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Quasi per caso una donna: Cristina di Svezia

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Carissimi,
oggi vi presentiamo l’ultimo libro di Dario Fo, un libro su una spettacolare figura femminile: Cristina di Svezia.
Colta e ribelle, ammirata e avversata, imprevedibile e coraggiosa. L’ultima eroina narrata da Dario è una “regina impossibile”.
Nata e cresciuta in un’Europa travolta dalla Guerra dei Trent’anni, Cristina si troverà più volte al crocevia di questioni religiose e di potere, di politica e di sesso, dando prova di essere una spericolata protagonista del suo tempo. Educata dal padre per sostenere il peso e le responsabilità di un ruolo tipicamente maschile, Cristina sceglierà di assumere atteggiamenti e abiti da uomo e amerà soprattutto le donne. Si circonderà di filosofi e artisti, da Cartesio a Pascal a Molière.
Lasciato il trono di Svezia si convertirà al cattolicesimo per trasferirsi a Roma, dove darà vita al movimento artistico che, alla sua morte, nel 1689, porterà alla fondazione dell’Accademia dell’Arcadia.
Un personaggio incredibile, quindi, proprio di quelli che piacevano un sacco a Dario.
Come al solito, vi proponiamo alcune pagine del libro che trovate in vendita qui
Buona Lettura!

«E’ maschio!»
Alla sua nascita, le dame di corte che presenziavano al parto esplosero in un tripudio. «E’ maschio!» gridò qualcuna di loro. «Evviva il re!» risposero le altre nobili dame.
Ma era una notizia falsa. Di lì a poco apparve evidente che il neonato, nonostante la corporatura robusta e qualche tratto che poteva indurre in inganno, era una femmina, con una capigliatura subito folta, un viso dalla carnagione un po’ scura, sana e vivace. Pare che invece di emettere il solito pianto dopo la sculacciata della levatrice, la bimba avesse fatto una sonora risata. Un bel modo davvero di presentarsi, e infatti il re non si dimostrò per nulla contrariato all’idea di avere come successore una femminuccia, anzi. Del resto, prima che la bambina vedesse la luce, era già stata promulgata una legge in cui si accettava come regnante anche una femmina. Era successo mezzo secolo prima in Inghilterra con Elisabetta I, e dopo lo scalpore che la sua nomina aveva suscitato in tutta Europa, col tempo quella scelta si era rivelata felice, anzi trionfale.
Cristina aveva un’energia strabiliante. Il padre ne era talmente entusiasta che acquistò subito un piccolo cavallo perché la figlia potesse cavalcarlo al più presto. Il capo delle scuderie di corte gli fece notare che la bimba era troppo piccina, ma il re non sentì ragioni: «Vuol dire che per ora la terrò fra le braccia cavalcando. Anche mio padre aveva fatto così con me».
Fu di parola. Ogni mattina usciva nel grande parco del palazzo reale con la bimba a cavalcioni sulle spalle e la portava con sé ovunque. Alla fine della giornata la nutrice, piuttosto contrariata, non smetteva di esclamare: «Non si può allevare una figliola in questo modo! Mattina e sera scorrazzata fra paludi e boschi, questa bimba diventerà un selvatico indomabile». Il re sorrideva, di orgoglio e di gioia.

Quando nacqui, la regina mia madre, che accanto a tutte le virtù del suo sesso ne mostrava anche tutte le debolezze, era inconsolabile. Si aspettava una creatura di bimbo e sono capitata io che non le apparivo degna di calzare una corona. La infastidiva questo mio essere troppo sicura di me, alla mano con ognuno e disponibile a qualsiasi gioco, specie se imponeva capovolte e sberleffi chiassosi. Non mi poteva soffrire e non aveva tutti i torti perché continuavo a rimanere scura di pelle come un moretto. Si liberò della mia presenza accettando il consiglio di mio padre di affidarmi ad Anna Svensson, una bella donna che tempo dopo scoprii essere stata l’amante di mio padre e che da un paio d’anni si era maritata con un ufficiale d’alto rango dando subito alla luce due figlioli. Mio padre la chiamava Giunone, abbondante di latte e di tenerezze. (...)

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