangeva disperata".
Il libro è zeppo di immagini, a colori, e decine di disegni che raccontano insieme al testo.
Buona lettura!

Finalmente a Firenze
Il Vasari racconta che mentre Raffaello stava lavorando nel cantiere della città del Palio alcuni giovani assistenti, tornati da Firenze, descrivevano entusiasti le nuove opere che si stavano erigendo nella Repubblica fiorentina, i grandi maestri che là operavano e il fermento creativo che esaltava l'intera vita della popolazione.
In seguito a quella descrizione Raffaello sente crescere un irresistibile desiderio d'esser testimonio di quella felice alacrità e abbandona il cantiere congedandosi con grande impaccio di Pinturicchio.
Prima di recarsi a Firenze torna a Perugia, dove fa visita a Giovanna Feltria della Rovere, sua appassionata committente. Diciamo appassionata sia per la stima che aveva per il talento di Raffaello che per le sue qualità intrinseche dovute alla sua ormai risaputa bellezza, e per il fascino che sapeva emanare.
Non è difficile immaginare che la ancor bella signora, vedova di Giovanni della Rovere prefetto di Roma in quanto nipote del Papa si fosse fortemente invaghita del giovane. Ce lo testimonia la lettera di raccomandazione che invia di slancio a Pier Soderini. Nella missiva la signora, scoprendo tutto il suo calore, intercede presso il Gonfaloniere di Firenze perché offra aiuto al giovane, dotato di buon ingegno, "figliolo discreto e gentile (...) che io amo sommamente" e che desidero "venga a buona perfezione" nel suo apprendere. "Però lo raccomando alla Signoria Vostra strettamente, quanto più posso, pregandola per amor mio che in ogni sua occorrenza le piaccia prestargli ogni aiuto e favore".
Baldassarre Castiglione, umanista amico di Raffaello, avrebbe commentato: "Se le lettere acquisissero oltre lo scritto il battito del cuore e l'umido del languore, quella missiva avrebbe potuto grazie a un solo alito di vento raggiungere la città di Fiorenza".
Raffaello rimane quasi sconvolto da ciò che vede realizzarsi in quella città. Lo stupisce il fervore, la voglia di discutere e proporre idee nuove da parte di ognuno. La prima impressione in realtà è quella di un disordinato bailamme e di confusione ciarlona, ma poi si rende conto che solo permettendo a ognuno di partecipare, anche fuori di costrutto, si riesce a coinvolgere con impegno la gran parte della gente. Forse per la prima volta Raffaello si trova a respirare qualcosa di completamente nuovo e difficilmente reperibile: la democrazia.
Nella Firenze libera incontra, se pur in spazi diversi, i più grandi maestri dell'arte rinascimentale: pittori, scultori e architetti. Vede il cartone della battaglia di Anghiari di Leonardo (a Firenze dal 1503 al 1506) ed egualmente fa visita a Michelangelo che a sua volta sta completando il cartone sulla Battaglia di Cascina. I disegni preparatori servono a realizzare due grandi affreschi che in una straordinaria tenzone saranno giudicati dalla popolazione intera. Malauguratamente le due opere non vedranno mai la luce.
Inoltre il ragazzo d'Urbino fa appena in tempo ad assistere al trasporto del grande blocco marmoreo del David di Michelangelo, ingabbiato sopra un gigantesco carro, dalle grandi ruote con ammortizzatori a molla, che lo trasporta in Piazza della Signoria. L'opera è stata commissionata dalla Repubblica di Firenze perché divenga simbolo della acquistata libertà dopo la recente cacciata del Medici (1494). Il ragazzo vorrebbe avvicina Buonarroti, ma scopre che quello straordinario personaggio è restio e recalcitrante. Perciò si accontenta di disegnare di nascosto le sue figure sui cartoni. Invece con Leonardo l'approccio è molto più facile e fra loro nasce un'amicizia immediata. Tanto che l'anziano maestro permette al ragazzo di sfogliare quanto gli pare i suoi disegni, direttamente nel suo studio, anche senza la sua presenza.
Raffaello si innamora di quegli appunti e bozzetti e li studia con attenzione, eseguendo anche delle copie. Senz'altro Leonardo sarà il pittore da cui riceverà la più importante della lezioni.

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Carissimi, lunedì prossimo Dario Fo ci racconta su Rai 5, alle 21.15, la vita e le opere di Correggio.
Di questo straordinario artista la casa editrice Franco Cosimo Panini ha pubblicato un volume, sempre a firma di Dario Fo, che si intitola: "Correggio che dipingeva appeso in cielo", il testo è a cura di Franca Rame e all'interno ci sono decine di tavole che riprendono l'opera del pittore e che sono state riviste e rimaneggiate da Dario stesso.
Come al solito vi proponiamo un estratto del libro, in particolare vi presentiamo le prime pagine.
Vi aspettiamo su Rai 5 lunedì sera!
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Correggio giovane
Antonio Allegri, meglio conosciuto come il Correggio, oggi lo avremmo trovato sistemato in una posizione mediana nella memoria di chi si occupa di pittura, in particolare in quella del Rinascimento italiano, se non fosse stato per le grandi mostre che gli sono state dedicate. Anzi, va sottolineato che ancora nella prima metà del secolo passato, senza i dirompenti studi e saggi di Roberto Longhi e Federico Zeri che diedero inizio alla sua riscoperta, egli si sarebbe ritrovato ad arricchire la pietora degli pseudo ignorati.
Infatti all'inizio del secolo l'attribuzione di opere al grande pittore padano si limitava a pochi dipinti scelti fra i meno importanti. La sua vasta produzione era stata letteralmente sottratta all'autentico autore, e pitture straordinarie come L'educazione di Cupido cone Venere ignuda o la stessa dea dormiente spiata dal satiro, o Giove che si tramuta in nube per godersi la splendida Io, il ratto di Ganimede, Danae posseduta da Giove che si è trasformato in monete d'oro, erano state impunemente tolte al Correggio per passare ad arricchire la produzione di Tiziano, di Lotto, di Giorgione e perfino di Raffaello.
Per restituire il maltolto al legittimo autore ci vollero veri e propri raid operati da un tenace esercito di critici italici e stranieri. Per quanto poi riguarda l'opera oggi più conclamata del Correggio, cioè a dire i giganteschi affreschi delle cupole di Parma, essa era letteralmente finita nell'oblio, spazzata via da un uragano di vuoto culturale.
Senza la follia di un vasto gruppo di cittadini del Parmigiano, pardon, parmensi, prima fra tutte la sovraintendente Lucia Fornari Schianchi, l'ultima operazione di ripristino del valore dell'Allegri non sarebbe mai stata compiuta.
Stiamo parlando della spericolata messa in opera delle torri d'acciaio realizzata nella cupola, macchine che, nei primi anni del XXI secolo hanno permesso al pubblico di raggiungere i 18 metri d'altezza dentro la cattedrale. Grazie a quel marchingegno, migliaia di visitatori si sono così trovati all'istate sotto quell'immenso cielo, sfondato da angeli che impunemente svolazzavano intorno a dozzine di santi spaparanzati su nubi e putti che apparivano improvvisi fra le gambe dei beati in uno scorrazzo festoso. Senza quell'impianto di ascensione tutta l'opera sarebbe rimasta unica fonte di piacere solo per uccelli sperduti, entrati per errore nella cattedrale, o per qualche pipistrello ubriaco a causa di tanti svolazzi senza senso.
Tornando alle origini di Antonio Allegri, dobbiamo constatare che egli non ha goduto di ciò che normalmente si dice un'infanzia facile e serena: venne al mondo nel 1489 a Borgovecchio di Correggio in un'augusta dimora posta su due piani, nella quale la famiglia di Allegri aveva ricavato poche stanze dentro le quali si ammassava una famiglia numerosa composta da padre Pellegrino, dalla madre, da un suo fratello, dallo zio Lorenzo con moglie e numerosa prole - cinque ragazzini - che si aggiungevano ai fratelli e alle sorelle del piccolo Correggio.
Il padre si arrangiava battendo la piana nelle vesti di venditore di stoffe rustiche e altri monufatti di basso valore e prezzo, uno dei cosiddetti "Reverendoli e Bochari", termini che alludono al rivenditore anche di capi dismessi, aggiunto a quello di "vociante" corretto in "bocharo" cioè l'ambulante che dà voce della sua presenza urlando nelle vie dei borghi per ottenere l'attenzione di possibili clienti: insomma, una specie di vu' cumprà dell'epoca! Un mestiere per cui non esisteva protezione di corporazione alcuna tanto che Pellegrino, un nome che indica già un programma, se ne inventò una, quella di mercante de bòn prèscio.
Quindi abbiamo stabilito che Antonio nacque in un borgo in zona basa. Anche Giorgio Vasari testimonia che Allegri e la sua famiglia erano di modeste origini, ricchi solo di prole. La presenza numerosa di ragazzini, maschi e femmine, era una costante nel mondo contadino così come in quello dei girovaghi del tempo e Correggio, che ebbe a sua volta quattro figli, fu certamente condizionato da quella perenne presenza festosa di fratelli, nipoti e figli. (...)
(Continua)

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Questa settimana vi presentiamo un libro scritto da una nostra cara amica, si tratta di Alessandra Incoronato. Stiamo seguendo ormai da mesi la sua storia e qui potete vedere un video in cui Alessandra racconta un po' di lei e della sua lunga diatriba con il Comune di Marinella.
Il libro "La vita comunque", che Alessandra ha scritto insieme a Giovanna Caratelli, ha la copertina con un disegno di Sergio Staino e la prefazione di Furio Colombo. E vi proponiamo un brano proprio della prefazione, perché il libro è un racconto che va letto tutto d'un fiato, dove forza, determinazione e allegria si mischiano al dolore e alla fatica della malattia e alla sovente sordità delle istituzioni.
Il libro è stato pubblicato in self-publishing e quindi il ricavato va direttamente ad aiutare Alessandra. Grazie per quanti vorranno acquistarlo qui
Buona lettura.
 
Il libro della vita
di Furio Colombo

Vi sono sogni in cui tutto è possibile. Questo è uno di quei soni. C'è un coraggio sfrontato, c'è una forza che non ha niente a che fare con le normali risorse umane, come in un gioco a scacchi in cui devi muovere in fretta perché tutto è in gioco. Di solito sono sogni giovani sogni che vengono nella loro festosa irrealtà prima dell'esperienza e di quella cosa che chiamiamo il "peso della vita", ovvero il tempo e la forza che se ne vanno via un po' per volta, come si ritira l'acqua della bassa marea. Ho detto un sogno? Avrei dovuto dire una storia.
E' la storia vera narrata dalle pagine di questo libro che non dimenticherete mai. Una ragione è che non c'è limite nel modo pieno e totale con cui la maggior parte degli esseri umani riesce ad attraversare l'esistenza. Come in una fiaba ci sono ostacoli immensi che hanno la tipica natura fiabesca. Li abbatti, li superi, e ci sono di nuovo. La lotta col drago, lo sanno bene i bambini che frequentano il mondo delle fiabe, non finisce mai. Ma solo nelle fiabe resta il coraggio di ricominciare da capo subito, con la stessa forza. E solo nelle fiabe quella lotta riguarda tutti. Chi combatte lo fa per tanti altri e non importa quanto sia duro e difficile il confronto. La loro vita - la nostra vita - vale di più. E' un di più per cui sei disposto a tutto. E non c'è un solo istante in cui non valga la pena. Infatti, le fiabe sono un'antica forma di narrazione che continua a tramandare il punto di dolore, coraggio, felicità in cui la vita - forza biologica e privata di uno, più o meno fortunato - diventa civiltà, diventa comunità degli esseri umani a cui ciascuno - con le risorse e i pesi che gli sono stati assegnati - vive per tutti e con tutti, deciso a non lasciare nessuno indietro.
Belle parole, direte. Ma accade? Me lo chiederete pensando alla disperazione che vedete intorno, alla crudeltà che isola, all'indifferenza senza occhi, all'egoismo che ignora, alla cecità selettiva che oscura la visione degli eventi che non si possono sopportare. Mi direte che questa è la storia. E' più la celebrate mettendo alla parola la S maiuscola e più non finisce mai di correre davanti ai vostri occhi, come a un insopportabile passaggio a livello, un treno carico di feriti, di dolore di insopportabili attese, di umiliazione. Non c'è - direte - il gran treno della civiltà. Il mondo, finché dura, è un ospizio, salvo che esclusivo rifugio. Qui però la vostra obiezione si ferma. Perché per forza diventerete il suo pubblico stupito, partecipante e incredulo. Perché passa una storia vera, non un apologo, non una fiaba, e dovete per forza diventare il suo pubblico stupito, partecipante e l'intelligenza è acuta e implacabile e non distingue in buono o cattivo, ma in vero o falso. Perché in questa storia è tutto vero. E stordisce il limite alto a cui le cose vere, narrate come i fatti ordinari della vita quotidiana, possono arrivare. Sto parlando di questo libro che è la vita di Alessandra Incoronato, una vita stretta in un presente doloroso, però così grande che comprende tante altre vite, che comprende il suo aspro confrontarsi con un destino e la sua volontà - lei in apparenza senza forze, senza risorse - di buttarsi con passione nel destino degli altri.

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Evviva!

Carissimi,
Rai Cultura presenta su Rai5 un ciclo di dieci incontri, a partire da lunedì 23 febbraio alle 21,15, dedicati all'arte secondo Dario Fo. Gli spettacoli sono stati realizzati negli anni scorsi.
Lunedì sera Dario Fo e Franca Rame portano in scena la vita e le opere di Pablo Picasso, attraverso un racconto che ripercorre tutti i periodi della sua pittura. Un percorso che analizza il rapporto di Picasso con la Commedia dell’Arte, il grande interesse che il pittore catalano nutriva verso l’arte italiana e, in particolare, verso i grandi maestri del Rinascimento, comprese le loro scelte politiche e i loro amori.
Per l’occasione Fo ha dipinto una serie di “falsi d’autore” tratti dai maggiori capolavori di Picasso, da lui rivisitati. Lo spettacolo è stato registrato al Teatro Dal Verme di Milano.
Per prepararvi al grande evento vi presentiamo un brano tratto dal libro Picasso desnudo che parla proprio di Picasso nel suo periodo blu, e il quadro più famoso è l’Arlecchino.
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Arlecchino

E’ noto che il suo primo periodo pittorico è detto blu, periodo durante il quale ritrasse una popolazione ai margini della società: personaggi del circo, giocolieri e attori di strada. Bimbi che imparano dalle madri l’arte dell’acrobazia e che si lanciano rotolando nell’aria con leggerezza ed eleganza straordinarie. Picasso amava molto lo spettacolo, in particolare il teatro satirico, come quello proveniente dalla Commedia dell’Arte. Non a caso il personaggio che Pablo ha fatto fisicamente e spiritualmente proprio, è Arlecchino.
Conosciamo, decine, anzi centinaia di disegni e suoi dipinti in cui Picasso si ritrae addobbato di questa maschera di servo furbo, spietato e candido insieme, una maschera di cui egli conosce tutti i paradossi e i lazzi: le giullarate, gli sberleffi, lo sghignazzo e soprattutto l’insulto al potere.
Ho dovuto condurre una indagine, e in biblioteche diverse, a cominciare da quelle della Romagna, dove mi trovavo, ho scoperto che i dipinti, le statue, le incisioni sul tema di Arlecchino eseguite dal malagueño in 70 anni e più, sorpassano il numero di trecento: un’enormità! Alcuni grandi suoi dipinti in particolare illustrano canovacci dei comici italiani famosi, come quello in cui Arlecchino recita la parte del sensale di matrimoni. La trama è semplice e giocosa. Pantalone, ricco mercante veneziano, si è pazzamente innamorato di Isabella, giovane vedova che a sua volta è innamorata di Flavio, ‘bello figliolo’, primogenito di Pantalone. Costui quando scopre che Flavio gli sta portando via la donna amata, impazzito di gelosia, scaccia di casa il giovane contendente, suo figlio, obbligandolo a raggiungere l’università di Bologna, togliendolo così di mezzo. Arlecchino sta dalla parte dei giovani innamorati e riesce a far trangugiare immediatamente a Pantalone una pozione magica. Una volta assunto quell’intruglio il vecchio mercante si innamorerà della prima femmina che transiterà davanti ai suoi occhi e dimenticherà all’istante Isabella. Ma destino vuole che davanti a sé appaia non una femmina, ma lo stesso incantatore: Arlecchino! Che accidentalmente indossa un costume da donna. Pantalone sotto incantesimo si getta affascinato verso Arlecchino, lo solleva fra le braccia urlando: “Mia sei, adorata signora!”
Lo Zanni si divincola: “Còsa ch’el fà sior dotòr, l’è mato!”. “Bella creaudùra tè vòio mastecàre tutta desnùda!” (trad. Bella creatura, ti voglio masticare tutta nuda!)....

E il resto lo ascoltate dalla straordinaria voce di Dario, lunedì sera dalle 21.15 su Rai5!
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