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Tutti gli articoli di Jacopo Fo pubblicati sul Cacao della domenica. Buona lettura!

di Jacopo Fo

Si parla tanto di passione amorosa. Meno dell'amicizia.
Le difficoltà nel coltivare le amicizie fanno meno notizia dei drammi sentimentali.
E sembra quasi che l'amicizia sia meno importante dell'amore.
E se è vero che i drammi di coppia fanno stragi mentali e fisiche è un peccato non accorgersi che gran parte del nostro benessere dipende dall'amicizia.
Si tratta di una forma di amore meno dirompente di quello sessuale ma non meno fondamentale.
L'amore per gli amici, uno per uno ma anche in gruppo: il senso di appartenenza a una comunità che ti sostiene, ti protegge, si prende cura di te e che ti induce a qualunque sforzo solidale, non per costrizione morale ma perché tu ami quella persona, è parte della tua vita.
Quando un amore sensuale finisce fa un gran rumore, quando si rompe un'amicizia meno. Esistono consulenti matrimoniali, non consulenti amicali.
E se per recuperare un amore una persona è disposta a compiere azioni mirabolanti meno si è disposti a impegnarsi per salvare un'amicizia.
Abbiamo dati statistici sui divorzi, nessuna informazione sul numero di amicizie che ogni anno finiscono. E quanti una volta trovato l'amore lasciano perdere gli amici? Come se avere amici non fosse essenziale per far fiorire la propria vita e quindi anche per far durare un amore...
E qui vorrei scrivere a proposito dei motivi che minano le amicizie, proprio perché se ne parla troppo poco.
La causa prima delle rotture è il tradimento della fiducia e del rispetto che sono i fondamenti dell'amicizia.
In amore tenere il punteggio come fosse una partita di calcio è deleterio: quante cose ho fatto io per te, quante tu me. Ugualmente è distruttivo conservare per anni, decenni a volte, la lista dei peccati compiuti dall'amante.
Ma nell'amore passionale c'è il sesso che a volte aiuta a superare la delusione di scoprire che lui non è il perfetto principe azzurro e lei non è l'infinitamente pura principessa. Con gli amici invece è più difficile superare gli scorni.
La nostra cultura è malata di vendetta: occhio per occhio. E se l'amico ti fa uno sgarro difficilmente c'è il perdono.
Ora lo so che a parlare di perdono si rischia di provocare rigetti perché si tratta di un'azione melensa e ti viene subito in mente la noia del catechismo sulla vita di San Francesco. A noi italiani, vendicativi con l'hobby della faida, il porgi l'altra guancia non è mai andato giù. Noi siamo tendenzialmente per la proliferazione moltiplicativa dell'azione deterrente nucleare: "Se mi cacci un dito nell'occhio, ti taglio la testa così impari!!!"
Credo che ti puoi ricordare parecchie storie di amici che si sono persi perché: "Mi ha detto Caio che tu gli hai detto che io sono un maiale putrido!"
Raramente viene in mente che se qualcuno ti racconta che qualcun altro ha detto, chi ti parla non è un amico.
La domanda che mi sono fatto un giorno è stata risolutiva: ma questa persona che mi riferisce queste parole, ben sapendo che mi fanno male, mentre Caio gliele diceva cosa ha fatto? Gli ha strappato il cuore a morsi oppure era lì che gongolava già pregustando il piacere di venirmi a spifferare quanto il mio amico sia traditore e falso e doppiogiochista ben sapendo in che misura ciò mi avrebbe fatto soffrire?
Quindi ho deciso che se una persona mi viene a riferire cattiverie dette su di me da un amico senza avermi portato anche il cuore ancora caldo del traditore, allora lo fa per farmi soffrire. E ho deciso di cancellare queste persone dalla mia personale lista dei viventi. E c'è da aggiungere che chi crede alle parole riportate apre infinite possibilità di sbagliare e soffrire inutilmente. Perché il senso delle parole è determinato dal contesto. Riportare una frase detta con tono scherzoso come se fosse pronunciata in tono malevolo è un crimine. Dar retta sciocco.
Da quando mi son detto "basta ascoltare i pettegoli" ho ridotto drasticamente i dissidi amicali. (...)

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Carissimi, oggi tratto dal libro "La vera storia del mondo" in vendita su Commercioetico.it, vi riproponiamo il video esilarante di Jacopo Fo "Perché le donne hanno le tette." Buona Domenica

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di Jacopo Fo

Durante le mie lezioni per i corsi di Capodanno e Epifania mi occuperò di super poteri. Chiarisco subito che non ho intenzione di rifilarvi paccottiglia motivazionale, pensiero positivo che tutto risolve e iniziazioni mistiche che liberano dal dolore.
Ci sono migliaia di guru e trainer che per decenni hanno venduto questa merce con grande successo a milioni di persone senza che si sia registrato un miglioramento planetario dei problemi esistenziali e sociali è questo fatto è la prova che raccontano palle. (...)
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di Jacopo Fo

Non mi capita spesso di essere d'accordo con un banchiere.
Comunque fa piacere che anche in certi ambienti la cultura sia diventata una questione prioritaria. Visco sostiene giustamente che il nostro paese è in ritardo. Da noi solo il 45% dei lavoratori usa la rete, nei paesi nordici siamo al 70%.
Ma Visco va anche oltre: se le conoscenze si diffondono diminuiscono crimini e corruzione.
Io aggiungo che la cultura migliora la qualità della vita, non solo perché alza il reddito.
La cultura sana (che non è nozionismo, né erudizione) porta con sé la passione. Conoscere, capire, ci porta a rispettare gli esseri umani, ci avvia alla passione per l'arte, le relazioni umane e sentimentali, la buona tavola, la bellezza della natura, la creatività.
Questo è essenziale.
Credo che potremmo individuare proprio nella carenza di passione la causa ultima dei disastri dell'Italia e del resto del mondo.
Le persone che hanno passione per la vita si suicidano più raramente, reagiscono meglio alle cure mediche (risparmio per la sanità) e si dedicano meno ad attività maniacali (gioco d'azzardo, pornografia compulsiva, uso industriale di pasticche, alcol e droghe). E mediamente sono anche meno stronzi.
Per questo sono così convinto che sia prioritario impegnarsi nella diffusione della cultura.
La scelta di creare Alcatraz discende da questa convinzione.
In questi anni abbiamo realizzato anche parecchi esperimenti volti a diffondere la buona cultura. Abbiamo dato vita a laboratori creativi, gruppi di lavoro sul web (vedi "Seminole i pellerossa che non si arresero mai!") happening e a ogni sorta di guerriglia comunicativa.
Venerdì 2 dicembre saremo a Gela, alle 21, al Teatro Eschilo, per una conferenza spettacolo che ha lo scopo di proporre un'idea pazzesca.
Vorremmo formare (con un mese di corso intensivo ad Alcatraz) un gruppo di animazione culturale e realizzare quindi un lavoro di ricerca e di comunicazione sulla città. Realizzare un libro, un video, uno spettacolo teatrale, un sito web... E raccontare ai gelesi che la loro città 2500 anni fa era la New York del Mediterraneo. E poi vorremmo vedere se a partire da questo lavoro può uscire anche un impulso positivo per il turismo e posti di lavoro.
L'aspetto essenziale di questo progetto è quello di non voler INSEGNARE ma di coinvolgere le persone e portarle a tirar fuori le loro potenzialità... Che secondo me è l'unica via che porta realmente ad appassionarsi... Se stai in cattedra e sai tutto te, la gente giustamente si annoia da bestia... Si tratta di fare esattamente il contrario di quel che viene fatto, generalmente, a scuola.
Ma l'idea di fondo è quella di seminare la passione per la creatività e l'azione concreta (Insieme, che è meglio). Vedremo venerdì se ci sarà interesse per questa idea, che avrebbe anche la possibilità di essere realizzata con il sostegno di Eni.

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(Ti sei scordato perché siamo progressisti?)

Siamo progressisti perché si scopa di più?
Siamo progressisti perché poi puoi andare in giro spettinato?
Perché puoi ruttare dopo mangiato e non rifarti mai il letto?  
Perché ci diamo da fare oppure per litigare?
Siamo progressisti perché smettiamo di litigare quando c'è da aiutare qualcuno che vede il nero del mondo?

Siamo progressisti strada per strada?
Siamo progressisti perché le chiacchiere di chi sa parlare bene e non conclude mai niente ci hanno stufato?
Siamo progressisti concretamente oppure idealmente?
Siamo progressisti perché diamo ragione perfino ai fascisti se dicono cose giuste?
Siamo progressisti perché diamo torto ai fascisti anche quando dicono cose giuste?

Siamo progressisti perché trattiamo anche col diavolo se c'è da ottenere qualche cosa di buono per tutti?
O perché non scendiamo a patti con nessuno?

Siamo progressisti perché sappiamo ascoltare?
Siamo progressisti perché mandiamo tutti a cagare?
Perché non abbiamo paura di nessuno? Perché vogliamo che nessuno abbia paura?
Cosa fa di te una persona progressista?
Siamo progressisti perché abbiamo sempre dei dubbi?
Oppure su certe cose abbiamo certezze?

È una questione di pelle?
È una storia di pancia?
È quella sensazione insopportabile che ti prende quando vedi un essere umano dormire per strada, sul marciapiede, sotto un cumulo di stracci e cartoni?
E ci addolora che la gente che scappa dalla guerra e dalla miseria poi anneghi nel mare?
Siamo progressisti per via che questo mondo così com'è non ci va giù?
Non riusciamo a smettere di sognare, di sperare, che questa umanità possa cambiare?
Siamo progressisti per fare qualche cosa di più che andare a votare e commentare sul web e mettere un mi piace sotto la foto di un bambino ridotto a uno scheletro? Ma ti piace cosa?
Siamo progressisti perché ci sta sui coglioni qualcuno o perchè vogliamo fare qualcosa?
Siamo progressisti contro Trump?
Siamo progressisti contro la guerra?
Siamo progressisti perché lavoriamo per la collaborazione tra gli esseri umani?
Siamo progressisti perché siamo più intelligenti di quelli di destra? O siamo progressisti perché ci diamo da fare per cambiare?
Siamo progressisti perché può farci comodo?
Ma siamo progressisti anche quando è scomodo?

È obbligatorio accettare di pagare per idee fuori dal coro?
O vogliamo costruire qualche cosa di buono e siamo disposti a pagare perché l'abbiamo saputo realizzare?
Perché sbarrare la strada all'ignominia dà un'enorme soddisfazione?
Oppure perché ci piace gridare?
E grideremo contro Trump fino a che avremo fiato in gola oppure smetteremo di comprare prodotti Usa?
Voti ogni volta che fai la spesa?
Voti ogni volta che fai l'amore?

Jacopo Fo

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Questa estate Franco Berrino, epidemiologo e ricercatore del Centro Tumori di Milano, e Jacopo Fo, che da sempre si occupa di teatro, pittura e comicoterapia, si sono incontrati ad Alcatraz e nel corso di una lunga discussione hanno dato forma a un'idea semplice quanto innovativa: cosa succede se proponiamo un approccio veramente globale al benessere?
Da decenni cresce anche in ambienti scientifici la consapevolezza del peso che hanno abitudini salutari: alimentazione, movimento, pratiche di meditazione e rilassamento sono ormai riconosciute a pieno titolo come fondamentali per la nostra salute e il nostro benessere.
Parallelamente innumerevoli sperimentazioni hanno dimostrato che anche praticare arte è un elemento determinante per l'ecologia del corpo e della mente, perché fonte di piacere e soddisfazione e perché induce il nostro cervello a lavorare in una modalità che riduce ansie e tensioni e libera energie positive.
Ma nonostante la consapevolezza diffusa della potenza di questi comportamenti nella cura, come elemento complementare che aumenta l'efficacia di tutte le terapie, non esistono a oggi esperienze che uniscano i diversi approcci creando un intervento che potenzi le risorse positive a 360 gradi.
Durante la conferenza del 24 novembre Berrino e Fo racconteranno nel dettaglio come vedono questo approccio e perché può avere un effetto potente sulla salute dei singoli individui ma anche sul modo di concepire la prevenzione e la cura dei malanni.
Questo progetto parte da un'idea che descrive la persona come un tutt'uno e che cerca di sviluppare le potenzialità e rendere disponibili le risorse in tutte le direzioni proponendo un restyling dell'atteggiamento non basato su complesse teorie ma sulla semplice sperimentazione diretta di esperienze positive e gradevoli.
Durante la conferenza verrà anche raccontata la sperimentazione che condurremo in primavera.
Dal 2 al 10 maggio, 40 persone sperimenteranno presso la Libera Università di Alcatraz, gli effetti positivi di un approccio globale al benessere: cosa succede se me ne sto in mezzo al verde, mangio cibi sani e straordinariamente gustosi, mi muovo, gioco, dipingo, recito, dedico tempo ai massaggi e alla meditazione, il tutto coltivando la propensione al ridere e al prendere le situazioni con leggerezza?
E se ci aggiungo relax in piscina calda a 34 gradi, lezioni per migliorare l'uso della voce, rendere più elegante il modo di camminare e coltivare il bello magari cambiando pettinatura?
Mettiamo insieme tutti gli elementi che determinano buona parte del mio equilibrio fisiologico, del mio stato d'animo e del modo nel quale le altre persone mi vedono e vediamo cosa succede dal punto di vista fisico, anche grazie ad opportune analisi metaboliche. E utilizzando riprese video vediamo anche se cambia il mio aspetto e il mio linguaggio corporeo.
Per saperne di più, appuntamento giovedì, 24 novembre, ore 19, presso la sala della Camera del Lavoro di Milano, Corso di Porta Vittoria 43.
Ingresso gratuito con prenotazione: invia mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. per confermare l’iscrizione.

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Carissimi,
questa settimana vi proponiamo un video da Anche le sogliole fingono l’orgasmo. Si tratta de “Il funerale del nonno”, a dimostrazione che la famiglia Fo è decisamente strana…
E la cosa più divertente è che è tutto vero!

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Gurda l'esilarante video "Perchè le donne hanno le tette?" di Jacopo Fo

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Prima di tutto vogliamo ringraziarvi, molto, per le migliaia di messaggi che ci avete inviato, grazie!
Riportiamo dalla nota ufficiale che stiamo inviando a chi ci ha scritto: “Siamo certi che la vostra vicinanza avrebbe fatto immenso piacere a Dario, che nella sua vita ha sempre amato essere circondato dagli amici e dalle persone che avevano affetto e stima per lui e per ciò che in questi anni ha rappresentato. Ogni volta che un amico veniva a trovarlo, lo faceva sedere e gli mostrava quello a cui stava lavorando. Un libro, un quadro, un articolo. Lo rendeva partecipe del proprio lavoro, lo accoglieva.
Ciascuno di noi, ora, per portare avanti la storia di Dario e Franca, può mettere in pratica la più grande lezione che ci hanno lasciato, quello che è stato il motore di tutta loro vita: porsi in prima fila a difesa dei più deboli e di chi non ha modo di farsi ascoltare, raccontando e condividendo con gli altri storie di difficoltà e vittorie.”
Di seguito la trascrizione delle parole di Carlo Petrini e Jacopo Fo durante il funerale di Dario Fo davanti al Duomo di Milano, il 15 ottobre.

Carlo Petrini

Dario ha voluto curare questa ultima regia e io per amicizia e per affetto mi trovo a fare questa difficile parte.
Con tutto il rispetto del luogo, sono vittima di un bello “scherzo da prete”!
E chiedo a voi benevolenza e comprensione se mi limiterò a ricordare a tutti due episodi tra i più significativi e importanti della mia lunga amicizia con Dario: uno pubblico e uno privato.

Prima di tutto però lasciatemi dire una cosa: in questi giorni molte persone oneste e sincere hanno tenuto a sottolineare la differenza tra l'artista, il genio straordinario, l'attore meraviglioso, e la politica, quasi come se le due cose fossero scindibili. Ecco, io voglio dire, con tutto il rispetto, che penso che questo sia impossibile e che non sia giusto.
E ben lo sapevano quei sovversivi dell'Accademia svedese che motivarono il suo Nobel con una sintesi perfetta: “Seguendo la tradizione dei giullari medioevali dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi…” Dileggia il potere e restituisce la dignità agli oppressi!
Sono accademici, sono svedesi e fanno questa affermazione quando l'anno successivo, nel riconoscere lo stesso premio a Josè Saramago, motivarono il suo Nobel per la sua straordinaria immaginazione e poi nel 2006 a Orhan Pamuk per la nostalgia della sua città natale.
Per Dario la motivazione fu: “dileggia i potenti per restituire dignità agli oppressi”.
La sintesi è che questo premio, nella sua valenza artistica, era impregnato di grande politicità… e noi dobbiamo riaffermarla con forza, questa simbiosi stretta, strettissima tra la sua arte e il suo impegno politico, sempre guidato da un gran senso civico! Con grande onestà, senza ricavarne benefici, sempre al fianco dei più umili. Pensare a Dario senza la politica è come se dalle mie parti dovessimo pensare a un buon vino fatto senza l'uva. E oggi voglio partire da questa politicità nel ricordo di quella che per me è stata un'esperienza straordinaria che voglio condividere con voi.

Nell'ottobre del 2012, davanti a 7000 delegati di Terra Madre (contadini, pescatori, nomadi, artigiani del cibo) difensori della biodiversità del pianeta, provenienti da 140 paesi del mondo, Dario volle rappresentare La fame dello Zanni.
Quando salì davanti a quell'immenso pubblico, dopo aver sentito come questa parte dell'umanità è chiamata a soffrire a causa di un'economia finanziaria canaglia che distrugge la loro dignità e il loro lavoro, Dario ricordò che nel '500 lo Zanni Padano, il Johan, il Giovanni, era anche lui vittima, vittima di questo sopruso. Perché già allora si accumulavano derrate alimentari per poi metterle nel mercato e distruggere i prezzi, distruggere la vita dei contadini… e questo accadeva già nel '500 e Dario lo ricordò davanti a quella straordinaria umanità.
Aveva davanti 7000 Zanni, 7000 ne aveva, parlavano lingue diverse, la maggior parte non conosceva Dario Fo: come potevano conoscere Dario Fo gli Indios Yanomami dell'Amazzonia, i pastori Masai del Kenya, i contadini del Burkina Faso, i pescatori della Tailandia? No, non lo conoscevano … E ad un certo punto, in un momento estremamente intenso, si dovettero fermare tutte le traduzioni - dieci traduzioni in lingua che davano a tutti l'opportunità di capire quello che si andava dicendo - perché Dario incominciò il suo gramelot, dichiarando che non era quello originale ma era frutto della sua fantasia.
E descrisse la fame dello Zanni che prima prende parte del suo corpo e se lo mangia dalla fame, poi s'immagina in una immaginifica cucina dove c'è di tutto, ogni ben di Dio, e prepara un pasto straordinario.
Nei primi due o tre minuti quei volti guardavano questo ottuagenario che si esprimeva col corpo, poi incominciarono a intuire che tirava il collo a una gallina, incominciarono a intuire che tagliava a fette il salame, videro che accendeva il fuoco della caldaia, videro che tutti questi pezzi entravano dentro, capirono che c'era il sale, il pepe, il mestolo che girava, e lui girava il mestolo per preparare questo pranzo e incominciarono a entrare in sintonia senza capire niente di quel gramelot.  Ma era la rappresentazione visiva di un messaggio, il messaggio di quello che è la vergogna di sempre di questo mondo, il messaggio che ci mostra che dobbiamo convivere ancora in un mondo dove milioni di persone soffrono la malnutrizione e la fame, e questa parte di mondo non merita questa logica di un'economia finanziaria canaglia. 
Quando lo Zanni poi prende questo calderone e mangia a quattro palmenti, sazio, come per incanto si accorge che era tutta fantasia, che non c'era niente, che non c'era niente da mangiare e urla disperato, però a un certo punto una mosca incomincia a girare, incomincia a voltargli attorno e lui la prende e questa mosca diventa il suo pasto, quelle alette, quelle gambe che ricordano i prosciutti e poi la mangia, la divora e chiude, chiude urlando davanti a tutti: “Che magnata! Che magnata!”
E a quel punto i 7000 contadini e pescatori fecero un applauso straordinario perché avevano avuto quello che è l'elemento distintivo della tradizione contadina, avevano avuto l'oralità, quell'oralità che i nostri contadini provavano nelle stalle sentendo la storia di Bertoldo, quell'oralità che i contadini francesi avevano ripetendo Gargantua e Pantagruel e la sentirono loro, la sentirono in modo uniforme. C'era quell'oralità che nei villaggi indiani gli anziani esprimono raccontando le loro storie. E Dario ne ha fatto la sintesi e in quella sintesi sta il suo vero premio Nobel, ha parlato agli umili e gli umili della terra lo hanno capito.

Guardate, penso che la sua regia prevedeva anche questa pioggia perché solo dei coraggiosi stanno qui per rendergli omaggio sotto alla pioggia.
L'ultimo ricordo è un ricordo di appena cinque giorni fa quando, nel suo letto di ospedale, ci ha intrattenuti per un'ora e mezza a descrivere le visioni che aveva. Mi diceva: “Sai, non lo governo io! Questo copione non l'ho fatto io, lo sto interpretando, e vedo queste figure… Perché? Perché sono drogato, perché le medicine che mi danno per non soffrire mi drogano e questa droga mi rende impotente!”.
Le sapeva descrivere e assieme alle figure sentiva delle voci e ci disse che quelle erano le voci che nella drammaturgia shakespeariana e del Ruzzante sono le voci dei pazzi, dei matti che sono fuori di noi ma che diventano parte di noi. Un'ora e mezza, cinque giorni fa, ecco che a quel punto cita il pazzo che davanti alla croce parla col Cristo, cita il pazzo Becchino che parla con l'Amleto, il pazzo, il matto che parla col Re Lear.
Quando sono uscito, impressionato da questa manifestazione, sono andato a vedere cosa diceva il pazzo al Re Lear. Il pazzo al Re Lear diceva: “Troppo in fretta sei invecchiato, non hai fatto in tempo a diventare saggio”.
Lo scriveva Shakespeare e un secolo prima il Ruzzante, grande maestro di Dante, scriveva di se stesso: “Troppo in fretta mi sono invecchiato, non ho fatto in tempo a liberarmi della leggera imbecillità della giovinezza”.
Ma che bel finale Dario, sei arrivato a novant'anni e ci hai consegnato la bellezza della tua intelligenza e della tua giovinezza! Per questo ha ragione Jacopo: è stato un gran finale! Perché all'età di novant'anni… come si dice dalle mie parti: tanti di noi farebbero la firma per essere protagonisti di un finale del genere ed è per questo che noi oggi dobbiamo celebrare, sotto la pioggia, la gioia, l'allegria, consci che celebriamo una vita spesa nella generosità e nella solidarietà e non la celebriamo solo per Dario, la celebriamo anche per Franca!

Un giorno nel vederla sempre così attiva, trafelata la definii con una parola piemontese e dissi: “Franca tu sei sfaraggiata” perché lo sfaraggiamento è una dimensione… come dire.... e lei a sentire questa parola si ribellava. Diceva: “Sfaraggiata a me!? Io sono l'unica in questa famiglia… mi devo accudire due matti in casa, c'ho un monumento e io di quel monumento sono il basamento, io lo reggo con la mia schiena, con la mia testa quel basamento.”
Il monumento non sta in piedi senza il basamento e oggi noi dobbiamo essere felici, felici perché dopo tre anni quel monumento ritrova e si ricongiunge con il suo basamento e dobbiamo essere felici, dobbiamo essere felici di averli conosciuti, dobbiamo essere felici di averli amati, dobbiamo raccontare ai nostri figli e ai nostri genitori che abbiamo conosciuto queste persone, che ci hanno insegnato che per quei quattro giorni che abbiamo da vivere è meglio essere generosi che avari, è meglio darsi da fare che essere accidiosi, è meglio essere gioiosi che magonosi.
E' questa la giornata che celebriamo, e che piova ancora di più, tanto a noi non ce ne frega niente! Perché in questo sabato noi stapperemo le bottiglie e in questo mezzogiorno, tornando nelle nostre case mangeremo e berremo e canteremo, e se possiamo balliamo, e se possiamo facciamo l'amore, esprimiamo tutta la nostra allegria.
Ritroviamo la gioia, la gioia straordinaria di chiamarci compagni e compagne, non solo perché dividiamo il pane ma perché condividiamo la gioia, condividiamo la fraternità e questo nostro amore reciproco che non lascia spazio a cattiverie di alcun genere.
Noi siamo e vogliamo essere questi e celebriamo il più grande tra di noi, il più grande che aveva la capacità di dileggiare i potenti con uno sberleffo.
Oggi allegri bisogna stare che il troppo piangere non fa per noi, allegri bisogna stare perché il troppo piangere non rende onore ai nostri amici, allegri bisogna stare perché celebriamo la vita, il grande mistero della vita e della morte, l'unico grande Mistero Buffo della nostra precaria esistenza.


Jacopo Fo

A tutti voi che siete qui vorrei raccontare un episodio di tanti anni fa, quando ero un bambino… Un giorno mio padre si stava facendo la barba perché doveva uscire, doveva andare a recitare a teatro, e mentre stava lì in bagno mi sono seduto sul bordo della vasca e lui ha iniziato a raccontarmi una storia, la storia di quando nel Medioevo, a Bologna, c'è una guerra e vengono mandati a morire decine di migliaia di giovani bolognesi.
Davanti a questo massacro, la popolazione insorge, c’è una rivolta, però i nobili, i maggiorenti della città, si chiudono dentro la cittadella di Bologna, che allora era una fortezza impenetrabile, dove avevano scorte di cibo e di acqua per resistere per tantissimo tempo. Il popolo non aveva strumenti per combattere, non aveva torri d’assedio, non aveva le catapulte, non aveva niente. E mio padre mi dice: “Come possono, come può il popolo senza armi riuscire a conquistare la cittadella che è strepitosamente difesa?” Io non avevo nessuna soluzione, mi sembrava impossibile, e allora lui mi raccontò quel che era successo veramente...
A un certo punto qualcuno ebbe l’idea di fare una cosa elementare: coprire di merda la cittadella di Bologna, e la gente iniziò ad arrivare con le carriole, con i carri, a lanciare la merda con tutti gli strumenti possibili immaginabili. C’era gente che faceva chilometri trattenendosi per arrivare a farla lì. A un certo punto i nobili si trovano talmente coperti di merda che non ha più senso resistere perché gli fa schifo tutto, e si arrendono.
Io credo che, se voi guardate tutto quello che mia madre e mio padre hanno raccontato, c’è sempre questo elemento costante.
Loro hanno raccontato storie di persone che non avevano nessuna possibilità, che si battevano contro un potere immenso e invincibile, però può succedere quella cosa… può succedere che della gente che non ha potere, si prenda il potere! Si prenda la dignità di vivere, trovi delle soluzioni geniali!
In tutte le storie di mio padre ci sono soluzioni geniali che possono rovesciare la situazione, perché se smettiamo di pensare nel modo che ci hanno suggerito, se smettiamo di pensare che una fortezza impenetrabile sia veramente invincibile, allora possiamo trovare un’idea assurda, un’idea ridicola. Una risata vi seppellirà!
C’è un’altra storia che vi voglio raccontare, è una delle prime storie di Mistero Buffo, è la storia di questo contadino poverissimo: a un certo punto, siccome questo contadino ha una moglie bellissima, arriva un signore, il nobile feudale, e massacrano di botte questo contadino, violentano sua moglie e poi la uccidono, uccidono i suoi figli, e lo lasciano per terra convinti che sia morto. Ma questo contadino non è morto e si riprende. Decide che non vuole più vivere, che è troppo orribile quello che gli hanno fatto e prende una corda, gli hanno rubato tutto ma una corda gliela hanno lasciata, la lega a una trave, sale su uno sgabello...
Sta per suicidarsi quando entra un giovane, Gesù, e si avvicina a lui e lo bacia sulla bocca, e improvvisamente nella testa di questo contadino iniziano a muoversi delle rotelle che lui non sapeva neanche di avere, e questo contadino sente una voglia incredibile di raccontare quello che ha subito e diventa un Giullare.
Questa è la storia della nascita del giullare, ed è la storia del lavoro di mia madre e di mio padre, una storia che parte da questo, una storia che parte dal fatto che il primo passo di cambiare le cose è iniziare a raccontarle, raccontare la nostra vita alla gente.
La cosa grandiosa del loro teatro è che si raccontavano loro, che mettevano negli spettacoli quello che gli succedeva, che parlavano con gli operai di una fabbrica, con gli studenti, e poi su quello che questi compagni avevano raccontato costruivano uno spettacolo. In scena c’era la loro vita, non era una semplice esibizione di abilità istrionica, di capacità di fascinazione.
No, la gente ama Dario e Franca per questo, io credo che voi che siete qui sotto il diluvio universale avete visto questo! Non avete visto un bravo attore, avete visto uno che c’era veramente.
E io vorrei dire... Mio padre mi ha detto una cosa fin da quando ero piccolo, non era uno che faceva grandi lezioni, però ogni tanto gli scappava di dare un consiglio, e il consiglio che mi ha dato mio padre è: “Fai quel che vuoi, che campi di più!”.
Ma non “fai quel che vuoi” nel senso che “se non hai voglia di alzarti, se non hai voglia di seguire un impegno, fregatene”. No, non in questo senso!
Fai quello che vuoi nel senso più alto: che cosa desideri? Se hai un desiderio seguilo a tutti i costi. E mio padre e mia madre hanno fatto questo, sono andati avanti nonostante tutto quello che gli hanno fatto, non hanno piegato la testa!
E la gente che li ha colpiti... ha perso!
Mio padre ha fatto una vita straordinaria! Mia madre ha fatto una vita straordinaria!
Hanno ricevuto una quantità di amore...
Io sono stato nella camera ardente a salutare, fino a che ce l’ho fatta a stare in piedi, tutte le persone che venivano. La quantità di persone che venivano a dirmi “tuo padre ha fatto questo per me”...
C’erano gli operai delle fabbriche occupate ma c’erano anche persone che avevano ricevuto una cosa che a volte serve più di qualsiasi altra: essere ascoltati. Mio padre era uno che sembrava completamente distratto ma era uno capace di stare anche un’ora ad ascoltare una persona che vedeva il nero del mondo.
E vorrei dire un’ultima cosa, prima che vi sciogliate definitivamente sotto il diluvio universale... Noi abbiamo saputo che mio padre era, dal punto di vista della malattia, senza speranze a luglio. Era veramente in una situazione difficile, mio padre lo diceva… “Sto lottando come un leone!” Lui è riuscito a recitare il primo agosto davanti a tremila persone in uno spettacolo di due ore, e finire cantando.
Il Professor Poletti, grandissima persona, che lo stava curando, quando gli ho telefonato da Roma e gli ho detto: “Sai, è riuscito a fare tutto lo spettacolo e ha finito lo spettacolo cantando” mi ha detto: “Guarda io sono ateo ma adesso credo nei miracoli!”
Allora, io vorrei dire... la passione per l’arte, l’amore per la gente, la solidarietà: sono medicine!
La riforma della Sanità dobbiamo farla così! I medici devono iniziare a scrivere sulle ricette mediche a fianco dei medicamenti da prendere: dopo i pasti fare arte e fare qualcosa per qualcun altro!
Noi stiamo celebrando questo saluto come mio padre ha lasciato detto, ci sono tanti amici, tanti compagni, che avrebbero tante cose da dire, ma mio padre ha detto che voleva fare una cosa così e noi stiamo rispettando il suo volere.
Qualche compagno mi ha chiesto: ma come mai mettete quella canzone lì, “Stringimi forte i polsi dentro le mani tue?”
Questa è una canzone che mio padre scrisse per mia madre... E lui ha chiesto proprio che fosse suonata questa canzone.
Noi siamo comunisti e siamo atei, però mio padre non ha smesso di parlare con mia madre, non ha smesso di chiederle consiglio… per cui siamo anche un po’ animisti.
Perché non è credibile che uno muore veramente… dai, si fa per dire!
Sono sicuro che adesso sono lì, insieme.
Tra i tanti messaggi che abbiamo ricevuto ce n’è uno che mi ha commosso, di un padre, di un amico, che ha perso il figlio piccolo da poco, Papo, e questo amico sta scrivendo ogni giorno una lettera a questo bimbo, e ieri gli ha scritto una lettera raccontandogli chi era Dario Fo.
E allora mi piace pensare che adesso mio papà e mia mamma sono lì con Papo e si fanno delle gran risate.
Grazie Compagni, grazie! Grazie!!!

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di Jacopo Fo

Grande parte degli italiani non farà mai sesso con le danesi.
Questo perché la maggioranza degli italiani fa una cosa che alle danesi le fa imbufalire. Lo ha fatto Scajola in modo gravissimo, Rutelli in modo grave ma anche Di Maio, anche se in forma veniale.
Le danesi non sopportano le scuse.
In Italia un uomo politico può dichiarare che gli hanno comprato una casa a sua insaputa, che non ne sapeva niente dei conti del partito o che ha letto male una mail.
In Danimarca se rubi sei un criminale ma forse ti puoi redimere. Invece per un essere umano che accampa scuse non c'è possibilità: sei finito.
Non prendersi appieno le proprie responsabilità (sono arrivato tardi perché la nonna è morta, mi si è rotta l'auto e c'era lo tsunami) non è tollerabile.
La questione è addirittura religiosa! Sta al fondamento del modo calvinista di intendere la fede. Dio ti dà una certa quantità di talenti, e tu devi avere fede che ti ha dato anche la possibilità di far rendere i tuoi talenti (le tue qualità).
Non puoi dare la colpa al demonio o a qualunque accidente; che c'è il demonio lo sai in partenza, e pure che ti si può rompere l'auto. Se hai fede devi operare per prevenire e superare gli ostacoli. Se non ci riesci è perché la tua fede in Dio non è abbastanza robusta e il tuo impegno nel sfruttare le occasioni che Dio ti regala risibile. Non puoi dare la colpa al diavolo o a qualunque altra cosa; se fallisci devi dire: solo sono stato debole e ho fallito. E tutta la colpa è mia e solo mia.
I giapponesi sono della stessa opinione ma siccome sono scintoisti se fai una stronzata non è sufficiente ammetterla e chiede umilmente scusa devi suicidarti in modo doloroso e sanguinolento con un apposito spadino da passeggio.
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