Progetto Tell Me Alfabetizzazione dei migranti attraverso il teatro
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Dario Fo e Il bacio della sordomuta

Carissimi,
in questi giorni mi sto occupando di un lavoro veramente piacevole. Per un progetto molto interessante di cui spero di parlarvi prestissimo sto rivedendo tutti i corsi di teatro tenuti da Dario Fo in questi anni ad Alcatraz.
Chi li ha frequentati ricorderà che Dario creava con i ragazzi una sorta di bottega artigianale: insieme agli allievi discuteva, raccontava il progetto a cui stava lavorando al momento. Ecco quindi che ogni seminario era diverso dal precedente perché lo era l’argomento principale.
In particolare ieri pomeriggio mi sono riascoltata un corso del 2010 e quell’anno si parlava di Gesù e le donne.
Il libro è la riedizione di un altro testo scritto da Jacopo Fo e Laura Malucelli
Qui Dario ha aggiunto le sue straordinarie tavole e altre storie che dimostrano l’incredibile rapporto tra il Cristo e le donne del suo tempo.
Come dice Dario stesso: “Sono convinto che Gesù sia esistito davvero e possedesse straordinarie doti di fabulatore.  Come avrebbe potuto altrimenti catturare l’attenzione appassionata di migliaia di uomini e donne, per non parlare dei bambini?  Le folle non lo seguivano solo per i suoi miracoli, ma per la commozione e la gioia che sapeva comunicare con le sue storie.
 Di San Francesco si diceva che “di tutto il suo cuorpo facea parola”.  Questo valeva anche per Gesù. Egli portò ai disperati l’agape, Ovvero l’amore, e di questo amore gran parte ne regalò alle donne. (...)

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Il Deus ridens di Dario Fo

Carissimi,
questa settimana parliamo di un libro di Dario Fo, scritto con Giuseppina Manin e uscito a marzo di quest’anno: si tratta di Dario e Dio, a cui Micromega dedica un bellissimo articolo di Michele Martelli. Ne pubblichiamo una parte e di seguito un brano del libro stesso.
Buona lettura!

Il Deus ridens di Dario Fo
di Michele Martelli

Dario Fo era ateo, l’aveva dichiarato ripetutamente, nato e cresciuto in una famiglia di tradizioni laiche e socialiste, mai stato credente: un ateo anarchico pronto a sbeffeggiare ogni forma e tipo di potere, come recita la motivazione del Premio Nobel attribuitogli nel 1997: «Perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi». Non era stato cacciato, insieme a Franca Rame, dalla tv di Stato democristiana nel 1962, colpito da anatema nel 1977 dal cardinal Poletti e dal Vaticano, esecrato da preti e deputati dc come un guitto nemico dei valori cattolici e religiosi? Mistero buffo, il suo capolavoro? Un’opera da Indice dei libri proibiti, un autore eretico da mandare, in altri tempi, al rogo.
Questo era il mio Fo, conosciuto anche personalmente negli anni Settanta. Un artista dissacrante, imprevedibile, libertario, trasgressivo, divenuto per me un esempio vivente di coraggio e coerenza civile e intellettuale. Ma ecco la sorpresa: il recente libro-intervista di Dario Fo con Giuseppina Manin: Dario e Dio, pubblicato nel marzo di quest’anno. E che, lo scomodo giullare novantenne, dileggiatore di ogni potere, si è improvvisamente convertito? Quanti atei e agnostici, dinnanzi all’approssimarsi della fine, preferiscono dubbiosi la scommessa di Pascal? Fo uno di loro? Questo il mio sospetto, che nemmeno le recensioni scorse rapidamente avevano del tutto dissipato.
Ma ecco che mi capita, in libreria, di sfogliare quel libro (da precisare che non era ancora uscito il suo ultimo, su Darwin), fermandomi sul delizioso capitolo: «L’invenzione dell’Inferno». Leggo il libro e scopro un altro Fo. Sì, il teatrante di genio, ma anche qualcos’altro, sì, un teologo. Il teologo della risata. L’espressione può apparire strana, paradossale, assurda. Fo ha sempre rifiutato di farsi rinchiudere in uno schema, tantomeno professorale, accademico. Cito un ricordo personale: negli anni Settanta accettò di tenere un corso di Estetica all’Università di Urbino, ma presto smise. Le sue lezioni erano un divertente misto di parlato e recitato, intessuto di accurate esposizioni dei risultati delle sue originali ricerche sulla Commedia dell’Arte e sulla storia del teatro popolare da un lato, e dall’altro di gustose e straordinarie recitazioni improvvisate. L’Accademia con i suoi tempi fissi, i suoi riti barbosi e le sue regole plumbee non era fatta per lui, maestro insuperabile di libertà e creatività. (...)
Continua

Gesu all’inferno: liberi tutti!
E sempre Maddalena è scelta da Gesù come testimone prima della resurrezione. Il Vangelo di Giovanni ci dice che l’evento clou della storia, quello su cui si fonda l’intera religione cristiana è consegnato a lei. A una donna. Un altro scandalo, postumo, di Gesù.

“La prova che lui la considerava superiore a tutti gli altri discepoli, le più amata,  la più sincera.  Quelle di cui si fida più di qualsiasi altro,  apostoli compresi.  L’eletta di Gesù in vita,  morte e pure resurrezione,  è Maddalena.  E’ lei,  che con altre donne sta andando a imbalsamare il corpo di Gesù con unguenti e mirra, la prima a scoprire il sepolcro vuoto. A scorgere, tra le lacrime che il panico, un uomo che sulle prime Maddalena non riesce neanche a identificare. Lo scambia per il custode del giardino dove era la tomba. Ma subito dopo capisce che proprio lui, il suo Gesù. Che con tenerezza la invita a non piangere e la incarica di annunciare a tutti gli apostoli che lui risorto.”

 Chissà come ci saranno rimasti male degli altri apostoli… sia per il fatto in sé,  sia anche perché un messaggio vitale importanza viene affidato a una donna.
“ Pietro di certo sarà stato nervosissimo…  come, anche dopo morto preferisce quella lì,  si mostra a lei per prima…  ma dove andremo a finire! Se non  si mette un freno subito, qui finisce che invece di San Pietro, a Roma sorgerà la basilica di Santa Maddalena.” (...)
(continua)

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Carlo Petrini e Jacopo Fo per Dario

Prima di tutto vogliamo ringraziarvi, molto, per le migliaia di messaggi che ci avete inviato, grazie!
Riportiamo dalla nota ufficiale che stiamo inviando a chi ci ha scritto: “Siamo certi che la vostra vicinanza avrebbe fatto immenso piacere a Dario, che nella sua vita ha sempre amato essere circondato dagli amici e dalle persone che avevano affetto e stima per lui e per ciò che in questi anni ha rappresentato. Ogni volta che un amico veniva a trovarlo, lo faceva sedere e gli mostrava quello a cui stava lavorando. Un libro, un quadro, un articolo. Lo rendeva partecipe del proprio lavoro, lo accoglieva.
Ciascuno di noi, ora, per portare avanti la storia di Dario e Franca, può mettere in pratica la più grande lezione che ci hanno lasciato, quello che è stato il motore di tutta loro vita: porsi in prima fila a difesa dei più deboli e di chi non ha modo di farsi ascoltare, raccontando e condividendo con gli altri storie di difficoltà e vittorie.”
Di seguito la trascrizione delle parole di Carlo Petrini e Jacopo Fo durante il funerale di Dario Fo davanti al Duomo di Milano, il 15 ottobre.

Carlo Petrini

Dario ha voluto curare questa ultima regia e io per amicizia e per affetto mi trovo a fare questa difficile parte.
Con tutto il rispetto del luogo, sono vittima di un bello “scherzo da prete”!
E chiedo a voi benevolenza e comprensione se mi limiterò a ricordare a tutti due episodi tra i più significativi e importanti della mia lunga amicizia con Dario: uno pubblico e uno privato.

Prima di tutto però lasciatemi dire una cosa: in questi giorni molte persone oneste e sincere hanno tenuto a sottolineare la differenza tra l'artista, il genio straordinario, l'attore meraviglioso, e la politica, quasi come se le due cose fossero scindibili. Ecco, io voglio dire, con tutto il rispetto, che penso che questo sia impossibile e che non sia giusto.
E ben lo sapevano quei sovversivi dell'Accademia svedese che motivarono il suo Nobel con una sintesi perfetta: “Seguendo la tradizione dei giullari medioevali dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi…” Dileggia il potere e restituisce la dignità agli oppressi!
Sono accademici, sono svedesi e fanno questa affermazione quando l'anno successivo, nel riconoscere lo stesso premio a Josè Saramago, motivarono il suo Nobel per la sua straordinaria immaginazione e poi nel 2006 a Orhan Pamuk per la nostalgia della sua città natale.
Per Dario la motivazione fu: “dileggia i potenti per restituire dignità agli oppressi”.
La sintesi è che questo premio, nella sua valenza artistica, era impregnato di grande politicità… e noi dobbiamo riaffermarla con forza, questa simbiosi stretta, strettissima tra la sua arte e il suo impegno politico, sempre guidato da un gran senso civico! Con grande onestà, senza ricavarne benefici, sempre al fianco dei più umili. Pensare a Dario senza la politica è come se dalle mie parti dovessimo pensare a un buon vino fatto senza l'uva. E oggi voglio partire da questa politicità nel ricordo di quella che per me è stata un'esperienza straordinaria che voglio condividere con voi.

Nell'ottobre del 2012, davanti a 7000 delegati di Terra Madre (contadini, pescatori, nomadi, artigiani del cibo) difensori della biodiversità del pianeta, provenienti da 140 paesi del mondo, Dario volle rappresentare La fame dello Zanni.
Quando salì davanti a quell'immenso pubblico, dopo aver sentito come questa parte dell'umanità è chiamata a soffrire a causa di un'economia finanziaria canaglia che distrugge la loro dignità e il loro lavoro, Dario ricordò che nel '500 lo Zanni Padano, il Johan, il Giovanni, era anche lui vittima, vittima di questo sopruso. Perché già allora si accumulavano derrate alimentari per poi metterle nel mercato e distruggere i prezzi, distruggere la vita dei contadini… e questo accadeva già nel '500 e Dario lo ricordò davanti a quella straordinaria umanità.
Aveva davanti 7000 Zanni, 7000 ne aveva, parlavano lingue diverse, la maggior parte non conosceva Dario Fo: come potevano conoscere Dario Fo gli Indios Yanomami dell'Amazzonia, i pastori Masai del Kenya, i contadini del Burkina Faso, i pescatori della Tailandia? No, non lo conoscevano … E ad un certo punto, in un momento estremamente intenso, si dovettero fermare tutte le traduzioni - dieci traduzioni in lingua che davano a tutti l'opportunità di capire quello che si andava dicendo - perché Dario incominciò il suo gramelot, dichiarando che non era quello originale ma era frutto della sua fantasia.
E descrisse la fame dello Zanni che prima prende parte del suo corpo e se lo mangia dalla fame, poi s'immagina in una immaginifica cucina dove c'è di tutto, ogni ben di Dio, e prepara un pasto straordinario.
Nei primi due o tre minuti quei volti guardavano questo ottuagenario che si esprimeva col corpo, poi incominciarono a intuire che tirava il collo a una gallina, incominciarono a intuire che tagliava a fette il salame, videro che accendeva il fuoco della caldaia, videro che tutti questi pezzi entravano dentro, capirono che c'era il sale, il pepe, il mestolo che girava, e lui girava il mestolo per preparare questo pranzo e incominciarono a entrare in sintonia senza capire niente di quel gramelot.  Ma era la rappresentazione visiva di un messaggio, il messaggio di quello che è la vergogna di sempre di questo mondo, il messaggio che ci mostra che dobbiamo convivere ancora in un mondo dove milioni di persone soffrono la malnutrizione e la fame, e questa parte di mondo non merita questa logica di un'economia finanziaria canaglia. 
Quando lo Zanni poi prende questo calderone e mangia a quattro palmenti, sazio, come per incanto si accorge che era tutta fantasia, che non c'era niente, che non c'era niente da mangiare e urla disperato, però a un certo punto una mosca incomincia a girare, incomincia a voltargli attorno e lui la prende e questa mosca diventa il suo pasto, quelle alette, quelle gambe che ricordano i prosciutti e poi la mangia, la divora e chiude, chiude urlando davanti a tutti: “Che magnata! Che magnata!”
E a quel punto i 7000 contadini e pescatori fecero un applauso straordinario perché avevano avuto quello che è l'elemento distintivo della tradizione contadina, avevano avuto l'oralità, quell'oralità che i nostri contadini provavano nelle stalle sentendo la storia di Bertoldo, quell'oralità che i contadini francesi avevano ripetendo Gargantua e Pantagruel e la sentirono loro, la sentirono in modo uniforme. C'era quell'oralità che nei villaggi indiani gli anziani esprimono raccontando le loro storie. E Dario ne ha fatto la sintesi e in quella sintesi sta il suo vero premio Nobel, ha parlato agli umili e gli umili della terra lo hanno capito.

Guardate, penso che la sua regia prevedeva anche questa pioggia perché solo dei coraggiosi stanno qui per rendergli omaggio sotto alla pioggia.
L'ultimo ricordo è un ricordo di appena cinque giorni fa quando, nel suo letto di ospedale, ci ha intrattenuti per un'ora e mezza a descrivere le visioni che aveva. Mi diceva: “Sai, non lo governo io! Questo copione non l'ho fatto io, lo sto interpretando, e vedo queste figure… Perché? Perché sono drogato, perché le medicine che mi danno per non soffrire mi drogano e questa droga mi rende impotente!”.
Le sapeva descrivere e assieme alle figure sentiva delle voci e ci disse che quelle erano le voci che nella drammaturgia shakespeariana e del Ruzzante sono le voci dei pazzi, dei matti che sono fuori di noi ma che diventano parte di noi. Un'ora e mezza, cinque giorni fa, ecco che a quel punto cita il pazzo che davanti alla croce parla col Cristo, cita il pazzo Becchino che parla con l'Amleto, il pazzo, il matto che parla col Re Lear.
Quando sono uscito, impressionato da questa manifestazione, sono andato a vedere cosa diceva il pazzo al Re Lear. Il pazzo al Re Lear diceva: “Troppo in fretta sei invecchiato, non hai fatto in tempo a diventare saggio”.
Lo scriveva Shakespeare e un secolo prima il Ruzzante, grande maestro di Dante, scriveva di se stesso: “Troppo in fretta mi sono invecchiato, non ho fatto in tempo a liberarmi della leggera imbecillità della giovinezza”.
Ma che bel finale Dario, sei arrivato a novant'anni e ci hai consegnato la bellezza della tua intelligenza e della tua giovinezza! Per questo ha ragione Jacopo: è stato un gran finale! Perché all'età di novant'anni… come si dice dalle mie parti: tanti di noi farebbero la firma per essere protagonisti di un finale del genere ed è per questo che noi oggi dobbiamo celebrare, sotto la pioggia, la gioia, l'allegria, consci che celebriamo una vita spesa nella generosità e nella solidarietà e non la celebriamo solo per Dario, la celebriamo anche per Franca!

Un giorno nel vederla sempre così attiva, trafelata la definii con una parola piemontese e dissi: “Franca tu sei sfaraggiata” perché lo sfaraggiamento è una dimensione… come dire.... e lei a sentire questa parola si ribellava. Diceva: “Sfaraggiata a me!? Io sono l'unica in questa famiglia… mi devo accudire due matti in casa, c'ho un monumento e io di quel monumento sono il basamento, io lo reggo con la mia schiena, con la mia testa quel basamento.”
Il monumento non sta in piedi senza il basamento e oggi noi dobbiamo essere felici, felici perché dopo tre anni quel monumento ritrova e si ricongiunge con il suo basamento e dobbiamo essere felici, dobbiamo essere felici di averli conosciuti, dobbiamo essere felici di averli amati, dobbiamo raccontare ai nostri figli e ai nostri genitori che abbiamo conosciuto queste persone, che ci hanno insegnato che per quei quattro giorni che abbiamo da vivere è meglio essere generosi che avari, è meglio darsi da fare che essere accidiosi, è meglio essere gioiosi che magonosi.
E' questa la giornata che celebriamo, e che piova ancora di più, tanto a noi non ce ne frega niente! Perché in questo sabato noi stapperemo le bottiglie e in questo mezzogiorno, tornando nelle nostre case mangeremo e berremo e canteremo, e se possiamo balliamo, e se possiamo facciamo l'amore, esprimiamo tutta la nostra allegria.
Ritroviamo la gioia, la gioia straordinaria di chiamarci compagni e compagne, non solo perché dividiamo il pane ma perché condividiamo la gioia, condividiamo la fraternità e questo nostro amore reciproco che non lascia spazio a cattiverie di alcun genere.
Noi siamo e vogliamo essere questi e celebriamo il più grande tra di noi, il più grande che aveva la capacità di dileggiare i potenti con uno sberleffo.
Oggi allegri bisogna stare che il troppo piangere non fa per noi, allegri bisogna stare perché il troppo piangere non rende onore ai nostri amici, allegri bisogna stare perché celebriamo la vita, il grande mistero della vita e della morte, l'unico grande Mistero Buffo della nostra precaria esistenza.


Jacopo Fo

A tutti voi che siete qui vorrei raccontare un episodio di tanti anni fa, quando ero un bambino… Un giorno mio padre si stava facendo la barba perché doveva uscire, doveva andare a recitare a teatro, e mentre stava lì in bagno mi sono seduto sul bordo della vasca e lui ha iniziato a raccontarmi una storia, la storia di quando nel Medioevo, a Bologna, c'è una guerra e vengono mandati a morire decine di migliaia di giovani bolognesi.
Davanti a questo massacro, la popolazione insorge, c’è una rivolta, però i nobili, i maggiorenti della città, si chiudono dentro la cittadella di Bologna, che allora era una fortezza impenetrabile, dove avevano scorte di cibo e di acqua per resistere per tantissimo tempo. Il popolo non aveva strumenti per combattere, non aveva torri d’assedio, non aveva le catapulte, non aveva niente. E mio padre mi dice: “Come possono, come può il popolo senza armi riuscire a conquistare la cittadella che è strepitosamente difesa?” Io non avevo nessuna soluzione, mi sembrava impossibile, e allora lui mi raccontò quel che era successo veramente...
A un certo punto qualcuno ebbe l’idea di fare una cosa elementare: coprire di merda la cittadella di Bologna, e la gente iniziò ad arrivare con le carriole, con i carri, a lanciare la merda con tutti gli strumenti possibili immaginabili. C’era gente che faceva chilometri trattenendosi per arrivare a farla lì. A un certo punto i nobili si trovano talmente coperti di merda che non ha più senso resistere perché gli fa schifo tutto, e si arrendono.
Io credo che, se voi guardate tutto quello che mia madre e mio padre hanno raccontato, c’è sempre questo elemento costante.
Loro hanno raccontato storie di persone che non avevano nessuna possibilità, che si battevano contro un potere immenso e invincibile, però può succedere quella cosa… può succedere che della gente che non ha potere, si prenda il potere! Si prenda la dignità di vivere, trovi delle soluzioni geniali!
In tutte le storie di mio padre ci sono soluzioni geniali che possono rovesciare la situazione, perché se smettiamo di pensare nel modo che ci hanno suggerito, se smettiamo di pensare che una fortezza impenetrabile sia veramente invincibile, allora possiamo trovare un’idea assurda, un’idea ridicola. Una risata vi seppellirà!
C’è un’altra storia che vi voglio raccontare, è una delle prime storie di Mistero Buffo, è la storia di questo contadino poverissimo: a un certo punto, siccome questo contadino ha una moglie bellissima, arriva un signore, il nobile feudale, e massacrano di botte questo contadino, violentano sua moglie e poi la uccidono, uccidono i suoi figli, e lo lasciano per terra convinti che sia morto. Ma questo contadino non è morto e si riprende. Decide che non vuole più vivere, che è troppo orribile quello che gli hanno fatto e prende una corda, gli hanno rubato tutto ma una corda gliela hanno lasciata, la lega a una trave, sale su uno sgabello...
Sta per suicidarsi quando entra un giovane, Gesù, e si avvicina a lui e lo bacia sulla bocca, e improvvisamente nella testa di questo contadino iniziano a muoversi delle rotelle che lui non sapeva neanche di avere, e questo contadino sente una voglia incredibile di raccontare quello che ha subito e diventa un Giullare.
Questa è la storia della nascita del giullare, ed è la storia del lavoro di mia madre e di mio padre, una storia che parte da questo, una storia che parte dal fatto che il primo passo di cambiare le cose è iniziare a raccontarle, raccontare la nostra vita alla gente.
La cosa grandiosa del loro teatro è che si raccontavano loro, che mettevano negli spettacoli quello che gli succedeva, che parlavano con gli operai di una fabbrica, con gli studenti, e poi su quello che questi compagni avevano raccontato costruivano uno spettacolo. In scena c’era la loro vita, non era una semplice esibizione di abilità istrionica, di capacità di fascinazione.
No, la gente ama Dario e Franca per questo, io credo che voi che siete qui sotto il diluvio universale avete visto questo! Non avete visto un bravo attore, avete visto uno che c’era veramente.
E io vorrei dire... Mio padre mi ha detto una cosa fin da quando ero piccolo, non era uno che faceva grandi lezioni, però ogni tanto gli scappava di dare un consiglio, e il consiglio che mi ha dato mio padre è: “Fai quel che vuoi, che campi di più!”.
Ma non “fai quel che vuoi” nel senso che “se non hai voglia di alzarti, se non hai voglia di seguire un impegno, fregatene”. No, non in questo senso!
Fai quello che vuoi nel senso più alto: che cosa desideri? Se hai un desiderio seguilo a tutti i costi. E mio padre e mia madre hanno fatto questo, sono andati avanti nonostante tutto quello che gli hanno fatto, non hanno piegato la testa!
E la gente che li ha colpiti... ha perso!
Mio padre ha fatto una vita straordinaria! Mia madre ha fatto una vita straordinaria!
Hanno ricevuto una quantità di amore...
Io sono stato nella camera ardente a salutare, fino a che ce l’ho fatta a stare in piedi, tutte le persone che venivano. La quantità di persone che venivano a dirmi “tuo padre ha fatto questo per me”...
C’erano gli operai delle fabbriche occupate ma c’erano anche persone che avevano ricevuto una cosa che a volte serve più di qualsiasi altra: essere ascoltati. Mio padre era uno che sembrava completamente distratto ma era uno capace di stare anche un’ora ad ascoltare una persona che vedeva il nero del mondo.
E vorrei dire un’ultima cosa, prima che vi sciogliate definitivamente sotto il diluvio universale... Noi abbiamo saputo che mio padre era, dal punto di vista della malattia, senza speranze a luglio. Era veramente in una situazione difficile, mio padre lo diceva… “Sto lottando come un leone!” Lui è riuscito a recitare il primo agosto davanti a tremila persone in uno spettacolo di due ore, e finire cantando.
Il Professor Poletti, grandissima persona, che lo stava curando, quando gli ho telefonato da Roma e gli ho detto: “Sai, è riuscito a fare tutto lo spettacolo e ha finito lo spettacolo cantando” mi ha detto: “Guarda io sono ateo ma adesso credo nei miracoli!”
Allora, io vorrei dire... la passione per l’arte, l’amore per la gente, la solidarietà: sono medicine!
La riforma della Sanità dobbiamo farla così! I medici devono iniziare a scrivere sulle ricette mediche a fianco dei medicamenti da prendere: dopo i pasti fare arte e fare qualcosa per qualcun altro!
Noi stiamo celebrando questo saluto come mio padre ha lasciato detto, ci sono tanti amici, tanti compagni, che avrebbero tante cose da dire, ma mio padre ha detto che voleva fare una cosa così e noi stiamo rispettando il suo volere.
Qualche compagno mi ha chiesto: ma come mai mettete quella canzone lì, “Stringimi forte i polsi dentro le mani tue?”
Questa è una canzone che mio padre scrisse per mia madre... E lui ha chiesto proprio che fosse suonata questa canzone.
Noi siamo comunisti e siamo atei, però mio padre non ha smesso di parlare con mia madre, non ha smesso di chiederle consiglio… per cui siamo anche un po’ animisti.
Perché non è credibile che uno muore veramente… dai, si fa per dire!
Sono sicuro che adesso sono lì, insieme.
Tra i tanti messaggi che abbiamo ricevuto ce n’è uno che mi ha commosso, di un padre, di un amico, che ha perso il figlio piccolo da poco, Papo, e questo amico sta scrivendo ogni giorno una lettera a questo bimbo, e ieri gli ha scritto una lettera raccontandogli chi era Dario Fo.
E allora mi piace pensare che adesso mio papà e mia mamma sono lì con Papo e si fanno delle gran risate.
Grazie Compagni, grazie! Grazie!!!

Published in CACAO DELLA DOMENICA

Pubblichiamo di seguito la lettera scritta da Dario Fo al Sindaco di Biella, Marco Cavicchioli dove si stava allestendo la mostra dedicata a Darwin, inaugurata per la prima volta questa estate al Palazzo del Turismo Primo Grassi a Cesenatico.

Caro Marco,
mi spiace di non averti potuto conoscere quando, nel 1974, venimmo con tutta la compagnia a Biella per un incontro davvero epico, giacché allora tu eri un bambino, avevi appena cinque anni. Nessuno poteva immaginare fin da allora che dopo quarant’anni saresti divenuto il sindaco di una delle città più vive del Piemonte. Ma di certo, qualche anno dopo quell’evento, ti avranno raccontato delle manifestazioni che, con Franca e l’intera nostra compagnia, (...)

CONTINUA A LEGGERE CACAO del sabato!

Published in LIBRI

Grazie a tutti...

Abbiamo ricevuto centinaia di telegrammi, email, telefonate, sms e messaggi sui blog e sui social network. Veramente tanti.
Biglietti, lettere e cartoline a raccontare ricordi bellissimi.
Rose rosse e bianche, piantine di peperoncino, fiori e canzoni, nasi rossi e maschere per ricordare un momento, un episodio, una vita o una parte di storia.
Tanti, tantissimi, i sorrisi, gli abbracci, le lacrime, le pacche sulla spalla e le strette di mano, che ci hanno accompagnato in questi giorni.
E' stato molto emozionante sentirvi vicini, anche se dall’altra parte del mondo. Vedervi arrivare alla camera ardente per un saluto a pugno alzato o per un minuto di silenzio, vedervi e sentirvi con noi sotto la pioggia battente per strada e in piazza Duomo.
Vogliamo ricordarvi uno a uno, ringraziarvi. E cercheremo di farlo presto.
Per ora un grazie enorme per la vostra vicinanza e partecipazione.

GRAZIE!

La famiglia, i collaboratori, la Compagnia Teatrale Fo Rame

L’idea di ritrovarmi, dopo, con Franca in un giardino, lei e io mutati in due begli alberi, il suo magari con le foglie dorate come erano i suoi capelli... sarebbe bellissimo.
Se un qualcosa dovesse esserci dopo, vorrei che fosse così.
Dario Fo in "Dario e Dio".

Published in REDAZIONE

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